partito democratico

«Partito del nord?», di Luciano Pizzetti

Partito del nord, Coordinamento del nord. A cicli brevi i riformisti democrat si interrogano sulla loro incapacità di rappresentanza della parte più dinamica della società italiana. Senza mai venirne a capo. Perché si prende l’abbrivio sempre dal piano rivendicativo-organizzativista. Ribadisco un punto di vista: nel nord siamo minoranza culturale prima ancora che politica. Lo siamo perché non abbiamo accolto e accompagnato l’innovazione dei tessuti produttivo e sociale indotta dai mutamenti globali. L’abbiamo subita o rifiutata. Mai rappresentata. Cosicché costituiamo un tenue indistinto, caratterizzato da fragile tenuta valoriale, scarsa relazione con i soggetti di quel cambiamento, sempre maggior difficoltà di tutela dei mondi classici di riferimento. Nonostante il PD abbia enormi potenzialità. L’antiberlusconismo ha accentuato anziché attenuare questa condizione. Perché sfugge al che fare, impedendoci di valutare a fondo ciò che è accaduto. Inducendo valutazioni spesso errate, a volte di comodo o disperanti. Quasi sempre tardive. Ad esempio sul fenomeno leghista. La Lega populista, la Lega razzista, la Lega separatista… E’ proprio così? Soprattutto è ancora così? La Lega è figlia della globalizzazione, meglio delle paure da essa generate. La tanto discussa “percezione” ha a che fare più con un simile tratto diffuso che con il solo tema della sicurezza. La Lega risponde con la chiusura difensiva e identitaria alle contraddizioni della società aperta. Paradossalmente(?) lo fa innovando e con una capacità politica rilevante. A guardar bene la Lega è il soggetto politico che nella comunità ha saputo realizzare, insieme e sovrapponendoli, patto dei produttori e patto di cittadinanza. Un partito di prossimità che usa Roma dietro il velo della contrapposizione. Una sorta di partito “glocal” invertito: pensa localmente e agisce globalmente. Che ha saputo apprendere dalle sconfitte, transitando dalla devolution al federalismo. Anziché discutere di modellistica o di leghismo senza Lega, sarebbe utile che ci confrontassimo seriamente su come coniugare dinamismo, tutele, opportunità in una società aperta. Questo dovrebbe essere il nostro compito. Alternativo alla Lega. Alternativi e competitivi nel tempo utile a costruire un progetto politico. Ad esempio, se la prima Finanziaria del precedente governo avesse avuto le caratteristiche che oggi chiediamo abbia la finanziaria di Tremonti, probabilmente non saremmo nelle condizioni in cui siamo. Perché se è pur vera la teoria dei cicli, noi ce la mettiamo tutta per far si che a nostro danno si materializzino anticipatamente. Ci ha fatto più male l’indulto o una revisione degli scaglioni d’aliquota fiscale che ha sovraccaricato ciò che resta del cosiddetto ceto medio, senza determinare percettibili benefici allo scalone sottostante? Quanto affermato da Veltroni mesi fa al Lingotto e ribadito qualche giorno fa alla Camera a proposito di sostegno all’economia reale, ai consumi, alle piccole e medie imprese è essenziale. Al pari di quanto sta sostenendo Bersani sulle ormai plurime e contraddittorie manovre economiche del governo. Se avessimo adottato un simile approccio nell’azione del nostro governo, invece di voler addirittura accelerare i tempi di rientro nel rapporto debito/pil, ci troveremmo meno nell’infelice condizione di vivere il nord come terra di frontiera. Anziché subire il federalismo come pretesa di chi è già più ricco, affermiamolo come strumento per rendere efficiente il sistema, responsabilizzare i decisori politici, espandere le opportunità. Risponderemmo in tal modo alle domande del nord assai meglio di fantomatiche rivendicazioni redistributive. Certo occorre che ci liberiamo definitivamente del retro pensiero di aver sbagliato nel 2001, riformando il titolo quinto della Costituzione. Per tutto ciò e altro ancora, serve il partito del nord? Un partito in realtà più in logica confederativa che federale? A me pare una via di fuga. Una rinuncia che ancora una volta allontana la necessità di affrontare i nodi socioculturali dell’insediamento e della rappresentanza. Serve un Coordinamento del nord? Non per rivendicare funzioni che già sono nelle disponibilità dei partiti regionali, magari non esercitate. Per esempio in tema di alleanze politico-amministrative. Caso mai per far si che la cultura politica di tutto il PD poggi sui contrafforti cui prima ho fatto cenno. A proposito di alleanze. Con la Lega non è maturo il tempo. Con la sinistra radicale il tempo è scaduto. Con l’UDC sarebbe auspicabile, ma col tema del federalismo come la mettiamo? Forse sarebbe utile dipanare questa matassa importante almeno quanto, io ritengo di più, le preferenze nel sistema elettorale europeo. Queste battaglie politiche dovrebbero ingaggiare i riformisti democrat che abitano il nord. Per evitare di essere in perpetua ricerca di legittimazione. Per non ritrovarci in ogni regione immersi nelle dinamiche della contesa interna nazionale, poco chiara e di scarso costrutto. Ovviamente pretendendo luoghi produttivi e non fittizi di confronto e decisione. Discutendo pure dei nuovi tabù. Siamo ad esempio così certi che in un partito tanto fragile e in divenire le primarie siano per eccellenza strumento d’innovazione? O non spesso la via cruenta di risoluzione di contenziosi che negano l’innovazione stessa e prescindono dalla buona politica? Si può discutere serenamente di quale partito vogliamo? Si può essere innovatori pur giudicando criticamente l’attuale prova delle primarie, senza incorrere nella furia dei postmoderni? Mi chiedo se tra apogeo e ipogeo, vale a dire tra leader e base, c’è una congiunzione democratico-rappresentativa. O esiste solo la via diretta? Tradotto, serve ciò che un tempo si chiamava classe dirigente? Perché così come non esiste un partito senza popolo, neppure esiste un partito senza classe dirigente diffusa. Come si forma? Non bastano le ottime e meritorie scuole di politica. Ci si rende conto che non c’è un segretario provinciale, addirittura regionale, in grado di dirimere un contenzioso nel più piccolo paesino, figurarsi poi se esso verte su questioni elettorali? Pensiamo di risolvere tutto con le primarie? Ecco, spero che anche di ciò pretenda di discutere il Coordinamento del nord. Se no, scusandomi per l’irriverenza, sarà aria fritta. Chieda che nel partito federale si attivi subito il decentramento delle risorse. Che le candidature siano espressione dei territori se non proprio delle comunità. Che il gruppo dirigente nazionale si formi per davvero su base federale. Che sul federalismo si sia avamposto, non retroguardia. Insomma discuta e faccia discutere di contenuti non di feticci.
Luciano Pizzetti, Direzione nazionale, deputato lombardo

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