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News Letter n°1


Deputata della Repubblica Italiana – XVI legislatura circoscrizione Emilia-Romagna    Ottobre 2008  n°2 www.manuelaghizzoni.it

C ara amica, caro amico,

il decreto Gelmini che ripristina il maestro unico e riduce il tempo scuola a 24 ore settimanali sta per essere convertito in legge. Purtroppo l’ipotesi che il Governo imponesse l’ennesima volta la fiducia si  è confermata una “triste” realtà.

La protesta crescente nel Paese e nelle scuole, il dissenso di associazioni e pedagogisti, la battaglia parlamentare condotta dal Partito democratico non hanno trovato ascolto nella maggioranza, che ha respinto anche le misure migliorative che abbiamo proposto.

Di seguito troverai il resoconto parlamentare della discussione generale sul provvedimento e gli interventi sul complesso degli emendamenti. Vi troverai anche alcuni interventi e riflessioni sul decreto apparse delle scorse settimane.

Sono convinta, come ho già avuto modo di sostenere, che se in democrazia è necessario decidere, non tutto il decisionismo è sempre democratico. E a me appare in pessime condizioni di salute un sistema di potere che si regge solo sulla prepotenza dei numeri e dei voti di fiducia e che non tiene per nulla conto del confronto politico. Ecco perché il Partito democratico continuerà questa lotta nel Paese a fianco delle famiglie, degli studenti e degli insegnanti. Perché vogliamo evitare che la scuola sia penalizzata e dequalificata da un Governo che guarda al passato ed è  incapace di affrontare il futuro.
Manuela Ghizzoni

L’On. Ghizzoni interviene in aula sul complesso degli emendamenti al decreto Gelmini

Il testo completo agli atti della Camera dell’intervento dell’On. Ghizzoni

Signor Presidente, Signor Sottosegretario, onorevole relatrice Aprea, colleghi,

l’iter parlamentare del decreto 137 che reca disposizioni urgenti in materia di istruzione e università, procede verso un destino noto: la sua conversione in legge senza sostanziali modifiche al testo originario o, quanto meno, ai punti sui quali più si è spesa personalmente il Ministro Gelmini e più si è spinta la propaganda mediatica del Governo.

Una conversione in legge sulla quale pende la spada di Damocle della richiesta di fiducia: mi auguro sinceramente di essere smentita rispetto a questa eventualità che, tuttavia, le cosiddette voci di corridoio ben informate danno ormai per certa.

Se così fosse, ci troveremmo di fronte allo scenario decisamente straordinario e inquietante della quinta fiducia richiesta dal Governo in quest’Aula, nonostante esso goda di una maggioranza bulgara, anche se non troppo disciplinata, almeno stando allo scivolone in cui è incappata mercoledì durante il voto sulla riforma del processo civile. Inoltre, tanto per rinverdire la memoria dei colleghi, aggiungo che stiamo convertendo in legge l’ennesimo decreto, il tredicesimo, mentre in questa Aula non è ancora approdata una sola proposta di iniziativa parlamentare.

Perché insisto, con l’intento di stigmatizzarla, sulla scelta del Governo di procedere ancora una volta con lo strumento della decretazione d’urgenza, su cui aleggia la fiducia? Perché, in generale, se il decreto rappresenta un colpo al confronto costituzionale tra opposizione e maggioranza e alle prerogative parlamentari, ciò è ancor più vero e grave se la materia oggetto del decreto è strategica quanto lo è quella dell’istruzione e del sistema scolastico.

Vede Signor Presidente, nel corso del dibattito generale, gli esponenti della maggioranza non hanno mancato di ribadire – non senza mostrare un certo pregiudizio ai nostri rilievi costruttivi – quanto ideologici e pretestuosi fossero gli argomenti di critica avanzati dal Partito Democratico. Ben più benevoli sono stati nei confronti dell’on. Santolini, dell’UDC, la quale non si è comunque sottratta a rimarcare rilievi pesanti alle scelte del Ministro Gelmini. E a proposito della decretazione d’urgenza l’on. Santolini ha pronunciato le seguenti parole, che faccio mie, sperando che la collega non si dispiaccia per la citazione: «Anch’io dirò – e non sono l’unica – che non mi piace un decreto-legge che riguarda la scuola, perché la scuola è una cosa troppo seria per essere blindata da un’intesa tra il Ministro del Tesoro e il Ministro dell’istruzione. Credo che la scuola meriti un rispetto ed un’attenzione infinitamente maggiori di quelle che ad essa sono stati dedicati in questo inizio di legislatura…sono anche d’accordo che non si può fare una riforma di questa portata – perché di riforma si tratta, e non sono piccoli aggiustamenti, bensì autentiche riforme, quelle che sono state messe in campo – senza un serio dibattito in Parlamento e nel Paese, senza un coinvolgimento serio di tutti coloro che sono interessati al comparto della scuola e senza che si cercasse di ragionare tra componenti della scuola e, ripeto, pubblica opinione».

Leggi l’ intervento completo

Scuola, On. Ghizzoni: “Per maestro unico addio ad aumenti salariali insegnanti”

“Per affrontare gli oneri derivanti all’istituzione del maestro unico il nuovo testo del decreto Gelmini, emendato oggi dalla commissione bilancio, impone che ai fondi degli istituti confluiscano anche le risorse accantonate dalla manovra d’estate per i presunti aumenti degli stipendi degli insegnanti”.

Lo rende noto la capogruppo del Pd nella commissione Cultura della Camera, Manuela Ghizzoni, che aggiunge: “siamo al gioco delle tre carte. Gli aumenti salariali tanto attesi dagli insegnati e tanto propagandati solo pochi mesi fa dal Governo non ci saranno perché le risorse serviranno a finanziare la pessima scelta di tornare al maestro unico”.

“Una democrazia più forte”, di Walter Veltroni

Il testo integrale della lettera inviata dal segretario del Partito Democratico Walter Veltroni al Corriere della Sera del 2 ottobre 2008.

Caro direttore,

nel suo editoriale di ieri Pierluigi Battista descrive la preoccupazione e l’allarme che avevo manifestato nell’intervista al Corriere della Sera di domenica come una «vecchia narrazione», come la ripresa di uno scontro muro contro muro in cui viene messa in forse la legittimità democratica dell’avversario. Credo che questa analisi non sia corretta, per due motivi che proverò a spiegare.

Il primo riguarda il rapporto impostato dalla maggioranza e da Berlusconi per primo con l’opposizione, il secondo la natura e la portata del ragionamento sui rischi di un impoverimento della democrazia che ho avviato ormai da tempo, che era al centro del mio discorso al Lingotto e poi a Sinalunga e dell’intervista al suo giornale.
Ha certamente ragione Battista a dire che attorno al tema del rapporto maggioranza- opposizione c’è stato un «gigantesco equivoco»: quello che i giornali hanno stucchevolmente chiamato dialogo, ovvero il confronto con il governo sulle riforme istituzionali necessarie al Paese, è diventato una «autocensura moderata dell’opposizione, la sordina sulle critiche anche veementi all’azione di governo ». Uno schema impossibile e irrealistico, prima di tutto per la vita stessa della democrazia, che però è stato adottato per primo proprio da Berlusconi, che è sembrato aspettarsi una opposizione non dialogante ma inesistente. In cinque mesi di vita il Parlamento è stato chiamato a ratificare una lunga serie di provvedimenti, tutti o quasi decreti legge, tutti o quasi votati sull’onda della fiducia. Male sui contenuti (che si tratti di scuola o di sicurezza, di giustizia o di conti pubblici), male nel metodo che è poi sostanza democratica. Su questo insieme a Casini ho inviato una lettera al presidente della Camera per sottolineare come il Parlamento fosse messo nella condizione di non discutere nulla e sostanzialmente espropriato.
Su tutto questo, sui concreti contenuti dei provvedimenti del governo Berlusconi e sui rischi di una vera decadenza della democrazia, il Pd ha promosso la sua manifestazione del 25 ottobre a Roma. È, questa, una delegittimazione dell’ avversario? Potrei ribattere ricordando come il 2 dicembre del 2006, parlando su un palco in cui campeggiava la scritta «Contro il regime, per la libertà», Silvio Berlusconi affermava di rappresentare la maggioranza dell’Italia in lotta contro l’oppressione «imposta da un governo di minoranza».

Ma non voglio andare così indietro per comprendere chi davvero è abituato a mettere in discussione la legittimità democratica dell’avversario. Mi limito a partire dallo scorso giugno: mentre alle Camere arrivava la norma blocca-processi i magistrati erano definiti metastasi della democrazia e il leader dell’opposizione diventava un «fallito» che dovrebbe «ritirarsi dalla politica». Ed è di qualche giorno fa, nel pieno della trattativa Alitalia, la battuta insultante di un «Veltroni inesistente », spesa per conquistare titoloni sui giornali e smentita solo giorni più tardi. In mezzo, un mare di insulti di tutti gli uomini del Pdl. Chi, se non Berlusconi, ha definito la giudice Gandus suo «nemico politico»? Chi minaccia la Corte Costituzionale, chiamata a pronunciarsi sul lodo Alfano? Chi parla del governo come di un «consiglio d’amministrazione »? Chi durante una trattativa offende il sindacato con i suoi prendere o lasciare e si esprime nei confronti di una forza dell’opposizione come l’Idv definendola nemica della democrazia e della libertà? Una litania, questa sì, delegittimante per l’opposizione e per le istituzioni.

È per tutto questo che ho sottolineato quanto sia grande la differenza tra governare
pro tempore, come avviene in democrazia, e invece sentirsi «al potere». E a proposito di narrazione, quando Berlusconi dopo essersi dichiarato disposto al confronto sulle riforme strappa la tela di ogni possibile convergenza e riprende come sempre ad aggredire ed insultare i suoi avversari non ripropone, questa sì, la narrazione antica di cui gli italiani si sono stancati?
Peraltro le mie riflessioni di domenica, sulle quali più del 70% dei lettori del Corriere.it si è dichiarato d’accordo, erano un tentativo di portare lo sguardo un po’ più in là rispetto a quanto sta avvenendo nel nostro Paese e alle polemiche contingenti. Non ho interesse, e non ne ho nemmeno la presunzione, ad ascrivere nessuno nella categoria dei «nemici ontologici» della democrazia. A preoccuparmi sono quegli stessi fenomeni di fondo che attraversano le società occidentali e che ovunque richiamano l’attenzione di tanti commentatori e uomini politici. Basti pensare a come in Francia una rivista cattolica del prestigio di Esprit abbia dedicato un intero numero agli attuali rischi di «regressione democratica », alla possibile fine della democrazia come la conosciamo in Occidente.

A preoccuparmi è questo, è una realtà che si sta incaricandodi dimostrare che nel mondo il mercato può esistere anche senza democrazia o in presenza di democrazie deboli. È la realtà di una diffusa crisi democratica, di pericolose pulsioni xenofobe e razziste che ormai trovano aperta espressione e rappresentanza politica, come il voto austriaco ha appena dimostrato. È la realtà di un generalizzato bisogno di decisione che si manifesta con un insieme di semplificazione mediatica dei problemi, di fastidio per ogni complessità, di richiamo alle paure più profonde delle persone, di tendenze all’investitura plebiscitaria della leadership, di scavalcamento o marginalizzazione delle istituzioni, di noncuranza per la patologica concentrazione del potere, di irrisoria facilità nell’oscillare tra il ruolo di profeti della deregulation e quello di paladini dell’intervento dello Stato. Di tutti questi fenomeni il nostro Paese, anche per l’evidente propensione del Presidente del Consiglio ad esserne l’incarnazione, è purtroppo un evidente esempio.

Non vecchie narrazioni e residui del passato, insomma. Noi siamo l’opposizione dell’innovazione e della democrazia che decide. Abbiamo la preoccupazione per la complessità dei problemi presenti e sentiamo la responsabilità di cercare risposte nuove per difendere e rafforzare la nostra democrazia, per rendere il nostro Paese più moderno.

“Bocciature, Gelmini ammette l’errore”, di Maristella Iervasi ( L’Unità, 27 settembre 2008 )
Ha ammesso l’errore sulla bocciatura alle elementari e alle medie. Gelmini maestra unica, colta sul fatto, è stata costretta a scrivere una nota ministeriale, che conclude così: «L’intera materia della valutazione troverà chiarimento definitivo con un regolamento». Del caso sollevato da l’Unità -basta un 5 in una sola materia per bocciare uno scolaro o uno studente più grandicello- sapremo comunque presto come andrà a finire. Il decreto legge 137 – quello che ha introdotto il voto in condotta, la pagella con i numeri, la promozione solo con 6 decimi in tutte le materie e il ritorno del maestro unico – è stato licenziato dalla Commissione Cultura e lunedì andrà in aula per essere convertito in legge.

Dal mondo politico, della scuola con il Cidi in testa, delle professioni (pedagogisti e psicanalisti) ieri si è alzata unanime una voce di sdegno. E lo scenario che rischia di profilarsi alla Camera è questo: il partito di Veltroni e Lega di Bossi insieme contro il ministro Gelmini. Perché – come sostiene Maunela Ghizzoni, capogruppo pd alla Commissione Cultura – «le leggi si scrivono per essere applicate e non per confidare nel buon senso dei cittadini». Già. È proprio questo il senso della nota della Gelmini di ieri. Poche righe per una smentita che invece è una conferma. Per altro, su un provvedimento pubblicato in Gazzetta ufficiale il 1° settembre scorso, scritto di suo pugno e vergato con la sua firma.

Si legge testuale nel comunicato del ministro: «Sono destituite di fondamento le notizie di stampa secondo cui con un sola insufficienza d’ora in poi gli alunni delle primarie (elementari) e secondarie di primo grado (medie) verranno bocciati». Per poi ammettere che il decreto Legge 137, al comma 3 dell’art. 3 «prevede sì – scrive il ministero della pubblica Istruzione – che occorra il 6 in ogni materia per essere promossi», ma per la Gelmini questa «non è una novità per la scuola». Le eventuali insufficienze di ogni singolo alunno allo scrutinio finale «verranno risolte come avviene oggi dalla decisione del consiglio di classe che considera il livello complessivo di apprendimento e la maturità raggiunta dallo studente».

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Newsletter numero 2 – 6 ottobre 2008

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