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“Pietro Ignazi: «Destra sdoganata troppo in fretta»”, di Eduardo Di Blasi

«È strano che Napolitano faccia un’affermazione così forte. Non è nelle sue corde, notoriamente». Il politologo Pietro Ignazi, si stupisce della durezza delle parole del Capo dello Stato, ma non ha dubbi su chi ne sia il destinatario: «Non è molto difficile vedere a cosa faccia riferimento Napolitano viste le parola di La Russa e degli altri. Sono loro i destinatari di questo messaggio. Anche se, in senso lato, sono molti quelli che non si ispirano ai valori della Costituzione. Penso a tutti quelli che fanno difficoltà ad accettare i principi dell’uguaglianza tra gli uomini. Direi che in Italia non c’è che l’imbarazzo della scelta».

Il Capo dello Stato era già intervenuto sulle questioni sollevate da Ignazio La Russa…
«Quello era un intervento istituzionale. Questo appare più politico. Visti i casi recenti, però, direi che il problema è stato nell’avere sostanzialmente accettato con troppa facilità, soprattutto da parte della sinistra quello che un tempo Eugenio Scalfari definì lo “sdoganamento della destra”.
Secondo me quella che si è verificata tra il 1993 e il 1994 è stata un’apertura di credito eccessiva. Non dico che non dovesse essere fatta, ma certamente fu eccessiva. Era certo necessaria per facilitare il passaggio del Msi in An. Però la sinistra è stata troppo indulgente. Quel percorso è stato troppo facile e veloce per essere autentico. Quando i cambiamenti e le mutazioni sono così facili, fatte con gli squilli di fanfara e senza il dramma della sofferenza, non funzionano. E questo negli anni ha trovato qua e là degli strascichi. Soprattutto al livello della base. Quindi è abbastanza sorprendente che queste cose vengano oggi anche dalla leadership…».

Stiamo parlando di una leadership che sta anche lasciando An per un soggetto che punta al «centro»…
«Qui il discorso è più complesso in realtà. Perché ormai An è molto omologata a Fi nel suo conservatorismo. Certo c’è nostalgia del passato nella base, ma se è presente anche a questi livelli è più grave. Sappiamo bene che quando la base di An ha festeggiato l’elezione di Alemanno i simbolismi del ventennio sono stati abbondanti, dai saluti romani all’iconografia successiva. Sappiamo che alla base questo c’è. Stupisce che questo sia emerso anche al vertice…».

Lei affermava prima come fosse insolito per Napolitano prendere prese di posizioni così marcate. Significa che il momento è particolarmente avvertito dal Capo dello Stato?
«Sono in effetti abbastanza stupito. Perché è insolito per Napolitano, al di là della carica che oggi riveste ma proprio per la sua storia politica, esprimersi in maniera così netta, così forte. Evidentemente questa cosa l’ha colpito molto. Del resto Napolitano fa parte di una generazione che ha vissuto in presa diretta quelle vicende, come ricordava anche il presidente Ciampi».

A suo avviso, quello manifestato dalla destra è solo nostalgismo o nasconde un disegno più ampio?
«C’è certamente un progetto culturale molto più ampio che tende, più che a riscrivere, a stendere un velo su molti aspetti della storia del Novecento edulcorando buona parte degli aspetti drammatici con queste operazioni ambigue (“Le leggi razziali sono state il male ma non il fascismo”). Facendo condanne e poi ritornando indietro.
Nel gennaio del ’95 Fini si espresse in maniera molto netta nel congresso di fondazione di An affermando come la Resistenza fosse un movimento storicamente necessario per superare il regime autoritario precedente. Affermazioni forti ce ne sono state. Nel lontano ’98 Fini disse a chiare lettere che se fosse stato un giovane nel ’43-’45 non avrebbe aderito a Salò. Poi si torna indietro».

L’Unità, 11 settembre 2008

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