attualità

“La rivoluzione imposta dal naufragio. Così il presidente ha seppellito Reagan”, di Vittorio Zucconi

La nuova rivoluzione americana, promessa e coronata dal trionfo elettorale, arriva un mese dopo l’insediamento di Obama e si realizza attraverso il solo strumento legittimo che le democrazie moderne offrano a chi le governi.

La spesa pubblica, la leva fiscale, la redistribuzione della ricchezza nazionale dal portafoglio di chi più ha alle tasche di chi non ha. Una rivoluzione imposta dal naufragio spaventoso del mercato finanziario.

Chi aveva temuto o sperato che Obama fosse soltanto una novità ricca di simboli e povera di sostanza, e non avrebbe fatto davvero niente “di sinistra”, oggi legge con sbalordimento un budget, una finanziaria diremmo noi, che chiude un’era della storia americana cominciata una generazione fa con la rivoluzione reaganiana e ne apre un’altra, non per “far piangere i ricchi sulle loro barche”, ma per raddrizzare la barca nazionale che sbanda e salvare, dopo la bufera, anche i ricchi, motore e carburante indispensabile di una economia equa e sviluppata.

Il progetto di bilancio che ieri la Casa Bianca ha presentato al Parlamento per una discussione che sarà furibonda, perché non esistono nel Congresso degli Stati Uniti partiti di proprietà e ricatti di voti di fiducia, non è soltanto ciclopico nelle cifre: 3 mila e cinquecento miliardi di spesa totale, mille e trecentocinquanta miliardi di disavanzo (praticamente l’intero Prodotto Interno italiano), 318 miliardi di nuove entrate fiscali imposte al reddito di chi guadagna oltre 250 mila dollari l’anno per creare un fondo di riserva per la futura copertura sanitaria universale che ammonta a 634 miliardi. Cifre, come si vede, inconcepibili per altre nazioni che devono misurare in qualche decina di miliardi al massimo le proprie “manovre”.

L’enormità dei conti che il nuovo “pater familias” ha presentato alla famiglia americana va ben oltre l’entità della cifre, talmente grandi da avere indotto il repubblicano sudista Eric Cantor, della Virginia, a definirle “danaro immaginario”. La sostanza del budget obamiano è nel capovolgimento di una cultura politica che dall’elezione di Ronald Reagan nel 1980, e ancor prima, nelle periferie degli stati, vedeva nel governo centrale non la soluzione dei problemi, ma “il” problema. E aveva postulato il dogma del togliere ai poveri per dare ai ricchi, nella speranza che dal boccale traboccante sgocciolasse verso il basso ricchezza per dissetare anche gli altri.

Il dogma dominante della trickle down economy, che aveva attraversato indenne anche la presidenza Clinton grazie alla presenza di una radicale maggioranza repubblicana in Parlamento, e si era rilanciato nella grande detassazione voluta da George W Bush, ha finito, come tutti i dogmi e le ideologie, per divorare sé stesso, producendo quella bolla di arricchimento speculativo, non soltanto “disonesto” come vogliono i giustificazionisti, che è esplosa lo scorso anno.

E’ stata dunque la realtà a decretare la fine di quell’epoca, così come la stagnazione e l’inflazione degli anni ’70 avevano segnato il tramonto del keynesismo rooseveltiano. Obama ne ha tratto le conseguenze, oltre che averne subito gli effetti, ereditando da Bush un “buco” di mille miliardi di dollari, un mercato immobiliare decomposto e un mondo finanziario a pezzi.

La sua scelta è stata radicale. Non giocare al Robin Hood, ma abbattere per ricostruire. “Ci sono momenti nei quali ci si può limitare a una mano di bianco, altri, come questo, nel quale di devono rifare le fondamenta”. La quota di ricchezza nazionale spinta verso l’alto dalla “rivoluzione reaganiana” che aveva trasformato la società americana da una “mela”, nella quale il grosso del reddito stava all’equatore della nazione, lasciando ai due poli opposti ma sottili ricchezza e povertà, in una “pera”, dove sempre più persone sono scivolate verso il fondo del frutto, demolendo la classe media.

Forzare, attraverso la leva fiscale che si farà più dura con chi sta sulla cima del reddito, è soltanto il ritorno alla classica “tassazione progressiva”, allo strumento inventato per garantire, senza espropri o violenze, la circolazione della ricchezza, ingolfata verso l’alto.
Un’operazione difficile, perché aumentare le tasse, sia pure a pochi, nei momenti di crisi acuta è sempre rischioso, perché avviene sul corpo di un malato grave. Ma un’operazione indispensabile, perché la fede nella capacità autoequilibrante del mercato cara ai teologi del liberismo assoluto come Alan Greenspan, si è schiantata nei giorni di settembre, quando il mercato ha presentato il conto del proprio naufragio proprio a coloro che disprezzava: al governo, dunque ai contribuenti, rimasti a reggere il sacco vuoto di un’illusione finita.

La Repubblica, 27 febbraio 2009

Condividi