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“La prima legge Obama, salari equi per uomini e donne”

La parità salariale, come prima mossa della presidenza Obama.  La prima legge che porta la firma del neo presidente degli Stati Uniti. Un testo  che mira a facilitare azioni legali da parte delle persone discriminate sul lavoro. Ed è ispirato a una lavoratrice di nome Lilly.

Obama ha sottolineato, durante la cerimonia della firma alla Casa Bianca, che la legge rafforza il rispetto del principio che «tutte le persone sono create uguali» e meritano di «ricevere pari opportunità». La legge è dedicata a Lilly Ledbetter, una lavoratrice della Goodyear che scoprì dopo anni di servizio di ricevere una paga inferiore solo per il fatto di essere donna. La stessa Ledbetter ha partecipato alla cerimonia di firma della legge nella East Room della Casa Bianca.

La legge porta proprio il nome della lavoratrice (Lilly Ledbetter Fair Pay Act), e Obama l’ha firmata dinanzi alle telecamere in diretta, affiancato dal vicepresidente Joseph Biden, dal segretario di Stato, Hillary Clinton, e dalla stessa Ledbetter.

La legge sull’equità salariale era stata una delle questioni più delicate durante la campagna elettorale, particolarmente cara proprio ai sindacati e alle elettrici. In media infatti le donne negli Stati Uniti sono pagate il 23 per cento in meno degli uomini; e quelle appartenenti a minoranze etniche ancora di meno. «Nel firmare questa legge, voglio mandare un segnale chiaro», ha detto il presidente democratico,«che fare in modo che la nostra economia funzioni significa assicurarsi che funzioni per tutti, che non ci siano cittadini di serie B nei nostri luoghi di lavoro».

L’Unità, 29 gennaio 2009

1 Commento

  1. La redazione dice

    Sullo stesso argomento segnaliamo questo articolo di Pietro Garibaldi apparso oggi su La Stampa.

    “Le Lilly italiane aspettano”

    Barack Obama, con un atto di grande valenza simbolica, ha dedicato alla parità salariale tra uomini e donne la prima legge della sua presidenza. La nuova legge, firmata davanti alla tv, è dedicata a Lilly Ledbetter, una lavoratrice della Goodyear che ha scoperto dopo anni di servizio di ricevere una paga inferiore a quella dei colleghi maschi per il solo fatto di essere donna. Per ovvie ragioni storiche, la legislazione sul lavoro negli Stati Uniti è particolarmente attenta contro ogni forma di discriminazione. In aggiunta, la legge sulla parità salariale era stata una delle questioni più dibattute durante la campagna elettorale ed è particolarmente cara ai sindacati e alle elettrici che hanno appoggiato in massa Barack Obama.

    Quando poi si guardano i dati, si scopre che effettivamente le donne negli Stati Uniti sono pagate circa il 25% in meno degli uomini. Questa grandissima differenza non è però di per sé sufficiente a dimostrare che esista davvero discriminazione sul posto di lavoro.

    La differenza potrebbe essere dovuta ad altri fattori, quali un diverso grado di istruzione, diversi livelli di esperienza e diverse mansioni. Sarebbe un grave errore pensare di poter ignorare questi fattori imponendo lo stesso salario a donne e uomini per via legislativa. Tuttavia, il rischio di discriminazione è serio ed è giusto garantire alle donne ogni possibilità di ricorrere al giudice, come cerca di fare la legge firmata ieri dal presidente Usa.

    In Italia si potrebbe supporre che le donne non siano in realtà così discriminate. Mentre sappiamo che l’occupazione delle donne è particolarmente bassa, il loro reddito, quando lavorano, non è molto diverso da quello degli uomini. Se negli Stati Uniti e nel Regno Unito le donne in media guadagnano il 25% in meno degli uomini, in Italia la differenza nel salario medio di uomini e donne è invece solo del 10 %. Si potrebbe quindi ritenere che il nostro mercato del lavoro renda sì difficile alle donne lavorare, ma tratti in modo relativamente uniforme in termini di retribuzione i lavoratori e le lavoratrici. In un recente studio Barbara Petrongolo e Claudia Olivetti hanno mostrato che le cose non stanno affatto così. Le poche donne occupate in Italia sono in realtà quelle che sono riuscite a superare una grandissima barriera all’entrata. Sono mediamente molto più istruite e molto più qualificate degli uomini. Le donne poco istruite o con potenzialmente bassi salari semplicemente non lavorano del tutto. Una volta che si tenga conto di queste caratteristiche di uomini e donne occupate, il differenziale salariale in Italia diventa tra i più elevati in assoluto. A parità di istruzione ed età, il differenziale salariale fra uomini e donne è circa del 26 %: gli uomini guadagnano oltre un quarto di più delle donne.

    Anche in Italia bisogna quindi tenere la barra alta per cercare di evitare ogni forma di discriminazione sul lavoro tra uomo e donna. Alla luce dei bassi tassi di occupazione femminile, si deve innanzitutto facilitare l’entrata delle donne nel mercato del lavoro. Oggi sappiamo benissimo che l’entrata nel mondo del lavoro delle donne, come quella dei giovani, avviene quasi sempre in condizioni precarie, generando un ulteriore elemento di discriminazione. Questi gravi problemi non si risolveranno con un semplice intervento legislativo, ma richiederanno innanzitutto un’economia e un mercato del lavoro in crescita. Anche con un’economia in recessione e la disoccupazione che rischia di aumentare, non possiamo permetterci di far finta che questi fenomeni non esistano. Sarebbe interessante sapere che cosa ne pensa in proposito il ministro per le Pari Opportunità.

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