università | ricerca

Il mondo per la Terra

“Sono passati quasi quarant’anni dalla prima edizione. Quattro decenni in cui è cambiato tutto. La questione ambientale oggi è al centro, serve una svolta politica che affronti i problemi e trovi le soluzioni”.
Roberto Della Seta

In Italia, come a New York, Barcellona, Caracas e in tutto il resto del mondo oggi si clebra l’Earth Day, l’evento nato negli USA per promuovere la conservazione dell’ambiente e la sostenibilità delle politiche di sviluppo. Nato nel 1970 come movimento universitario in seguito all’appello del senatore statunitense Gaylord Neslson, scosso dal disastro petrolifero di Santa Barbara, ha mobilitato, nella sua prima celebrazione ufficiale, oltre venti milioni di americani e ha portato alla creazione di organismi quali l’Environmental Protection Agency (EPA) e di numerosi movimenti ambientalisti, tra cui Greenpeace.

“Stop and think!” è il motto di questo strumento educativo multiscalare e multitarget il cui obiettivo principale consiste nel sensibilizzare l’opinione pubblica e sollecitare un cambiamento nei comportamenti quotidiani dei singoli individui per renderli ogni giorno più consapevoli della propria impronta ecologica e del proprio ruolo attivo nella protezione dell’ambiente. Il progressivo innalzamento delle temperature, assieme alla continua deforestazione dei polmoni verdi che permettono alla Terra di respirare, rappresentano i rischi più imminenti su cui l’Earth Day 2008, che si svolge in 174 stati, vuole sensibilizzare l’intera popolazione mondiale.

Ecco l’intervista realizzata con il responsabile Ambiente del PD Roberto Della Seta.

“Serve una svolta politica, rischiamo di rimanere ai margini”

Della Seta, oggi si celebra in tutto il mondo la 38° edizione dell’Earth Day. Un evento internazionale a cui aderiscono 174 paesi nel mondo. In un momento come questo, in cui gli equilibri del pianeta sono messi a dura prova, quale significato assume un’iniziativa globale come questa?
“Il grande significato di questa iniziativa sta nei suoi 38 anni. Sono passati quasi 40 anni dalla prima edizione negli Stati Uniti. Quattro decenni nei quali è cambiato tutto. Oggi la questione ambientale è uno dei più grandi temi su cui la gente organizza il proprio modo di pensare e di fare politica. Se guadiamo indietro nel tempo il bilancio di questa iniziativa non può che essere positivo”.

Al Gore, premio nobel per la pace, ha detto che in questi anni il mondo ha maturato la consapevolezza della gravità di quanto sta accadendo, ma che la situazione rimane critica e non è migliorato ancora nulla in materia di nuove politiche per l’ambiente. E’ d’accordo?
“Sì, è così. Ci sono alcune grandi problematiche ambientali che sono emerse solo negli ultimi anni, e penso in particolare al tema dei mutamenti climatici. La politica fatica a prendere contromisure e ad avviare i necessari cambiamenti. Nello specifico, le politiche sull’energia, a livello di comunità internazionale, sono in ritardo. Produciamo energia in larga parte bruciando ancora carbone e petrolio e ciò è una delle cause principali dei cambiamenti climatici. Quindi se è vero che c’è fiducia derivante dalla maggiore consapevolezza, c’è anche preoccupazione a causa del ritardo delle politiche in materia”.

Gli analisti e addetti ai lavori parlano di grandi emergenze concatenate: povertà e mancanza di cibo, crisi energetica e cambiamenti climatici, scarsità di acqua nelle zone anche storicamente più fertili. Che fare per combatterle? Come può ogni singolo cittadino dare il suo contributo?
“Il cambiamento da introdurre nel consumo domestico è di tipo psicologico. Prendiamo l’acqua. Siamo nati e cresciuti con l’idea che l’acqua sia un bene illimitato. Invece l’acqua è un bene scarso, limitato. Bisogna introdurre nell’immaginario collettivo un uso razionale delle risorse idriche, dobbiamo evitare gli sprechi, come per esempio le gocce che d’acqua buttate via se non chiudiamo bene i nostri rubinetti. Lo stesso vale per l’energia. Vi sono moltissimi esempi legati alla vita quotidiana. La lucetta rossa dello stand-by in parecchi elettrodomestici andrebbe sempre spenta perché non ha nessuna funzione e consuma energia inutile. Insomma, dobbiamo abituarci a pensare che le risorse in natura sono limitate e il loro utilizzo deve essere intelligente e razionale.

Secondo un rapporto del WWF il “debito ecologico” dell’Italia è preoccupante. Il nostro Paese, specie se lo rapportiamo ad altre realtà europee, è drammaticamente indietro in materia di sviluppo di fonti di energia rinnovabili. Non le sembra assurdo per essere il paese del sole?
“L’Italia è uno di quei paesi che ha firmato il protocollo di Kyoto ma che si è mosso in senso opposto. Non solo non abbiamo ridotto le nostre emissioni, ma le abbiamo addirittura fatte aumentare. Le responsabilità sono attribuibili a tutti i governi che si sono succeduti negli ultimi decenni, indipendentemente dal colore politico. C’è da dire però che la destra italiana non si è mai mostrata particolarmente attenta a queste tematiche. Negli ultimi cinque anni di governo Berlusconi veniva addirittura negata la problematica dei mutamenti climatici. Nel 2001 il presidente del consiglio diceva addirittura che si trattava di un’invenzione degli ambientlisti. Non c’è da stare tranquilli, rischiamo di rimanere ai margini. E questo anche in termini di benefici economici. Puntare sulle fonti di energia rinnovabili significa infatti puntare sull’innovazione tecnologica, sulla nascita di nuove imprese e di nuovi posti di lavoro. Prendiamo l’esempio proprio dell’energia solare. La Germania, paese non certo paragonabile all’Italia riguardo alle potenzialità legate all’energia solare, ha 30 volte il numero di pannelli solari rispetto a noi. In Italia la metà dei pannelli è concentrata nella provincia di Bolzano. E’ chiaro che bisogna cambiare. Il PD ha fatto dell’energia solare un tema cardine delle sue politiche per l’ambiente, cercheremo, anche all’opposizione di onorare questo impegno”.

Il prezzo del petrolio non accenna a fermarsi, ormai sfiora di 120 dollari al barile. Forse è finalmente arrivato il momento di cambiare?
“Nella storia recente ogni volta che il prezzo del petrolio è salito a livelli vertiginosi vi è stata la spinta che ha consentito di puntare sull’innovazione tecnologica. Oggi il problema è duplice, poiché al caro-petrolio si somma quello dell’impatto che il petrolio ha sull’ambiente e sui cambiamenti climatici. Entrambi questi problemi sono particolarmente rilevanti per un Paese come l’Italia che importa tutta la quantità di petrolio che consuma e che, specie per la posizione geografica che occupa, è particolarmente esposto alle conseguenze dei mutamenti repentini del clima. Il nostro Paese ha tutto l’interesse a puntare su altre forme di approvvigionamento energetico”.

In Italia l’ambientalismo, soprattutto in politica, è sempre coinciso con una visione un po’ antisistemica. L’ambientalismo del fare, lanciato dal PD in campagna elettorale si propone di uscire da questa visione. Come?
“Storicamente l’ambientalismo è stato contraddistinto da diverse fasi. Oggi è arrivato il momento in cui è necessario che l’ambientalismo sia in grado di proporre misure che governino i giganteschi cambiamenti a cui stiamo assistendo. Non ci deve limitare a denunciare i rischi e ad opporsi a tutto ciò che è coincide con la modernità, siano essi impianti di energia eolica, impianti di energia solare, rigassificatori. Certo, non tutto va bene, dei ‘no’ vanno detti in maniera netta e chiara. Il ‘no’ a priori, però, non trova soluzioni, anzi, alimenta il problema. E oggi il mondo, il nostro Paese, hanno grande necessità di affrontare i problemi”.

Condividi