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“La nostra opposizione al vero volto del Governo” di Marina Sereni

 
Per noi, riformismo significa rendere più competitive le imprese e contrastare contemporaneamente la precarietà nel lavoro. Per noi, riformismo significa aiutare le aziende italiane a stare nei “mercati globali” senza mettere in pericolo la vita dei lavoratori, anzi facendo della sicurezza nelle fabbriche e nei cantieri un criterio di efficienza e di qualità. Per noi, riformismo significa cambiare la Pubblica Amministrazione con il concorso e il consenso delle tante competenze che vi lavorano, destinando all’innovazione e alla qualità del servizio le risorse necessarie, isolando così i fannulloni e rispondendo alle domande di tanti cittadini. Per noi, riformismo significa migliorare la scuola e la sanità pubblica, riducendo le spese improduttive, ma insieme investendo sulla modernizzazione di questi servizi…Dopo poco più di due mesi dall’insediamento del governo Berlusconi diventa ogni giorno più chiara la differenza sostanziale tra il PD, il nostro impianto, la nostra idea dell’Italia e della sua crescita e quello che il centrodestra cerca di far passare per “riformismo”. In particolare nei primi provvedimenti del governo si intravede una filosofia, più prudente di quella del periodo 2001-2006, ma ispirata dalla stessa cultura. Al sistema economico e produttivo del Paese non si propone nulla, non si dà nulla (in termini di risorse, di facilitazioni, di servizi), in effetti non si chiede neppure nulla. C’è una crisi drammatica alle porte – dice scuro in volto il Ministro Tremonti – non ci possiamo fare nulla perché l’origine è fuori dai nostri confini, blindiamo i conti pubblici tagliando le spese in maniera generalizzata e cieca (per i poveracci perché comunque qualche euro per le fasce sociali più alte si trovano sempre come nel caso dell’ICI) e aspettiamo che l’uragano passi. In cambio al sistema delle imprese in effetti si concede un “clima”, un contesto di deregolazione: allentamento nella lotta all’evasione fiscale (magari in nome della semplificazione di cui certo ci sarebbe un gran bisogno e sulla quale il centrosinistra ha accumulato ritardi e diffidenze nel rapporto con la piccola impresa, le partite IVA, i professionisti), meno attenzione alla sicurezza nei luoghi di lavoro, inversione di rotta sulla lotta al lavoro precario, apertura al privato nel welfare, vaghi accenni sull’allungamento dell’età pensionabile…
E se i sindacati, gli Enti locali, le Regioni, le forze dell’ordine, i precari si mobilitano e protestano, pazienza. A colpi di decreti legge e di voti di fiducia il governo va avanti, anche a costo di innervosire i suoi ministri e la sua maggioranza.Ecco, a me sembra che il binario su cui questo governo intenda muoversi sia segnato. Molta propaganda su temi “popolari”: la sicurezza dei cittadini (con 2500 militari a rappresentare emblematicamente il loro impegno a fronte di 300.000 uomini delle forze dell’ordine già in servizio; oppure con la dichiarazione dello stato d’emergenza in tutto il paese per l’arrivo di navi di derelitti, giusto per testimoniare che “loro” sono diversi da “noi”, anche se concretamente non riescono a fermare quei disperati…); la guerra ai “fannulloni”, senza alcuna vera azione di riforma; il federalismo, da vendersi al Nord, tanto al Sud si accontentano delle promesse di Berlusconi.

I fatti però stanno dimostrando – e dimostreranno ancora di più in autunno – che questa ricetta non serve affatto a combattere i veri problemi e le arretratezze di cui il Paese soffre e soprattutto non alleggerisce per nulla le condizioni di vita dei lavoratori e delle famiglie che anzi sono destinate ad aggravarsi.

Al Partito Democratico questo quadro consegna una duplice responsabilità: da un lato quella di intercettare e interpretare il malcontento e il malessere sociale che l’azione del governo sta suscitando; dall’altro di elaborare una strategia alternativa di medio periodo misurandosi con i temi delle riforme necessarie al Paese e proponendo le nostre soluzioni.

Non mi convince l’idea che si possa fare soltanto una delle due cose: o raccogliere la protesta o costruire una proposta di governo alternativa a quella della destra, magari partendo dal riconoscimento che l’agenda di Tremonti, Brunetta, Sacconi o Berlusconi riguarda problemi reali dell’Italia.

Noi oggi siamo all’opposizione e ciò che gli elettori si aspettano da noi è che facciamo bene il nostro mestiere, di controllo, di denuncia, di mobilitazione, di proposta. Non esiste alcuna possibilità di “rimontare” la sconfitta del 13 e 14 aprile né facendoci rinchiudere nel recinto di un’opposizione urlata e ininfluente (come sperano molti nel centrodestra), ma neppure nell’acconciarci a recitare la parte dell’opposizione “ragionevole” che prova ad emendare ciò che il governo propone. Noi abbiamo bisogno di ricostruire e di poggiare la nostra opposizione su una fitta rete di relazioni sociali a partire dai problemi che il Paese reale vive e che questo governo non vede o non affronta. Tanto più alla luce di un congresso di Rifondazione Comunista che di fatto chiude – per un periodo temo non breve – la possibilità di un confronto propositivo e costruttivo con una parte della sinistra fuori dal Parlamento.

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