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L’Europa sui ragazzi italiani: «Bamboccioni ma impegnati», di Alessandro Capponi

La sorpresa: appassionati di politica

Il futuro non è più quello di una volta: la frase è vecchiotta — del poeta francese Paul Valéry, indirettamente ripresa anche dai Rem che cantano «dov’è finito il futuro che ci avevano promesso?» fino al «no future» dei Sex Pistols — eppure rappresenta perfettamente il punto di vista dei ragazzi italiani. Pessimisti, spesso a casa con mamma e papà perché «è più comodo», con quasi nessuna speranza di mantenersi grazie a sussidi e borse di studio, convinti che tra vent’anni il mondo sarà peggiore, e sarà sempre più difficile comprare una casa, ottenere un buon lavoro nonostante titoli e impegno, e pagarsi le spese sanitarie. Nonostante ciò, l’interesse per la politica non solo è vivo ma è anche superiore a quello dei ragazzi europei. Per carità, è sempre azzardato classificare il pensiero di una generazione, ma la sintesi delle interviste realizzate a luglio dalla Gallup per l’Agenzia nazionale per i giovani — mille interviste a ragazzi tra i quindici e i trent’anni — e confrontate con quelle realizzate a coetanei europei, dicono chiaramente una cosa. Per gli under 30 italiani, il futuro non è più quello di una volta. Il pessimismo è praticamente ovunque, eppure i ragazzi italiani iscritti a un partito politico sono più del doppio (11 per centro contro il 5) della media europea: ecco, l’interesse per la politica è, da noi, «considerevole », se è vero che uno su tre segue la politica nazionale (il 19 per cento nella Ue) e uno su cinque la cronaca cittadina e regionale (il 14% in Europa).

Da noi, tre su quattro (76%) hanno votato (elezioni nazionali, regionali, amministrative, referendum) negli ultimi tre anni, percentuale che nella Comunità scende al 62. Noi manifestiamo più degli altri, 31% (scendono in piazza di più solo i giovani spagnoli, 39%, e francesi, 37), mentre la modalità di partecipazione più seguita in Europa risulta essere la firma a una petizione (28%) e solo uno su cinque dichiara di aver manifestato. C’è interesse anche per le politiche della Ue (17 per cento da noi, l’11 nel continente), ma sull’argomento gli italiani, a scuola e all’università, imparano meno degli altri. E, chissà, sarà che l’istruzione non soddisfa e non prepara, ma gli under 30 nostrani considerano «la comodità una ragione importante per non andare a vivere da soli»: sia chiaro, la ragione principale è che non possono «permetterselo» (49%), ma il 26 per cento — contro il 16% degli europei — risponde che non ci si allontana da mammà perché «è comodo» vivere «senza alcuna responsabilità». Sembra che, per questo, molti ritardino il matrimonio: sposarsi più tardi perché si preferisce rimanere a casa dei genitori? Dice sì il 13 per cento degli italiani, ma solo il 7 per cento dei ragazzi europei. Del resto, in Italia, è abitudine rivolgersi anche al portafogli di mammà: la metà dei ragazzi italiani dipende economicamente dai genitori o dal partner (contro il 31 per cento), e quasi nessuno da noi dichiara di mantenersi grazie a borse di studio (2%, contro il 7 europeo) o sussidi di disoccupazione o di previdenza sociale (0,2%, il 5 per cento nella Ue). Nove ragazzi su dieci, per essere chiari, non sono soddisfatti dello stato dell’economia, e della democrazia, in Italia.

Le «aspettative dei giovani italiani su come andrà la vita tra vent’anni», contenute nella seconda parte dello studio dell’Agenzia, si possono sintetizzare, forse, con poche parole: aspettative, quali aspettative? Nel confronto con gli europei, i giovani italiani risultano essere, coi tedeschi, i più pessimisti. La metà (46%) degli intervistati europei dice che la vita migliorerà: da noi, i due terzi (67%) credono che peggiorerà. Non solo: la fascia 15-30 è, in Italia, quella con meno speranze nel futuro, se è vero che i pessimisti sono tra gli adulti il 55% e tra gli anziani il 60. Per i ragazzi peggiorerà tutto, a cominciare dalle condizioni sociali. Quasi tutti, l’84 per cento, pensano che «sebbene le persone abbiano qualifiche elevate, nell’arco di vent’anni non ci sarà alcuna garanzia di trovare un buon lavoro». Quando si dice la meritocrazia che avanza. Quasi la stessa percentuale (83) crede che «il divario tra ricchi e poveri si allargherà rispetto a oggi», 8 su 10 credono che «si andrà in pensione in età più avanzata » e i due terzi sono convinti che, causa concorrenza di Cina e India, «tra vent’anni si guadagnerà meno». Mancando i soldi, in Italia «sarà più difficile — per 8 su 10 — trovare una casa a prezzi accessibili», e il 63 per cento è convinto che diventerà un’impresa «pagarsi le spese sanitarie»; tre quarti dei ragazzi esprimono il desidero che la politica «faccia in modo che l’onere della cura a malati e anziani resti a carico della società». Ma secondo i ragazzi italiani non migliorerà proprio niente da qui a vent’anni? Qualcosa sì: l’accesso all’istruzione sarà più semplice (lo pensa il 70 per cento degli intervistati), e la parità uomo-donna si realizzerà nelle opportunità di lavoro, comunque scarse per tutti. Altro fattore di futura parità tra i sessi, per il 64 per cento, sarà nelle faccende domestiche, mentre 6 su 10 credono che in futuro avremo rapporti più distesi tra persone di diversa etnia, cultura e religione. Aumenteranno le possibilità di partecipazione politica? Dice no il 55 per cento, mentre 6 su 10 sono convinti che nell’Italia del futuro le persone non dedicheranno più tempo agli altri. Con una previsione di futuro tanto triste, in effetti, l’altruismo rischia d’essere percepito quasi come un lusso. Un po’ come tutto, del resto.

Corriere della Sera, 20 Agosto 2008

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