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«Secondo l’Istat nel 92,5% dei casi le donne non denunciano. Tre milioni di vittime tra vergogna e silenzio», di Cinzia Sasso

Sono quasi tre milioni in Italia le donne che hanno subito violenze in famiglia. Donne che hanno studiato, che hanno un lavoro, che hanno figli, genitori, amici: non emarginate, povere, disperate. Donne che al mattino vanno in ufficio e al pomeriggio accompagnano i bambini ai giardini, le maniche lunghe a nascondere i lividi, il sorriso stampato per forza. Donne che nel silenzio hanno subito stupri nel letto coniugale, botte, minacce, ma anche violenza più sottile: la firma negata sul conto, i soldi con il contagocce, le offese, l´annullamento della personalità «sei uno zero, non sai fare nulla». Donne che – spiega l´Istat – nel 92, 5 per cento dei casi non denunciano quello che accade; che se chiedono giustizia alla fine l´ottengono solo nell´1 per cento dei casi e che forse anche per questo nel 33,9 per cento subiscono in silenzio, senza parlarne neppure con i familiari; che nell´80 per cento pensano che la violenza subita dal partner non sia un reato; che per il 44, 5 si sentono solo impotenti. Donne che non hanno paura ad uscire di casa, ma che la sera, dopo il lavoro, hanno il terrore a rientrarci. Donne invisibili, vittime di uomini al di sopra di ogni sospetto.
Carla è una di loro. Ha 42 anni, una laurea triennale, un lavoro da insegnante, due figli.Racconta: «La prima volta che mi ha picchiata avevamo parlato di un amico comune. Lui diceva che facevo la sciantosa. Mi ha trascinata giù dalla macchina tirandomi per i capelli, mi ha spinta su in casa, mi ha sbattuta davanti allo specchio. Ecco, guardala, la vedi la tua bella faccia, diceva. Io adesso te la rovino». Carla dice che non si ricorda quanto è passato: ricorda solo i calci, i pugni alla pancia, le sberle. Non ricorda le lacrime: «No, non so nemmeno se ho pianto. È che quando succede sei così annichilita che resti paralizzata, hai talmente tanta paura che accada qualcosa di peggio che tenti solo di limitare i danni». Poi lui ha finito. E si è seduto davanti alla televisione.
Carla e le altre. Quasi il ritratto in carne ed ossa di quello che statistiche raccontano coi numeri: aveva un uomo che ha amato più di se stessa, vivevano insieme in una bella casa; lui faceva l´imprenditore, era un tipo seducente, intelligente, generoso. Capitava che dopo i pestaggi le recapitasse in ufficio dei fiori e un biglietto «sai che sei l´unica donna per me». Il censimento dell´Istat fotografa proprio questo, la violenza domestica, ed ha portato alla luce una realtà che si nasconde dietro le mura protette di casa. Di quel lavoro Linda Laura Sabbadini, direttore generale, ha parlato anche all´Onu: perché l´Italia, in quanto a ricerca, su questo terreno è più avanti di tutti gli altri Paesi. Dice: «È un´indagine difficilissima perché va a rompere un impenetrabile muro di silenzio. L´immagine che passa è che il pericolo venga dal branco, dal bruto che incontri per caso, invece il 69 per cento degli stupri sono opera del partner, avvengono dentro il luogo più “sicuro”, quello della “pace” domestica». Laura Da Rui è un avvocato: «I media danno un´eco spropositata a quello che succede per strada e chiudono gli occhi sul dentro. Su duecento casi di violenza che ho seguito, solo quindici sono avvenuti fuori, tutti gli altri in casa. E avvengono in una solitudine pazzesca: sono fatti privati, non li riconoscono i parenti, i vicini, gli amici. Ecco perché i pacchetti sicurezza non servono a niente: perché torni a casa e il problema lo hai lì, dove il maltrattamento è mischiato all´amore, dove il groviglio dei sentimenti rende tutto più opaco e ancora più terribile». Ancora Carla: «Bastava poco. Stupidaggini. Tipo che io metto un pizzico di zucchero nel sugo di pomodoro e lui si arrabbiava, cretina, “non sai fare niente”, mi urlava. O una volta che ho tirato fuori dal freezer il pezzo di carne sbagliata: mi ha lanciato addosso una bottiglia, “tu non hai il cervello, adesso la paghi”. Via via ho cominciato a vivere con la paura. E più tu hai paura, più lui ha potere. Avevo sempre le antenne, stavo in guardia, mi sentivo sul filo, in qualsiasi momento poteva scattare la furia».
Dappertutto, negli ultimi anni, sono nati dei centri anti-violenza. Solo in Lombardia sono quindici, ma ce ne sono dal Friuli alla Sardegna. Alcuni hanno nomi fantasiosi: «Iotunoivoi», «Zero tolerance», «Centro Lilith». Il primo è stato, a Milano, nell´´88, la Casa delle Donne maltrattate; da allora ha seguito 20mila casi. E vent´anni dopo Marisa Guarneri, la fondatrice, non si dà pace: «È ancora sbagliato l´approccio: ci si chiede perché le donne accettano di essere picchiate, ma bisognerebbe chiedersi perché gli uomini hanno bisogno di picchiare. Da noi passa un mondo assolutamente trasversale. E quando le donne sono autonome, quando hanno un lavoro e possono allontanarsi, allora gli uomini sono più incazzati e diventano più cattivi». Uomini che Guarneri chiama «gli insospettabili». Quelli che «all´esterno sembra che sia tutto normale, ma la normalità accade che sia questa: soprusi, distruzione della personalità. La violenza in famiglia ha tante facce e il dramma è che non suscita clamore. Sui giornali finisce solo il caso di quella ammazzata».
Tutto è un problema. Per Carla anche il successo sul lavoro: «Mi diceva, per forza sei brava, basta che mostri le tette». E i figli: «Hai cresciuto dei selvaggi, sei una madre di merda». La seconda volta, per lei, le botte arrivano in macchina: «Trenta chilometri di pestaggio, non mi ricordo nemmeno il perché. Poi mi ha detto sistemati, che andiamo a prendere l´aperitivo. La terza è perché non avevo dato da mangiare ai cani. E lui: “ma perché devo massacrarti?” Era in mutande, aveva appena fatto la doccia, mi aveva appena detto che aveva fatto sesso da solo. Bastarda, sei una porca, ti mangio le budella, perché mi costringi a fare così? Io in un angolo, e lui calci, pugni, schiaffoni. Quella è stata anche l´ultima volta». Storie così arrivano ogni giorno a Cerchi d´acqua, una cooperativa sociale fondata da Daniela Lagormasini che accoglie tra le 6 e le 700 donne l´anno: «Il primo stereotipo da confutare è che questa condizione riguardi solo le emarginate, quelle povere e ignoranti. Si parla tanto di salvaguardia della famiglia, ma quello che vedo dal mio osservatorio è che spesso nella famiglia c´è la cultura della prevaricazione, del non rispetto dell´altra». I numeri confermano le sue parole: quasi il 20 per cento delle vittime sono laureate; il 17, 3 ha un diploma superiore; il 23, 5 per cento è fatto di dirigenti, libere professioniste, imprenditrici.
Guarneri, sconvolta dalle reazioni di «punizione etnica» sollevate dai clamorosi casi di cronaca recente, ha lanciato un appello agli uomini: «Sono abituata a vedere giovani donne diventare il capro espiatorio dei problemi della propria famiglia, abusate in silenzio. E intanto si parla di esercito nelle città. E mi chiedo: dove sono gli uomini contro la violenza? Perché non mettono alla gogna tutti gli uomini che terrorizzano, umiliano, perseguitano, donne colpevoli solo di cercare la propria libertà?». Uomini che stanno nelle nostre comode case più spesso che nelle roulotte.
C´è stata, ricorda Alessandra Kustermann, ginecologa, fondatrice di SVD, soccorso violenza domestica della Mangiagalli, una campagna di pubblicità progresso che era perfetta: «Quella donna piena di lividi, che diceva “è stato un tappo di champagne”. Ecco, quella è la realtà quotidiana. Quella familiare è la violenza più infida perché viene pervicacemente negata, anche a se stesse. Tante di quelle che finiscono qui arrivano a pensare: se mi picchia perché è geloso, allora mi ama. E per rendersi conto hanno bisogno di anni». Carla, a capire, ci ha messo tre anni: «Resta l´uomo che ho amato di più al mondo. Ma è l´uomo che ha rischiato di distruggermi. Adesso, solo adesso che ho avuto il coraggio di uscirne, mi sento di nuovo una persona».
Da Repubblica 26.05.08

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