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“L’insegnante e il bordello”, di Andrea Bagni

Nel gennaio di quest’anno sala docenti incandescente per l’ennesima esternazione del ministro Brunetta. Gli impiegati pubblici si vergognano di dire ai loro figli che sono impiegati pubblici, che lavorano al catasto o sono insegnanti. Sono fannulloni, parassiti della società, giustamente non dicono niente in famiglia. Dove vai stamani?, boh vado a fare una passeggiata – e invece va a lavorare. Di nascosto timbra il cartellino, firma il registro, attento che nessuno lo veda. Un bel casino. Il ministro ha detto anche che lui la pubblica amministrazione la farà diventare una Ferrari, e qualcuno ha capito esattamente: costerà un patrimonio, consumerà un mare, la useranno in pochissimi.

Brunetta poi è uomo “di sinistra” e ha aggiunto che invece un metalmeccanico, un tornitore, si vanta del suo lavoro ed è orgoglioso delle sue competenze. L’etica del lavoro ben fatto vive in lui. Io invece mi domando se sarà mai esistita quest’etica del lavoro, fuori della mente di coloro che non hanno lavorato mai. Avete ma incontrato un operaio che non abbia desiderato garantire ai suoi figli, magari proprio attraverso la scuola e i disprezzati insegnanti, un destino diverso da quello del lavoro salariato – sotto padrone dicevano alcuni? Se un’identità dava il lavoro operaio era quella che si costruiva nelle relazioni sociali intorno e dentro la fabbrica. Sindacato partito lotte conquiste.

Il conflitto offriva un senso collettivo e l’orizzonte di una liberazione comune, oggi difficile da collocare in una narrazione credibile. L’immaginario dà senso alla realtà oppure l’abbandona e l’intristisce. E alla fine uno si inventa radici nel cemento, una comunità incattivita, la guerra dei penultimi contro gli ultimi. L’unica che pensi di poter vincere.
Però a me pare esista una doppia dimensione del lavoro, almeno di quello che si svolge a scuola. Insegnare ha un senso nelle relazioni personali concrete, fatte di nomi, di corpi, di sguardi in classe; e poi un altro, molto diverso, nell’immagine che circola nello spazio sociale delle relazioni simboliche. Forse accade così oggi a tutto il lavoro, che fa notizia solo quando si muore – e a piangere gli amici non vogliono “le autorità”.

Al mio secondo anno di ruolo, vent’anni fa, una mamma mi portò un regalo verso la fine dell’anno scolastico; avevo avuto una figlia e lei voleva farmi “un pensiero”. Era una busta. Pensai a un bigliettino – invece erano cinque, da centomila lire ciascuno. Tutti inteccheriti, freschi di bancomat. Più di metà del mio stipendio, come mille euro oggi. La prima cosa che pensai di dirle era che suo figlio non andava così male, bastava anche meno. Farle riprendere i soldi fu un’impresa: temeva di avermi offeso, non voleva che le altre mamme vedessero. E tuttavia mi sentii bizzarramente importante. Come quando veniva il medico in casa e bisognava pulire tutta la camera, cambiare la biancheria, offrire il caffè e i biscotti. Oltre ai soldi naturalmente, anche se c’era il sistema sanitario e non si doveva pagare nulla. Il denaro restava la misura del valore sociale, e continua ad esserlo per la gente come Brunetta. Tanta. Chiaro dunque che gli insegnanti il ministro li disprezzi. Non è che si lavora troppo poco per giustificare uno stipendio decente: si guadagna troppo poco per giustificare l’orario di lavoro – se si guadagnasse di più tutti penserebbero che si tratta di una funzione preziosa che non si può misurare in quantità di tempo.

Ma ha dichiarato l’altro ministro geniale, Gelmini, che il voto numerico e la condotta che fa media hanno restituito autorità e prestigio al lavoro docente. L’autorità restituita dal voto in condotta, figuriamoci. Come dire: guardate che quel mediocre burocrate ha un potere, un registro con i numeri, e può vendicarsi. Ne deve risultare un grande prestigio morale effettivamente. E tuttavia, su un altro pianeta rispetto a queste miserie, esiste anche il piano delle relazioni ravvicinate, fra le persone in carne e ossa. Le biografe e la memoria. Dopo una cena di ex giovani studenti – con figli neonati e giovani padri disoccupati – il collega di matematica mi dice sincero, una serata così, con quest’affetto che ti abbraccia, ripaga di una mare di tristezze. Perché qui, nel bene e nel male, si gioca un’altra partita, un ruolo meno sociale e più personale o addirittura politico. Di politica prima, incontro generazionale e di cultura, costruzione di sé nel mondo, di sé e del mondo. Si può perdere ovviamente, si può non lasciare segno. Ma si può anche esistere come riferimento nel casino generale. Allora su questo piano intimo dell’essere insegnante – zona pubblica non istituzionale della scuola, grammatica profonda del sapere e della formazione – uno si vergogna casomai di avere ministri come questi di oggi. Perché forse qualche colpa dovremo averla davvero da qualche parte. Guai lasciare il simbolico collettivo ai nanetti megalomani. Tocca scrivere come un lettore all’Unità il 13 gennaio: non dite a mia figlia che lavoro all’Inps, lei mi crede pianista in un bordello.

ReteScuole, 13 febbraio 2009

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