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“Università, un paese per vecchi”

L’On. Manuela Ghizzoni, deputata del Pd e capogruppo alla commissione Cultura, Scienza e Istruzione della Camera, parteciperà domenica 30 novembre a un incontro pubblico su “Università: un paese per vecchi” organizzato dal circolo Kalinka.
L’iniziativa si terrà alle ore 16,30 presso l’Auditorium della Biblioteca Loria di Carpi. Con la parlamentare del Pd sarà presente Marco Cattaneo, fisico e direttore responsabile dei mensili ‘Le Scienze’ e ‘Mente e Cervello’. Coordina l’incontro Giorgio Zippo, rappresentante degli studenti all’Università di Modena e Reggio Emilia.
I relatori saranno a disposizione della platea per rispondere alle domande.

5 Commenti

  1. Ric Pre dice

    I ricercatori precari delle Università italiane sono stati ancora una volta raggirati! Nel totale disinteresse da parte dei media, delle forze della maggioranza e dell’opposizione, e delle organizzazioni sindacali, la conversione del Decreto Legge n.180/2008 da parte del Senato del porta con sé un’amara sorpresa. Sono stati introdotti nuovi e migliorativi criteri per i concorsi da ricercatore a tempo indeterminato, abolendo le manipolabili prove scritte ed orali e stabilendo commissioni di soli ordinari sorteggiati su grandi “rose” di eletti. Tuttavia, con una mossa alquanto discutibile, con due emendamenti, rispettivamente il n.1.27 e il n. 1.58, si sono destinate le risorse ordinarie per i ricercatori, che d’ora in poi saranno assumibili solo con le nuove regole concorsuali meritocratiche, anche ad una figura di contrattisti precari prevista dalla legge Moratti; in aggiunta, si sono tolte, per l’assunzione di quella stessa figura precaria, le nuove regole concorsuali meritocratiche che invece, giustamente, il D.L. 180/08 gli estendeva. Quindi, soldi nuovi, ma vecchie regole, a discapito dei concorsi da ricercatore, che nessuno avrà più interesse a bandire, proprio perché non sono più manipolabili. Fatta la legge, trovato l’inganno! La volontà da parte della maggioranza di procedere speditamente all’approvazione definitiva del decreto riduce a zero le possibilità di modifica di tale perverso meccanismo. Denunciamo l’incredibile sfacciataggine con cui il D.L. 180 viene contrabbandato per “portatore di meritocrazia” e

    chiediamo

    Alle Università, di scegliere coerentemente di destinare i fondi del FFO liberati da cessazioni di contratti a tempo indeterminato, per contratti a ricercatore a tempo indeterminato, e comunque di adottare indipendentemente il nuovo regolamento concorsuale anche per i contratti di cui all’art. 1, comma 14, della legge n. 230 del 4 Novembre 2005.

    Al Ministro, di stanziare e distribuire al più presto alle Università i lungamente attesi fondi per il reclutamento straordinario di ricercatori a tempo indeterminato degli anni 2008 e 2009 già stanziati dalla Finanziaria 2007.

    APRI e RNRP

  2. Ric Pre dice

    Purtroppo non è vero che la riformina non cambia nulla.
    Fino agli emendamenti-Valditara cambiava poco e mediamente in meglio: si rendeva più difficile truccare i concorsi e si favoriva il reclutamento dei giovani precari rispetto agli aumenti di stipendio e grado degli “anziani” garantiti.

    Ora i concorsi sono un po’ piu’ truccabili perché hanno di fatto reintrodotto gli orali, ma soprattutto il decreto è divenuta una vera istigazione alla precarizzazione.
    Fondi che prima potevano essere utilizzati solo per assumere stabilmente ora possono essere impiegati anche per contatti precari. E come spingere le università a preferire questi ultimi? Lasciando i concorsi precari molto più manipolabili di quelli per i contratti stabili. Con la mentalità imperante, il risultato ovvio sarà che le università che hanno candidati più deboli di quello “esterno” preferiranno sempre ricorrere a concorsi manipolabili per posti precari piuttosto che far venire uno da fuori.

  3. Patrizia dice

    Partecipando all’iniziativa di ieri pomeriggio sull’Università ho finalmente capito alcune (certamente non tutte)cose che ancora non mi erano chiare sul funzionamento dell’Università e sulle proteste di studenti e precari.
    Come ha ricordato Manuela, da universitari di parecchi anni fa, non ci eravamo mai posti il problema di cosa volesse dire organizzare e governare la diffusione del sapere e della conoscenza.
    Gli studenti di oggi sono stati in qualche modo costretti a farlo, sono stati costretti dall’assoluta mancanza di certezze sul loro futuro, sia scolastico che professionale.
    Purtroppo la sensazione che mi è rimasta alla fine dell’incontro è quella di una sostanziale impotenza sia dell’opposizione parlamentare che dei protagonisti della protesta contro una “riformina” che non cambierà nulla e contro tagli che invece cambieranno moltissimo rispetto al diritto (garantito dalla Costituzione) ad una scuola pubblica.

  4. Ric Pre dice

    Comunicato dei dottorandi, ricercatori e docenti precari in mobilitazione – dagli atenei occupati di Roma

    Alcune valutazioni sul DL 180

    Il DL 180, recentemente emanato dal consiglio dei ministri e
    attualmente in discussione al senato per la conversione definitiva, non rappresenta in alcun modo una risposta alle istanze del movimento, poiché lascia sostanzialmente inalterati i tagli al sistema
    universitario introdotti dalla legge 133/2008, con effetti che a partire dal 2010 saranno letteralmente dirompenti per il funzionamento di quasi tutti gli atenei italiani.
    Qualsiasi intervento legislativo dovrebbe invece partire dal dato oggettivo ed incontrovertibile che il sistema universitario e della ricerca italiano è sottofinanziato rispetto a quelli delle altre nazioni industrializzate. A questo proposito denunciamo la violenta campagna di disinformazione organizzata da più o meno autorevoli
    quotidiani nazionali che, pur partendo dalla sacrosanta denuncia di situazioni di corruzione e nullafacenza, finisce per invocare un ulteriore disimpegno finanziario e, sulla base di dati elaborati in maniera subdola e capziosa, vorrebbe addirittura dimostrare che gli investimenti italiani nel sistema universitario sono superiori a
    quelli dei principali paesi europei! Al contrario, sono invece opportuni e non rimandabili interventi di sostegno al sistema della ricerca che consentano all’Italia di rispettare gli impegni sottoscritti a livello internazionale che obbligano ad una crescita degli investimenti in ricerca fino al 3% del PIL entro il 2010.
    L’altro dato da cui i provvedimenti sull’università dovrebbero partire è che oggi le università e gli enti di ricerca si reggono sul lavoro, sottopagato e saltuario e in alcuni casi addirittura non retribuito, di un numero enorme di ricercatori precari. La moltitudine di tirocini, stage e praticantati tutti rigorosamente non retribuiti non
    e’ più tollerabile, così come la dilagante attività didattica a titolo gratuito.
    Pensiamo che non siano piu’ rimandabili interventi volti a dare diritti e dignità al lavoro dei ricercatori precari. Chiediamo il superamento di tutte le forme di lavoro precario attraverso l’introduzione di un unico contratto post doc a tempo determinato, di durata non inferiore ai due anni, con diritti chiari ed adeguata retribuzione. Per altro la percentuale dei nostri ricercatori sulla popolazione attiva è circa la metà di quella degli altri grandi paesi
    europei e al di sotto della media OCSE. Dopo anni di blocco
    dell’accesso ai giovani ricercatori che ha esasperato la precarietà e incentivato la fuga dei cervelli, chiediamo che si finanzi un reclutamento straordinario via concorso, che deve essere seguito da un reclutamento ordinario via concorso costante nel tempo.
    Non siamo contrari a investimenti che valorizzino le esperienze piu’ interessanti, pensiamo pero’ che debbano essere aggiuntivi e non sostitutivi di parte del FFO. Da questo punto di vista siamo contrari alla destinazione di una quota rilevante del Fondo di Finanziamento Ordinario, sopravvissuto ai tagli della 133, ad università definite
    “virtuose” sulla base di criteri non specificati.
    Ciò premesso, entriamo nel merito del provvedimento governativo, relativamente all’articolo 1, che riguarda piu’ direttamente i precari della ricerca e le loro rivendicazioni.

    1. Per quanto riguarda il blocco del turnover, il decreto risulta solo apparentemente migliorativo rispetto alla legge 133. Si eleva al 50% il turnover per gli atenei cosiddetti “virtuosi”, per i quali risulta in realtà incomprensibile la necessità di un taglio comunque del 50%, e parallelamente lo si cancella totalmente per quelli “non virtuosi” (comma 1). Peccato che, per effetto dei tagli previsti dalla legge 133, entro un paio d’anni quasi tutte le università rientreranno in quest’ultima categoria, per cui la reale conseguenza del d.l. e’ l’abolizione anche del residuo 20% di turnover previsto dalla legge 133. Questo provvedimento risulta molto più grave alla luce del fatto che nei prossimi anni si assisterà ad una considerevole riduzione del personale universitario. Infatti andranno in pensione i docenti che
    compongono il cosiddetto “tsunami” demografico dovuto alle assunzioni ope legis avvenute in passato e non saranno sostituiti da nuove assunzioni.
    2. Giudichiamo positivamente l’introduzione di un vincolo di
    destinazione del 60% del budget all’assunzione di nuovi ricercatori (comma 3) che, per la prima volta da quando sono state abolite le piante organiche, recepisce la richiesta di contrastare la tendenza dei consigli di facoltà a bandire concorsi da associato e ordinario per favorire gli avanzamenti di carriera dei propri membri e a ridurre
    al minimo i concorsi da ricercatore, con l’inevitabile conseguenza di abbandonare i giovani a contratti precari di ogni genere indipendentemente da qualsiasi merito individuale.
    3. Dobbiamo rilevare però che questo vincolo viene introdotto con un trucco pericoloso, in quanto si afferma che “ciascuna università destina almeno il 60% delle risorse all’assunzione di ricercatori “a tempo indeterminato, nonché di contrattisti ai sensi dell’articolo 1, comma 14, della legge 4 novembre 2005, n. 230” (in pratica ricercatori
    a tempo determinato). Questa formulazione rappresenta un grave passo verso la definitiva precarizzazione della figura del ricercatore universitario e rischia di vanificare gli effetti positivi del vincolo di destinazione, spingendo le università a fare massiccio ricorso ad assai più convenienti contratti precari il cui reclutamento via concorso è stato per di più svincolato dalle nuove modalità introdotte
    dal successivo comma 7. Risulta davvero difficile seguire il
    ragionamento del governo: se si ritiene necessario un intervento sul sistema dei concorsi, perché si usa un trattamento diverso per i concorsi da ricercatori a tempo determinato? Si è forse dell’idea che questi debbano essere tranquillamente e giustamente manipolati? Noi chiediamo la cancellazione di qualsiasi riferimento ai contratti a
    tempo determinato dal testo del decreto e ribadiamo che la figura del ricercatore a tempo determinato deve divenire sostitutiva non del ricercatore a tempo indeterminato, ma di tutte le altre figure precarie prive dei diritti fondamentali del lavoratore (maternità, ferie, orari, tutela della salute e della sicurezza, tredicesima mensilità, protezione in caso di vacanza contrattuale, contributi
    previdenziali adeguati…) attualmente presenti nelle università e negli enti di ricerca italiani.
    4. Relativamente agli interventi sulla composizione delle commissioni (commi 4 e 5) riteniamo che le esperienze passate insegnino che le modalità di selezione dei commissari non hanno generalmente alcun impatto sostanziale sulla trasparenza dei concorsi. Ciò premesso, esprimiamo la nostra preferenza per un sorteggio completamente aperto
    e non su rose elettive.
    5. Chiediamo che il ministro rispetti il termine di 30 giorni per l’emanazione dei decreti con le modalità di svolgimento delle elezioni e del sorteggio e con i parametri di valutazione (commi 6 e 7). Un eventuale non rispetto dei termini verrà interpretato come una dimostrazione della volontà di provocare un blocco de facto del reclutamento. I sospetti che il governo stia manovrando in questa direzione sono più che leciti.
    6. Giudichiamo comunque in maniera positiva l’introduzione di nuove regole per il reclutamento dei ricercatori (comma 7). Condividiamo la scelta di abolire la prova scritta e la prova orale, da sempre sede di manipolazione degli esiti concorsuali e di valutare i candidati in base a criteri unici nazionali individuati con decreto del ministro.
    Chiediamo però che al termine di ogni prova concorsuale venga stilata una graduatoria numerica a scorrimento, in modo che se il primo candidato risulta vincitore in più sedi possa subentrargli il secondo classificato. È ora importante tenere alta l’attenzione sulla definizione dei criteri unici nazionali, che dovrebbero essere specifici per ogni settore disciplinare e tenere conto del lavoro già svolto dai candidati in università ed enti. A tal proposito chiediamo
    che vengano adeguatamente valorizzati assegni di ricerca, borse di studio, contratti a T.D., affidamento di corsi e tutte le attività svolte in università ed enti pubblici di ricerca.

    Nel complesso pensiamo che questo decreto non affronti minimamente i nodi della crisi dell’università e della ricerca in Italia e, accanto ad aperture propagandistiche, contenga in realtà elementi di ulteriore precarizzazione della figura del ricercatore.

    Alla luce di tutte le considerazioni fatte, riteniamo che
    l’approvazione del D.L. 180 e la sua futura conversione in legge non faccia in alcun modo venir meno le ragioni della protesta, che continuerà finché i tagli introdotti dalla legge 133 non saranno aboliti e fin quando il governo non avvierà una vera politica di valorizzazione del sistema dell’università e della ricerca.

  5. Commenti a Caldo, dopo l’apporvazione al Senato del decreto 180, che approderà alla Camera già martedì prossimo.

    SEN. STEFANO CECCANTI: “GIUSTO IL VOTO CONTRARIO QUESTA VOLTA NON SONO D’ACCORDO CON NICOLA ROSSI”. “Questa volta non sono d’accordo col nostro collega Nicola Rossi”. Così il senatore del Pd Stefano Ceccanti che aggiunge: “Quando, come nel caso dell’Università, ci si trova in ambiti decisionali dove ci sarebbe bisogno di riforme forti e sono invece proposti provvedimenti tampone, le forze di opposizione hanno certo il dovere prioritario di migliorare il più possibile il testo con emendamenti ben meditati”. “Ho peraltro personalmente qualche motivo di soddisfazione perché è stato anche approvato un mio emendamento, sostenuto dal Gruppo del Pd al Senato, che evita di estendere procedure concorsuali troppo complesse ai ricercatori a tempo determinato. A ciò – continua Ceccanti – si aggiungono anche le soddisfazioni collettive per le due battaglie del Gruppo sulla riapertura dei termini per i concorsi e sull’aver fatto ritirare l’emendamento della maggioranza con cui i professori parlamentari si sarebbero concessi di poter entrare nelle Commissioni, con un evidente conflitto di interessi”. “Tuttavia in casi come questi il voto finale può solo essere contrario per l’enorme divario tra le cose decise e quelle di cui ci sarebbe bisogno, che restano il parametro oggettivo di giudizio. Astensioni o, al limite, persino voti favorevoli, sono possibili solo su grandi riforme condivise o su interventi limitati in settori che abbisognano solo di quelli”. Conclude Ceccanti: “Ma il collega Rossi, che oggi secondo me ha espresso una valutazione sbagliata, sarà di grande aiuto per formulare le ambiziose proposte di riforma dell’università che il Paese attende dal Pd”.

    Lo strappo di Nicola Rossi: «Sono uscito dall’Aula, ritengo un errore dire di no». «Sugli emendamenti al decreto Gelmini ho votato in maniera difforme rispetto al mio gruppo. Prima su un singolo emendamento e poi ad un certo punto sono uscito dall’Aula perché ritenevo che fosse venuto il momento del voto finale», dice il senatore del Pd Nicola Rossi (nella foto), ordinario di Economia Politica a «Tor Vergata», uno dei più autorevoli esponenti democratici provenienti dal mondo accademico. Ha collaborato con la Banca d’Italia e la Banca Mondiale.
    Perché lo ha fatto? « Perché ritenevo e ritengo un errore votare contro il decreto Gelmini senza prendere neppure in considerazione la soluzione intermedia dell’astensione».
    Ritiene che la maggioranza non abbia lavorato in fondo così male? «Ritengo il decreto Gelmini molto al di sotto del necessario, ma non sono così cieco da non vedere alcune cose che, a mio avviso, vanno nella direzione giusta».
    Quale era l’emendamento del Pd contro il quale si è schierato, assieme alla maggioranza? «L’emendamento che intendeva abrogare la possibilità per le università di trasformarsi in Fondazioni. Avendo io stesso qualche tempo fa presentato un disegno di legge che proponeva la medesima cosa non avevo nessuna intenzione di contraddirmi».
    Il Corriere della Sera

    ZANDA, “LEGGINA” NETTAMENTE AL DI SOTTO DELLE NECESSITA'” “E’ una leggina nettamente al di sotto delle necessità dell’Università italiana”. Lo dichiara, in merito al decreto università oggi approvato in Senato, il vicepresidente dei senatori del Pd Luigi Zanda ai microfoni di Tg Parlamento.
    “Il problema dell’Università italiana – spiega Zanda – è talmente consistente che deve essere affrontato in modo globale non con decreti legge come è successo questa volta. Inoltre – conclude il vicepresidente del Pd a Palazzo Madama – questo provvedimento si porta appresso un vizio gravissimo: il taglio di un miliardo e mezzo di euro effettuato con la manovra voluta dal governo Berlusconi”.

    MODICA, “BASTA PROVVEDIMENTI FRAMMENTARI, ORA SI APRA TAVOLO CONFRONTO”: “Il decreto Gelmini è stato approvato, l’auspicio ora è che si volti pagina.
    L’Università non ne può più di provvedimenti frammentari e di stop and go”. Così Luciano Modica, responsabile Università del Pd, commenta da Genova, dove partecipa ad una iniziativa del partito sull’Università, l’approvazione al Senato del decreto Gelmini. “Accanto ad alcune parti che l’opposizione ha condiviso – continua Modica –, nel decreto approvato oggi non sono stati accettati la quasi totalità degli emendamenti migliorativi da noi proposti, al contrario da quanto riferito da alcuni organi di stampa, a meno che due emendamenti accolti su novanta presentati non rappresentino, per qualcuno, una mediazione accettabile“. “Occorre adesso una riforma – conclude l’esponente del Pd – che rimetta l’Università al centro del futuro del Paese. Il Pd ha già fatto le sue proposte, aspettiamo che il governo faccia le sue e che si apra finalmente un vero grande confronto su un tema tanto dirimente. Noi siamo, come sempre, pronti ad assumete ogni responsabilità”.

    VINCENZO CERAMI,ministro Beni e Attività culturali del governo ombra: “CON RIFORMA GELMINI MENO SOLDI E PRIVILEGI INTATTI”. “Basta con la demagogia. Non è vero che questo governo fa la lotta ai baroni. Il reale contrasto ai privilegi si ottiene partendo da un’idea, da un progetto per l’Università italiana, idea e progetto che mancano all’attuale esecutivo, come dimostra il blitz notturno sui criteri di valutazione del merito dei docenti.
    Ogni valutazione deve essere basata sì sull’attività di ricerca ma non può prescindere dalla qualità della didattica, che a tutt’oggi non ha alcuna rilevanza nell’ambito della carriera universitaria. Una valutazione meccanica e centralistica del numero delle pubblicazioni per docente, come il ministro Gelmini propone, non ha senso.
    Anche perché gli studenti pagano le tasse per il diritto ad una didattica di qualità che è fatta sì della capacità scientifica, ma anche di assiduità, presenza e livello di insegnamento nelle aule.
    Temiamo che questo governo voglia dare l’impressione di cambiare molto senza, in realtà, cambiare niente. I privilegi rimangono intatti, l’Università rimane la stessa ma con meno soldi a disposizione. Tutta qua la riforma Gelmini”.

    SOLIANI: “DA GELMINI SOLO PAROLE IN LIBERTA'””Con questo decreto non solo non vi è stata l’apertura di una finestra, ma neppure di una piccolissima feritoia sul muro di chiusura della legge n. 133 del 2008, eretto sul futuro dell’università italiana. La Commissione bilancio stamattina ha stabilito che tutti gli emendamenti approvati in Commissione istruzione debbano essere senza oneri aggiuntivi. La risposta è tutta qui. Non vediamo nessuna svolta per l’università italiana e francamente è difficile comprendere dove trovi, il ministro Gelmini, tanto ottimismo. A noi sembra piuttosto che usi parole in libertà”. Lo dichiara la senatrice PD Albertina Soliani.

    MARIA PIA GARAVAGLIA,Ministro Istruzione del Governo ombra: “DECRETO SENZA CORAGGIO”. “L’università è l’istituzione più alta ai fini dello sviluppo soprattutto civile ed economico del Paese. Per questo non può continuare ad essere denigrata come è stato fino a poco tempo fa da questo governo e da questa maggioranza. Di fronte a questo provvedimento, la parola che mi viene spontanea è rimpianto, poiché con questo decreto, purtroppo, si perde un’occasione di miglioramento per gli atenei italiani. Prima dell’inizio del dibattito, il PD, e in particolare chi ora parla, è stato invitato ad avere ‘coraggio’ e prendere delle decisioni non di parte a vantaggio degli interessi generali. Se il provvedimento oggi in discussione avesse incluso il coraggio di alcune scelte, nessuno di noi si sarebbe sottratto alle proprie responsabilità. Ma non è così, siamo di fronte a un provvedimento debole, che non ha nessuna delle caratteristiche che ci avrebbe permesso di condividerlo e votarlo. Certo, riconosco che, con consueta capacità mediatica, l’esecutivo è riuscito in parte a far prevalere nell’opinione pubblica e nei giornali l’idea che il decreto fosse innovativo e che, con lo strumento del sorteggio, si ponesse un forte argine al problema del reclutamento e dei concorsi per l’accesso alla docenza nell’università. Ma dov’è questa carica innovativa? Il meccanismo del sorteggio dei membri delle commissioni, presentato come il rimedio a ogni male, ma che chiunque sia un po’ addentro alle questioni accademiche sa che non è così, viene solo dopo la fase elettiva. Si mantiene inoltre il membro interno nelle commissioni. I patti sono ancora possibili, il decreto non sconfigge il malcostume dei concorsi, dà solo in pasto ai cittadini soluzioni che non sono tali. E non è abrogata la doppia idoneità. Infine, il merito, punto su cui il ministro Gelmini si è speso in continuazione in un profluvio di interviste. In che modo esso viene valorizzato, quando l’ANVUR, lo strumento attraverso il quale già adesso si potrebbero dare valutazioni fondate e, appunto, di merito, non è stato attivato dal ministro? Questa sarebbe stata una scelta davvero urgente, perché utile a distribuire i fondi in base al merito”.

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