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“Così la scuola torna a De Amicis “, di Sergio Mattarella

L’inserimento a sorpresa del maestro unico nel dl del 28 agosto è stato definito un colpo di mano: in effetti ne ha tutti i requisiti.
Il comunicato ufficiale del consiglio dei ministri di quel giorno esclude espressamente che l’argomento sia stato inserito in quel decreto e, inoltre non vi è alcuna urgenza dato che sarà applicato tra un anno.
Ma il vero colpo di mano, sostanziale, sta nell’aver deciso una questione di questa portata con decreto legge, in vigore già da quattro giorni: con poche righe viene travolto l’ordinamento, il modo di essere di un intero settore scolastico fondamentale e, finora, il più efficiente.
In questo modo si è riusciti a eludere confronto, discussione e un vero esame parlamentare.
La Gelmini, inoltre, si è abbandonata a dichiarazioni perentorie: «La scelta dei tre maestri alle elementari non ha avuto nessuna motivazione educazionale e pedagogica.
È stata fatta per aumentare il numero degli insegnanti». È sorprendente che un ministro dell’istruzione si esprima in maniera così grossolana su una riforma realizzata con serietà diciotto anni addietro: occorre più rispetto verso scelte fatte da altri governi e dal parlamento se si vuole, a propria volta, essere rispettati.
La riforma del ’90 fu il risultato di un lungo e approfondito dibattito; non soltanto politico e parlamentare ma anche della cultura, anzitutto tra i pedagogisti, del mondo della scuola, tra le associazioni di docenti e nel sindacato.

Avverto come un privilegio aver firmato quella riforma come ministro della pubblica istruzione. Ma sarei presuntuoso se pensassi che è stata la mia riforma: è nata da questo ampio concorso di elaborazione, di cui è giusto ricordare il contributo fondamentale dell’Associazione maestri cattolici, allora guidata da Carlo Buzzi, quello del presidente della commissione istruzione, Francesco Casati e l’opera di un serio servitore dello stato, il direttore generale delle elementari Aurelio Sinisi.
La ragione della riforma del ’90 non è stata, al contrario di quanto incautamente dice la Gelmini, «aumentare il numero degli insegnanti» che non è aumentato, e neppure quello di mantenerne il livello a fronte del calo demografico.
La ragione è stata la consapevolezza del grande ampliamento dell’ambito dei saperi che la scuola elementare era chiamata a impartire ai bambini verso il duemila. Bambini che, già allora e oggi molto di più, giungono alla scuola elementare con numerosi elementi di conoscenza acquisiti dalla tv e dai mini computer; bambini chiamati ad affrontare la realtà del loro futuro con il bisogno di padroneggiare conoscenze e strumenti molto più articolati di quanto si proponeva ai bambini di decenni addietro: la scuola elementare non è più soltanto insegnare a leggere e scrivere, a far di conto, un po’ di geografia e la storia patria.

Quella – sia detto con molto rispetto – è la scuola di De Amicis, che è stata di fondamentale importanza per unificare il paese, per alfabetizzarlo e per trasmettere buone norme basilari di comportamento ma non è quella di oggi. L’atteggiamento di amarcord verso il maestro unico con cui il ministro copre la manovra di drastico taglio di bilancio, e che trova alcuni sostenitori che tendono a pensare che il mondo sia rimasto quello della loro infanzia, ormai può essere riferito alla scuola materna ma non più a quella elementare di oggi e di domani.
L’ampiezza di contenuti che questa deve trasmettere e il loro adeguato approfondimento non possono essere affidati a un solo insegnante se non tagliando contenuti o riducendo alla superficialità il loro insegnamento. Oggi alle elementari si insegna non soltanto italiano, storia, geografia e matematica (questa in modo ben diverso dal passato): si insegna, e si deve insegnare, anche inglese, musica, tecnologia, arte e immagine, scienze, educazione fisica; si realizzano laboratori di teatro, di cinema, di capacità di uso dei materiali.

Tutto questo, tutto, è necessario per i bambini di oggi: come si può pensare che venga svolto da un solo insegnante se non con superficiale approssimazione? Che vi sia un insegnante prevalente, condizione prevista dalla riforma del ’90 e rafforzata dal ministro Moratti, è bene ma non è possibile un maestro unico senza piombare in un passato estraneo alla condizione odierna.
Difatti la scelta che il governo opera è brutale: l’orario di insegnamento della scuola elementare si contrae, repentinamente, a ventiquattro ore: il tempo che la scuola italiana dedica ai bambini perde molte ore a settimana, trenta ore al mese in meno. Le famiglie saranno in difficoltà e l’insegnamento impartito ai bambini perderà segmenti importanti di contenuto e scenderà di qualità. In aggiunta l’età degli insegnanti, senza ricambio per molti anni, dovendo riassorbire quelli in soprannumero, salirà sempre di più, e anche questo è un danno; e verrà meno il passaggio di esperienze tra chi insegna da tempo e chi inizia a insegnare oggi, per il semplice motivo che non vi sarà chi inizia a insegnare.
La vera ragione del ritorno al maestro unico è chiarita dalla stessa formulazione della norma del dl: il risparmio di bilancio, tagliando decine di migliaia di posti di insegnante. Intendiamoci: tagliare le spese e, se ragionevole, i pubblici dipendenti è bene ma soltanto se l’effetto è il miglioramento del servizio reso al paese. In questo caso è il contrario: il risultato è una brusca e repentina contrazione della qualità del servizio scolastico primario.

È davvero un grave passo indietro ed è un peccato contro il paese e il suo futuro: la nostra scuola elementare è definita dagli istituti di valutazione internazionali tra le migliori al mondo.
Lo era anche prima della riforma del ’90 ma il merito di questa è averne mantenuto alto il livello qualitativo nelle ben diverse condizioni di oggi rispetto alle stagioni precedenti.
Non si dica, per coprire questa brutale operazione contabile, che il bambino è più rassicurato se a scuola incontra una sola figura: bambini abituati a una vita di interrelazioni intensa come oggi avviene e che in famiglia hanno quanto meno due interlocutori nei genitori e in numero maggiore se vi sono fratelli e frequentano i nonni sono abituati a più figure di riferimento; che, tra l’altro, consentono loro maggiore libertà di relazione.
Pregiudicare con tanta frettolosa leggerezza il nostro miglior settore scolastico si inserisce in una visione più volte manifestata da questo ministro: occorre cancellare gli ultimi quaranta anni della scuola italiana. Desta preoccupazione un ministro dell’istruzione che mostra di pensare che la storia della scuola italiana cominci oggi. In questi decenni si è verificato un grande fenomeno di avanzamento sociale, un’autentica pacifica rivoluzione positiva: l’istruzione diffusa e generalizzata in Italia, per tutti e ovunque. Si è realizzato, cioè, uno dei principali dettati della Costituzione sotto la guida di ministri e di forze politiche la cui opera merita di essere rispettata.

All’inizio degli anni sessanta soltanto un bambino su quattro proseguiva gli studi oltre le elementari e soltanto uno su dodici andava oltre la scuola media: a partire dalla riforma del ministro Gui si è realizzato il sistema scolastico nazionale italiano. Le scelte di quegli anni vanno rispettate e va difesa l’attuazione del diritto allo studio. Non vorrei che fosse questo, in realtà, il vero approdo: indebolire questo sistema che offre opportunità di istruzione a tutti per sostituirvi un sistema, in cui fatte salve alcune punte di eccellenza consegnate al mercato, si abbandoni tutto il resto, cioè la scuola per tutti, e si scarichi sugli enti locali l’onere maggiore della risposta alla domanda di istruzione, tornando in questo modo non a De Amicis ma ancor più indietro.      

Europa, 5 settembre 2008

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