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«Piazza Fontana: 39 anni dopo le vittime ancora senza giustizia» di Maria Francesca Ricciardulli

Esattamente 39 anni fa si verificava il primo clamoroso attentato della storia dell’Italia repubblicana. Alle 16,37 del 12 dicembre del 1969 a Milano in un salone gremito di gente della Banca nazionale dell’Agricoltura esplodeva un ordigno con 7 chili di tritolo contenuti in una borsa lasciata sotto un tavolo, uccidendo 17 persone e ferendone oltre 85. Una strage, “la strage di piazza Fontana”.
All’incirca nello stesso momento scoppiavano altre 3 bombe a Roma mentre a Milano una quinta rimaneva inesplosa e successivamente fatta brillare distruggendo in tal modo elementi probatori di possibile importanza per risalire all’origine dell’esplosivo e a chi avesse preparato gli ordigni. La polizia e l’Ufficio affari riservati indirizzano subito le indagini contro gli anarchici. La mattina del 15 dicembre Pietro Valpreda viene arrestato come «presunto esecutore». La stessa notte Giuseppe Pinelli muore precipitando da una finestra della questura durante l’interrogatorio condotto dal commissario Luigi Calabresi: l’inchiesta esclude l’omicidio, ma conferma che fu vittima di un «arresto abusivo e violento». Il 17 maggio 1972 Ovidio Bompressi uccide il commissario Calabresi, additato da Lotta Continua come responsabile della morte di Pinelli. Dopo tre anni di carcere, Valpreda viene assolto già in primo grado per insufficienza di prove. In realtà la pista anarchica frana a partire già dal 1971, grazie a una scoperta casuale: ristrutturando una casa a Castelfranco Veneto, i muratori trovano un arsenale nella soffitta di un vicino, che è un neofascista. La svolta fa riemergere dagli archivi la testimonianza dell’insegnante Guido Lorenzon, che subito dopo la strage accusò Giovanni Ventura di avergli confessato le bombe del 12 dicembre ’69, preannunciandone altre «per favorire un golpe».
I magistrati veneti trasmettono gli atti a Milano, dove il giudice D’Ambrosio e i pm Fiasconaro e Alessandrini, poi ucciso da Prima Linea, raccolgono prove contro la cellula di Ordine Nuovo padovana, capeggiata da Franco Freda. L’istruttoria accerta, tra l’altro, che la valigia con la bomba inesplosa era stata venduta in un negozio di Padova a una persona simile a Freda e che la polizia lo sapeva, ma lo ha nascosto. Sempre Freda ha acquistato una partita di «timer a deviazione» identici a quelli del 12 dicembre. Nel ’73, dopo l’arresto, Ventura confessa gli altri 21 attentati del ’69, negando solo la strage. Quindi i pm scoprono che «faceva rapporto» a Guido Giannettini, un agente del Sid scappato all’estero con un passaporto dello stesso servizio segreto. La domenica successiva la Cassazione sposta, per motivi di sicurezza, tutti i processi a Catanzaro. Qui la Corte d’assise infligge l’ergastolo a Freda, Ventura e Giannettini, che in appello e Cassazione sono però assolti per insufficienza di prove. Freda e Ventura risultano colpevoli solo dei 21 attentati preparatori. Condanna definitiva per favoreggiamento anche per il generale Maletti e il capitano Labruna del Sid. Dopo un secondo, inutile processo ai neofascisti Stefano delle Chiaie e Massimiliano Fachini, negli anni ’90 il giudice Guido Salvini fa ripartire le indagini da un nome emerso a Catanzaro: a preparare le bombe era «zio Otto», identificato per Carlo Digilio. Rientrato dalla latitanza a Santo Domingo, Digilio si pente e accusa Carlo Maria Maggi, arrestato nel ’97 come mandante, e Delfo Zorzi, presunto esecutore, latitante in Giappone. Altri testimoni chiamano in causa come basista il milanese Giancarlo Rognoni, già condannato a 15 anni per una bomba sul treno del 1973. In primo grado, nel 2001, la Corte d’assise infligge tre ergastoli. Ma in appello, nel 2004, i nuovi giudici scagionano Rognoni con formula piena e assolvono Zorzi e Maggi. Nelle motivazioni, il presidente Pallini considera Digilio attendibile quando accusa se stesso, ma non credibile contro Zorzi e Maggi, rimarcando «il grave ictus che nel ’95 ne ha compromesso la memoria» e denunciando «l’oggettiva influenza» dei suoi «colloqui con i carabinieri». La stessa sentenza considera «pienamente attendibili i nuovi testimoni», dall’elettricista Tullio Fabris all’ex ordinovista Martino Siciliano, che «inchiodano Freda e Ventura alle loro responsabilità per la strage. Tutto inutile, però. E a 39 anni di distanza le vittime di piazza Fontana sono ancora senza giustizia. Nessun colpevole.
Questo il verdetto anche della corte di Cassazione che il 3 maggio 2005 ha respinto il ricorso della Procura generale di Milano e delle parti civili, confermando pienamente la sentenza assolutoria per i tre imputati principali: Carlo Maria Maggi, Delfo Zorzi e Giancarlo Rognoni. È maturata la prescrizione invece per Stefano Tringali, colpevole di favoreggiamento nei confronti di Zorzi, la cui pena in appello era stata ridotta da tre anni ad un anno. Il solo colpevole teorico, non punibile per prescrizione, secondo la sentenza confermata dalla Cassazione, è Carlo Digilio: l’unico terrorista pentito di Ordine nuovo. Di fatto la giustizia dello Stato non è riuscita a ottenere neppure una condanna per l’eccidio che ha segnato l’inizio del terrorismo politico in Italia.
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