cose che scrivo, interventi

“25 aprile: a scuola di democrazia”

Intervento dell’on. Manuela Ghizzoni alla celebrazione della Festa della Liberazione a Mirandola.

«Ritrovarci oggi, 25 aprile, non significa semplicemente celebrare – come è giusto che sia – l’evento fondativo della nostra storia repubblicana.

E nemmeno si esaurisce nel ricordare il buco nero rappresentato dal nazifascismo, dalla tragedia della II Guerra Mondiale e dall’orrore della Shoah e, contemporaneamente, nel rammentare quanti ebbero il coraggio di opporsi all’occupazione e alla Repubblica di Salò, come i gappisti del distaccamente Bruni e i partigiani della divisione Sap Remo e nell’onorare quanti persero la vita in combattimento o per atroce rappresaglia, come accadde ai 5 giovani mirandolesi impiccati per l’uccisione di un soldato tedesco.

Ma essere qui oggi, significa anche riflettere sulle radici della nostra democrazia e proprio da qui voglio partire per tirare quel filo che connette la Lotta di Liberazione alla Costituzione, alle Istituzioni repubblicane e, soprattutto, alla nostra vita democratica, di pace e in libertà.

La sconfitta del fascismo ha infatti segnato l’inizio di una nuova epoca, l’affermazione della democrazia come sistema ideale di convivenza civile, in grado di coniugare libertà e uguaglianza, interesse privato e bene comune. Ciò che noi italiani conquistammo allora, grazie agli eserciti alleati e ai patrioti della Resistenza, non fu solo la liberazione dall’Occupazione nazifascista; conquistammo soprattutto la possibilità di creare una nuova vita nazionale, una nuova morale nazionale, basata sulla dignità umana, su un inedito modo di intendere le relazioni tra individui e l’organizzazione della società. Esattamente come è stato scritto nella nostra Carta costituzionale, che quest’anno taglia il traguardo dei sessant’anni di vita.

Aveva ben ragione, a questo proposito, Piero Calamandrei a sostenere che il pellegrinaggio nel luogo dove è nata la nostra Costituzione andava fatto non negli archivi, ma ovunque i partigiani caddero, furono imprigionati o impiccati. Dovunque fosse morto un italiano per riscattare la libertà e la dignità: lì è nata la nostra Costituzione.

La Resistenza combattuta dai partigiani; quella dei militari, abbandonati a loro stessi dopo l’8 settembre, trucidati come accadde a Cefalonia o deportati in Germania non come prigionieri di guerra ma come traditori; quella di sabotaggio e degli scioperi esercitata degli operai; quella di sostegno logistico e organizzativo alle formazioni partigiane intrapresa dalle donne, quando non divennero loro stesse combattenti; quella attuata dai tanti parroci e religiosi e dai tanti civili che vollero dare aiuto agli antifascisti e agli ebrei perseguitati, come Don Sala e Odoardo Focherini, che abbiamo onorato poco fa: tutte queste Resistenze ebbero dunque come esito conclusivo l’instaurazione di un regime democratico e di un nuovo assetto istituzionale, politico e sociale, nel quale tutto il popolo può effettivamente, liberamente e responsabilmente prendere parte alle decisioni collettive.

Quando parliamo di Resistenza, quando celebriamo il 25 aprile come anniversario della Liberazione, quando ricordiamo il sacrificio dei partigiani e dei tanti che ebbero il coraggio di schierarsi e di combattere contro il nazifascismo, allora noi non rievochiamo semplicemente un passato lontano, ma parliamo del presente, dell’Italia di oggi. E soprattutto parliamo dei fondamenti della democrazia italiana scritti nella Costituzione, che non si esaurisce in un elenco di precetti, perché essa non è semplicemente la carta delle «regole»: è soprattutto la carta dei «valori» identitari della nostra Nazione e della nostra convivenza civile.

È bene qui ricordare il lavoro straordinario svolto dai deputati dell’Assemblea costituente e dai partiti che – allora assai meglio di oggi e nonostante le diverse formazioni e impostazioni culturali, spesso antitetiche – furono soggetti attivi della ricostruzione materiale e morale del Paese e seppero interpretare l’istanza avanzata dal popolo italiano di avere una Costituzione unificante, una Costituzione che racchiudesse un patto pacificatore. I deputati dell’Assemblea riuscirono infatti in quello che è stato definito il “miracolo costituente”, cioè riuscirono a “ricercare – per dirla con le parole di Togliatti – quell’unità che è necessaria per poter fare la costituzione non dell’uno o dell’altro partito, non dell’una o dell’altra ideologia, ma la costituzione di tutta la nazione”. Furono in grado di confluire verso un terreno comune perché si riconobbero in alcuni principi considerati imprescindibili, che erano stati indicati loro dalla tragica esperienza della dittatura fascista e della guerra e poi dalla sperimentazione della Lotta di Liberazione: i valori di solidarietà, di libertà, di uguaglianza, di giustizia, di convivenza civile. Insomma, i valori del vivere democratico. E quel carattere di durevolezza che contraddistingue la nostra Costituzione non deriva solo dall’essere un testo profondamente meditato, discende proprio dall’essere stato largamente condiviso: per questo motivo tutti noi, in esso, ci riconosciamo.

Pertanto, credo vadano fermamente condannati i tentativi di banalizzare la data del 25 aprile, o di considerarla priva di significato o, nel peggiore dei casi, di ritenerla patrimonio esclusivo di una sola parte politica, così da delegittimarne il lascito diretto, cioè la Costituzione. Eppure, a più di sessant’anni di distanza, ci si aspetterebbe uno sguardo più distaccato e obiettivo su quella stagione della nostra storia nazionale. Le nuove acquisizioni della ricerca storica – avviata anche dagli stessi Istituti storici della Resistenza – e la non più differibile necessità di sottrarre le valutazioni sulla Resistenza dai condizionamenti della propaganda, potrebbero contribuire alla formulazione di giudizi più sereni, ma soprattutto esenti da un uso politico della storia che ha finora pregiudicato sia la verità, sia la prospettiva di una democrazia compiuta. E invece siamo ancora costretti a registrare la mai sopita tentazione di rimettere in discussione verità storiche che credevamo acquisite una volta per tutte, la velleità reiterata di riscrivere la Storia per piegarla alle convenienza di parte del presente.

Permettetemi di raccontarvi un episodio, che trovo particolarmente emblematico. Poco più di un anno fa, in Commissione Cultura della Camera, presentai e discutemmo una risoluzione che impegnava il Governo a sollecitare tutti i mezzi di informazione ad intraprendere campagne contro la falsificazione e la negazione dello sterminio degli ebrei e degli oppositori al nazismo; a sollecitare nelle scuole lo studio approfondito e critico del Novecento; a sostenere, anche finanziariamente, i luoghi della memoria della deportazione politica, razziale e militare. La risoluzione fu approvata a maggioranza e non all’unanimità, tra le proteste del centrodestra. Sapete perché? Perché in un passaggio del testo si faceva riferimento alla lotta di Liberazione contro il nazifascismo come atto fondante della democrazia repubblicana.

Purtroppo, non si tratta di un episodio isolato, o tanto meno estemporaneo, bensì di una cultura diffusa che oggi, nel mutato clima politico, trova nuovo alimento.

Il divieto di eseguire “Bella ciao”, imposto alla banda comunale dal sindaco di Alghero con la motivazione che sarebbe una canzone di parte (senza sapere che divenne inno della Resistenza solo negli anni ’50, perché non era un canto comunista), o la decisione del sindaco di Milano di non partecipare alle celebrazioni del 25 aprile, o la richiesta del senatore Gustavo Selva di abolire la festa del 25 aprile in quanto suggello di una Storia non condivisa o ancora l’invito del senatore Marcello Dell’Utri a riscrivere i manuali di storia perché condizionati dalla retorica della Resistenza: sono tutti segnali inequivocabili di un attacco politico e culturale – condotto in modi e stili diversi – contro uno dei pilastri dell’Italia Repubblicana. L’ennesima prova di spaccare il Paese e spezzarne la Storia, censurando i capitoli principali del racconto che narra della nascita della Repubblica dalla Resistenza e del riscatto della Nazione dalla vergogna del fascismo.

Fascismo che, è bene ricordarlo, non fu solo complice della barbarie nazista ma fu soprattutto una dittatura, che abolì le libertà individuali e associative e obliterò la democrazia rappresentativa; che mandò gli oppositori politici in carcere e al confino, dopo processi farsa celebrati in tribunali speciali; una dittatura che macchiò l’Itlia dell’ignominia delle leggi razziali e portò il Paese ad affontare una guerra tanto velleitaria quanto rovinosa.

E allora, mai abbassare la guardia contro i tentativi di riscrivere la storia facendo piazza pulita della Resistenza. I tentativi spregiudicati, quanto faziosi, di condizionare politicamente la “memoria pubblica” tendono ad un pericoloso scambio di ruoli e di parti, a confondere le responsabilità, a mettere sullo stesso piano la lotta partigiana per la democrazia e la guerra del fascismo repubblichino. Non è possibile alcun relativismo su quella pagina di storia. Furono i Repubblichini a combattere dalla parte sbagliata, complici dei nazisti non solo nella deportazione degli ebrei e degli oppositori al Regime, ma anche nelle efferate stragi di civili che così duramente segnarono la parte conclusiva dell’Occupazione, complici nella cosiddetta “guerra ai civili”, culminata con il massacro più grave della storia d’Italia, i 770 morti di Marzabotto.

Le parole possono avere destini diversi: consumarsi nella retorica e svuotarsi di senso oppure mantenersi vive nel legame con il loro contenuto materiale.

A chi vorrebbe liquidare la Resistenza come mitologia o archeologia, noi rispondiamo che questo Paese – e tutto ciò che gli italiani hanno costruito e realizzato in oltre 60 anni di libertà – ha il suo atto fondativo in quella stagione di lotta e di passione civile. Pertanto dobbiamo scongiurare la perdita di memoria collettiva e sventare qualsiasi prova di archiviare questo capitolo di storia che non è patrimonio di una parte politica, ma della Nazione nel suo insieme. Opporsi alla smemoratezza vuol dire rinnovare giorno dopo giorno l’attualità di quell’etica civile – fondata sui valori della pace, della libertà e della giustizia – che spinse migliaia di uomini e donne a ribellarsi al Regime: un’etica civile che Luigi Meneghello, l’autore de I Piccoli maestri, definì come “la perfetta coincidenza tra ciò che volevi fare con ciò che dovevi fare”. Contrastare la smemoratezza significa educare alla pratica quotidiana della democrazia; promuovere la conoscenza di un sistema politico e istituzionale che è anche modello di civiltà, punto di convergenza delle grandi tradizioni di pensiero dell’Occidente.

Non solo tra i giovani, ma anche tra i tanti cittadini stranieri che oggi arrivano nel nostro Paese in cerca di lavoro, di benessere, di libertà per loro e per i loro figli. Anche a loro dobbiamo proporre, nel rispetto delle tradizioni e delle culture, il sistema di valori nato per garantire i diritti universali di uomini e donne e che trova nella Carta costituzionale italiana una delle sue massime espressioni.

D’altra parte, dobbiamo guardarci da un altro rischio, quello di ridurre il passato a retorica, a vuota celebrazione, come già paventava Giorgio Amendola più di 30 anni fa. Anche questa è, a suo modo, una forma di oblio perché nella rievocazione ridotta a cerimonia e a sventolìo di bandiere va persa la carica vitale degli ideali, la passione di uomini e donne in carne e ossa, il contenuto materiale di una Costituzione che porta il marchio indelebile della Resistenza.

Siamo vissuti per molto tempo nell’illusione che la virtù democratica potesse svilupparsi da sola: oggi sappiamo che non è così, purtroppo. L’assuefazione alla democrazia può portare alla noia e persino al rigetto, soprattutto se compare qualcuno che promette di più, più facilmente e rapidamente di quanto non possa ottenersi attraverso le complesse e faticose regole della democrazia. L’antidoto è la crescita di un’opinione pubblica consapevole perché la democrazia, a differenza di tutte le altre forme di governo, non può farne a meno.

Il compito che oggi ci troviamo di fronte è dunque quello di educare alla democrazia, alle sue ragioni e alle sue origini; costruire un ponte tra generazioni (e tra culture) affinché le motivazioni e l’etica civile che animarono i Resistenti di allora, soprattutto giovani, siano comprese dai giovani d’oggi e ne condividano la tensione per la dignità umana, la giustizia, il progresso sociale. Si tratta di un’etica appropriata e attuale anche per l’Italia contemporanea, dove la disuguaglianza sociale, i diritti negati, la mafia, la disoccupazione, la povertà, l’ingiustizia e l’ostilità per le diversità culturali e religiose rappresentano ancora ostacoli impegnativi alla piena attuazione della nostra democrazia.

Ostacoli che possono essere rimossi a condizione che in noi, ma soprattutto nei giovani, sia forte la capacità di indignarsi, sia forte il desiderio di mettersi in gioco per il bene comune. Resta attualissimo il messaggio di Giacomo Rivi, partigiano che poche ore prima di essere ucciso a soli diciassette anni in piazza Grande a Modena scriveva: “la cosa pubblica è in noi stessi. Badate che questo è successo – e si riferiva al disastro della guerra e del fascismo – perché non ne avete più voluto sapere”.

A noi spetta il compito di attuare l’insegnamento di quel giovane piccolo maestro, facendo in modo che la scuola e la comunità educante, rappresentata dalla società intera, mettano i ragazzi nelle condizioni di essere forti, di “voler sapere” che è la prima assunzione di responsabilità verso la società, verso gli altri, e anche di rifiutare, di opporsi, di indignarsi.

Ma educare alla cittadinanza non è impegno di poco conto nell’Italia di oggi e, badate, non è un problema delle sole scuole di Napoli, come qualcuno potrebbe pensare dopo che sono stati resi pubblici alcuni temi scritti da ragazzini napoletani, che in qualche modo legittimano la camorra.

Purtroppo, nella società contemporanea la cultura dell’illegalità si diffonde sempre più, mentre l’attribuzione di senso alle regole fondamentali della convivenza civile si affievolisce. Così, troppo spesso, la scuola si trova a contrastare, in solitudine, codici comportamentali, sistemi di riferimento e disvalori sempre più spesso assunti dai giovani e dalle loro famiglie come modelli di vita quotidiana.

Il lavoro da compiere è tanto e urgente: il rischio che corriamo non è solo la perdita di credibilità nelle istituzioni e nello Stato, è piuttosto lo smarrimento dei valori di cui si sostanzia la coscienza dei singoli e su cui si basa la coesione sociale, lo spirito civico. Si rischia cioè di smarrire la meta, scritta nell’art. 2 della Costituzione, a cui deve tendere il progresso della società italiana, nelle sue componenti istitutzionali e di popolo: la garanzia dei diritti inviolabili che si salda con l’adempimento dei doveri inderogabili secondo il principio di solidarietà. Esattamente come fecero coloro che scelsero la Resistenza opponendosi al nazifascismo.

La giornata odierna, quindi, non deve essere solo dedicata al ricordo, ma al futuro, perché la memoria dei caduti della Resistenza e il loro insegnamento ci indicano esattamente l’agenda della nostra azione prossima, che dovrà essere dedicata alla giustizia e alla coesione sociale, alla solidarietà, al rispetto della dignità umana e all’attuazione della Costituzione.

Pertanto, il ricordo della Resistenza non è solo culto della memoria ma spinta al rinnovamento politico e civile del Paese, un riferimento sicuro nel tempo incerto che stiamo attraversando.»

 

5 Commenti

  1. Marco dice

    Ciao,
    concordo con voi. Sono uno degli elettori romani di sinistra che non hanno votato al ballottaggio (votare Alemanno non ce la facevo). Perchè?
    Girate per Roma e vedete cosa ha combinato il “nostro” segretario: degrado, baraccopoli, fatiscenza, immondezza ovunque, palazzinari e colate di cemento, strade disastrate e marciapiedi distrutti. Fango e miseria. Veltroni è stato un pessimo sindaco, sarebbe un pessimo primo ministro.
    Vogliamo una sinistra vicina alla gente, non la sinistra dei circoli esclusuvi, degli appalti, degli affari nei quartieri in e del degrado tra i poveri!

  2. Paola dice

    Calma ragazzi.
    A fare come dite voi (stefano 1 e 2) si va certamente verso una morte sicura.
    Perchè parlate solo di ROma e non di Vicenza?
    Non pensate sia più costruttivo stare con la gente, preparare le prossime elezioni amministrative con responsabilità e coerenza, puntando sul già fatto “ma anche” sui progetti futuri, attraverso candidati preparati, che ricuotano fiducia e consensi.
    Attraverso programmi condivisi, discussi e ridiscussi con e tra la gente.
    Dobbiamo riscoprire il piacere di ascoltare le istanze dei cittadini, anche se non ci piacciono anche se sono in contrapposizione con i nostri progetti di amministrazione e dobbiamo essere sinceri perchè anche qui dove il 25 aprile è stato un giorno di festa con le piazze piene, si corre il rischio di una deriva populista che tanto fa presa oggi su tanti.

  3. Stefano dice

    Con Veltroni sconfitte sicure.
    Bersani forever!

  4. Stefano dice

    E intanto la saggia politica di Veltroni regala anche Roma ad un ex-missino. E’ la prima sconfitta della sinistra al Comune di Roma e qui non ci sono Lega e Padania per giustificare il disastro.

    Via Veltroni subito. Come ho già scritto in un altro commento, il segretario (speriamo presto dimissionario) non ha creato alcun bipartitismo, ha semplicemente devastato il centrosinistra, creato una situazione nella quale non sarà mai possibile alcuna alternanza e regalato l’Italia alla destra per i prossimi 20 anni.

    Dimissioni e ricostruzione subito. 6 mesi di ciclone-Veltroni hanno già fatto troppi danni.

  5. Annamaria dice

    Manuela, in questo suo intervento, è stata capace di coniugare la Storia con i comportamenti degli individui, i Valori con la necessità di essere vissuti, la Costituzione come risultato non solo di un’opera di Resistenza al nazifascismo, ma anche come capacità dei Costituenti di scrivere parole “aere perennius”; come diceva Orazio, “Ho costruito un monumento (con le mie parole) più duraturo del bronzo”.

    Per me questo 25 aprile è stato ben più di una giornata “speciale”. Veniva dopo il 22, Giorno della Terra.
    Si tratta di una data anch’essa di Resistenza.
    Perchè abbiamo ammalato il nostro Pianeta e, ciò nonostante, in tanti continuano allegramente a danzare sulle sue macerie, senza assumere quei piccoli comportamenti quotidiani che darebbero un contributo significativo. La famosa goccia che insieme a tante altre gocce forma il mare.
    Chiudere il rubinetto aperto inutilmente, differenziare i rifiuti, chiedere alle aziende di distribuzione di fornire cibi non confezionati, acquistare elettrodomestici a basso consumo sono piccole azioni di resistenza.
    Resistenza per sentirsi parte di un tutto.
    Può essere inserita anche qui la bellissima frase riportata da Manuela (e non sembri irriverente o minimizzante) “la cosa pubblica è in noi stessi. Badate che questo è successo perché non ne avete più voluto sapere”.

    Il 24 aprile a Migliarina i ragazzi dell’ANPI hanno organizzato uno spettacolo delizioso intitolato “Finalmente liberi!”. E’ stato un viaggio a ritroso in una Carpi appena liberata, con ragazzi fra i 20 ed i 30 anni che parlavano con le voci di allora, che cantavano e suonavano magistralmente i brani di allora. Un tuffo nel passato, dolce e a tratti malinconico.
    Ma che meraviglia vedere ragazzi che scelgono questo repertorio e questa data per rivisitarlo e farlo proprio! La chiusura con un’esecuzione struggente di “Oltre il ponte” mi ha commosso, per la coscienza di quanti “ponti” abbiamo attraversato e dobbiamo ancora attraversare.

    Il 25 ero ad ascoltare Castagnetti in Piazza. Bandiere e tante persone. Molte teste bianche, tenaci, ancora lì, nonostante gli acciacchi. Ho apprezzato il discorso, specialmente nella parte conclusiva: una frase di Moro che chiudeva così: “La Storia non deve essere riscritta. La Storia è GIA’ scritta”
    Una risposta chiara a dell’utri ed a berlusconi, come ha scritto ieri sul Corriere, con la solita schiettezza, Giorgio Bocca: «Non fingiamo di credere che si tratti di un genuino desiderio di unità nazionale sulla Liberazione. La prova? Dell’Utri che vuole riscrivere i libri di storia». Allora di che si tratta? «Pura convenienza politica. Berlusconi ha sdoganato i fascisti portandoli al governo. Fini presiederà la Camera, così pare. E quindi deve giustificarli, questi fascisti, a pieno titolo»

    Poco più in là, fra il Portico del Grano e il Municipio, una lunga fila di teste giovani, ordinata, composta: quasi fossimo in Inghilterra. Erano i firmatari delle 3 proposte di referendum di Grillo sull’informazione.
    Dopo avere speso i giorni precedenti in tante riflessioni, mi sono messa in fila anch’io, senza alcun disagio o distacco, a difendere l’articolo 21 della Costituzione, perchè di questo si trattava.
    Non mi importa (anche se mi irrita) che ci siano denigratori che fanno di tutta un’erba un fascio. Non mi interessano i giornalisti che sentenziano da Parigi, come Merlo.
    Io, “testa pensante da me stessa”, ho firmato perchè, da cittadina Italiana, esigo un’informazione sana, così come era anche scritto e promesso nei Governi dell’Ulivo e dell’Unione, così come era scritto nelle proposte di legge ancora giacenti in Parlamento, così come io credo sia NECESSARIO per ribaltare questo appiattimento che ci anestetizza.

    Al ritorno a casa, dopo un salutare giro nelle nostre campagne in bicicletta, ho acceso il satellite: volevo vedere con i MIEI occhi cosa stesse succedendo a Piazza San Carlo. Da un pezzo, con l’età, ho smesso di “delegare” nell’informazione…
    Non so, forse sono stata “fortunata”, ma ho sentito gli interventi di Travaglio, Capossela e Maria Fida Moro.
    Sono stati 3 momenti diversi tra loro, ma di VERA voglia di vivere la Costituzione: Travaglio ha “spiegato” che nel sistema giornalistico i “bravi giornalisti” spesso, oggi, o non lavorano, o diventano famosi perchè vanno sotto scorta (chi conosceva il nome di Rosaria Capacchione del Mattino?) o scrivono libri che vendono milioni di copie.
    Ha spiegato che l’eliminazione della legge gasparri sarebbe una rivoluzione copernicana per questo nostro sistema di informazione – formazione anomalo e perverso.
    E ancora mi chiedo, arrabbiata, PERCHE’ non è MAI stato affrontato come elemento primario il conflitto di interessi… perchè dovrebbe essere una cosa indicibile che berlusconi crea consenso attraverso la sua potenza mediatica… perchè abbiamo permesso che, dopo quasi 15 anni, non suscitasse “scandalo nazionale” l’eroismo di un mafioso ergastolano come mangano… perchè non ci alziamo tutti insieme a gridare il nostro sdegno invece di dover cercare le “notizie” sempre più nascoste, se non rimosse… perchè dobbiamo subire dei tg pubblici con servizi narcotizzanti fatti di stupri (ogni giorno 4 donne 4 vengono violentate, ma adesso, viste le elezioni del sindaco, si DEVE parlare SOLO, pro-alemanno, di quella di Roma; quelle povere prostitute nei sacchi di Lecco sono già scomparse), di delitti visti e rivisti e mai conclusi, di salme di santi ricostruite da esperti di madame Tussaud (ma la devozione non dovrebbe essere per lo Spirito?) e di interviste alla “gggente” su tutto, dal traffico ai rincari, dalle vacanze alla ferilli, dal tempo alle ville al mare così care…
    Ma è INFORMAZIONE, questa???
    Se togliamo Report e poco altro, che ci resta?
    Ho visto online che oggi nè l’Unità, nè il Corriere, nè Repubblica mettono in prima pagina i 50.000 di Torino e il mezzo milione di firme raccolte Grillo: credo siano scelte editoriali miopi.
    Celare la notizia è peggio che dare una piccola notizia.
    Inoltre, quei giovani del Portico del Grano erano, sono “nostri”. E non erano CONTRO le parole di Castagnetti, anzi, pareva ne fossero la diretta conseguenza.
    Chi firmava non voleva mollare davanti a chi possiede o controlla i media, magari non utilizzando più le stamperie clandestine o le piccole radio, ma Internet.
    Ignorare questo fenomeno è perdere una parte SANA del consenso, così come è già successo per la NON soluzione dl conflitto di interessi.
    Ho letto però, sempre sull’Unità, che finalmente Veltroni ha affrontato il problema per DARE NOTIZIE VERE attraverso una TV “indipendente” da quel sistema assurdo che, comunque, è frutto di 15 anni 15 di politica distorta.
    Mi pare un’OTTIMA notizia, da caldeggiare e sostenere.
    Ma non è però ASSURDO che si su 6 reti nazionali se ne debba creare una “decente”? Non fa star male una cosa così?
    Dov’è che eravamo nella classifica per la libertà di stampa? Dopo il Burkina Faso?
    Probabilmente siamo scesi… e scenderemo ancora nei prossimi anni…
    Mi sembra un argomento da riprendere e da discutere, senza girare la testa dall’altra parte. Chi cresce le giovani generazioni a “tronisti e veline” e non se ne lamenta, è corresponsabile.
    Chi accetta che la Rai (per la quale paghiamo il canone) sia gestita non dai “migliori” dei vari settori, ma da politici spesso incompetenti quando non devastanti, è corresponsabile.

    Proseguendo, ho sentito una frase di Capossela molto bella: “Il 25 aprile è la data più importante dell’anno, anche del mio compleanno”.
    L’ho trovato molto bello, molto intimo, molto italiano, molto come IO vivo l’italianità.

    Alla fine Maria Fida Moro, che io non conoscevo se non per qualche articolo o apparizione, ha fatto un intrvento “leggerissimo, ma potentissimo”, in netto contrasto con tutti i vaff precedenti (un classico da Piazza numericamente imponente).
    Ha parlato di coscienza individuale, di sopportazione e superamento del dolore e delle angosce quotidiane in nome di un Senso di Valori personali e civili condivisi.
    Ha parlato della leggerezza della piuma della Dea egizia Maat, che veniva posta sulla bilancia dei morti, a fare da contrappeso al cuore del defunto.
    La bilancia doveva stare in equilibrio ed il cuore doveva quindi essere privo di lordure e peccati e mancanze, come la piuma di Maat.

    Resistere, resistere, resistere: abbiamo fatto nostro il triplice grido di Borrelli; Ora e sempre resistenza: abbiamo fatto nostra quella scritta sui nostri muri, ma è nell’impegno quotidiano, nella cultura, nella coscienza di fare bene ed onestamente, di vivere non come isole, ma come pezzi di un meraviglioso e fragile castello di carte.
    Dal 25 aprile 2008 deve essere Resistenza, senza pregiudizi o timori, senza superare i limiti della legalità, ma difendendo la legalità, prima che la seppelliscano per sempre, con la nostra dignità.

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