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“La crisi spinge i consumi per la cultura, lo svago e la bellezza. Come in tempo di guerra”, di Anais Ginori

È la fine del mondo, e io mi sento bene. La canzone dei Rem è vecchia di vent´anni, ma sembra scritta oggi. Mai così pieni i musei, mai così piene le librerie. Mai così tanta gente ai concerti, nelle sale da ballo. I centri termali tutti prenotati, le vendite di cosmetici che resistono al crollo generalizzato dei consumi. “La crisi senza andare in crisi” ha titolato qualche giorno fa Libération. Paradosso di una recessione che evoca gli spettri del 1929. O forse il riflesso pavloviano che scatta una volta affacciati sul baratro. Le persone riscoprono la gentilezza, la voglia di divertirsi, l´ascolto del prossimo. Si mostrano capaci di generosità. “E sorridono di più” nota il quotidiano francese. Una visione troppo ottimista, ammonisco accigliati gli esperti. Certo è che la cultura – bene immateriale per eccellenza – sta vivendo una stagione d´oro.

«Quando il mondo cambia e il futuro preoccupa – spiega Marie-Christine Labourdette, direttrice dei musei di Francia – l´intangibilità delle opere d´arte rassicura». Ci sono, ci saranno anche dopo. Lo stato d´animo pare sia condiviso anche dagli italiani. A febbraio, le visite ai musei sono aumentate del 31 per cento rispetto al 2008. Record agli Uffizi (+45%) e alla Reggia di Caserta (+70%). La Pinacoteca di Brera ha abbondantemente raddoppiato gli ingressi con la mostra sul Caravaggio che terminerà alla fine del mese, nonostante l´aumento del prezzo del biglietto.
«È una legge psicologica antica». Giorgio Assumma, presidente della Siae che fornisce in anteprima le ultime rilevazioni sull´andamento dello spettacolo, non si scompone. Nell´ultimo anno, gli italiani non hanno rinunciano ai concerti (+6,47%) e allo sport (+18,15%). Qualche dato suggerirebbe la sindrome da Titanic tanto evocata in questi giorni. Si balla sulla tolda della nave, consapevoli del suo imminente naufragio. Non tutti i dati, infatti, sono positivi. Cinema e teatro hanno già cominciato a scontare l´effetto della recessione (rispettivamente un calo di spettatori pari al 5,34% e all´11,97%). «Meglio non farsi illusioni: la crisi colpirà presto tutte le attività dello spettacolo» conclude Assumma. Ma almeno in questi primi mesi dell´anno, la reazione istintiva alla crisi è stata una sana voglia di evasione. A Natale gli italiani hanno comprato più libri di un anno fa (+5%). E dall´inizio del 2009 la congiuntura economica non ha ancora colpito gli editori. Non è un fenomeno nuovo. Anche durante la crisi del ´29, ricordano gli storici, i cinema erano pieni. Il bestseller della Grande Depressione fu “Via col vento”. Oggi, fanno notare alcuni editori italiani, c´è un maggiore bisogno di capire e riflettere, e così vendono bene anche saggi e analisi internazionali. Un altro segnale che gli imprenditori culturali trovano incoraggiante.

«Di sicuro non stiamo andando verso una società monacale e più triste» dice Monica Fabris, presidente dell´istituto Gpf, che da anni osserva le mutazioni della società italiana. «La cultura continuerà a essere un bene rifugio anche nel lungo periodo», è la sua previsione. Un recente studio a campione (panel online di 400 persone tra i 18 e i 54 anni) mostra che il 48% degli italiani è seriamente intenzionato a “consumare” beni culturali nei prossimi mesi. Il 3% in più del 2005. Il 40% degli intervistati mostra anche un tenace attaccamento alla “ricerca dell´estetica”. «Non nel senso di superfluo, ma come cura del corpo e della persona» è l´opportuna precisazione di Monica Fabris. I centri di benessere registrano un aumento delle prenotazioni e le multinazionali di cosmetici sono tra quelle che resistono meglio alla crisi. Ci sono aziende – come un noto marchio di gel dopobarba – che vivono addirittura un piccolo boom. Anche qui nulla di nuovo. Nel 2001, gli economisti lo chiamarono lipstick index. Dopo l´11 settembre, le donne americane reagirono comprando più rossetti.

La paura è un sentimento prevedibile durante congiunture economiche fortemente negative. Ma non è detto che sia sempre così. Anzi, c´è chi nella crisi è capace di vedere un´opportunità. «È come durante la guerra, ci si stringe insieme per essere più forti» racconta l´antropologo Marc Augé. «Le crisi rappresentano un momento unico e irripetibile per cambiare le mentalità, abbandonare il conformismo – aggiunge il sociologo francese – In un certo senso, è solo affrontando grandi prove che le società progrediscono».

Anche in Gran Bretagna il crollo finanziario ha fatto nascere un´associazione che vende “buone azioni” con tanto di manifesto per riscoprire la gentilezza. «Fa bene a sé e agli altri. E non costa niente», hanno scritto sul Guardian i promotori, lo psicologo Adam Philips e la storica Barbara Taylor. «È il più grande dei piaceri» ricordano gli studiosi, citando una frase dell´imperatore Marco Aurelio. «La gentilezza – scrive ancora il manifesto britannico ripreso anche in copertina da Courrier International – ha sempre fatto parte delle relazioni umane ma ha subito corsi e ricorsi».
L´individualismo sfrenato degli anni Ottanta l´aveva affondata, ora sta riaffiorando. Se ne intravedono alcune tracce, disseminate un po´ ovunque. “L´arte di essere buoni: osare essere gentili”, dell´oncologo svedese Stefan Einhorn, è stato un inaspettato bestseller internazionale. «Le donazioni degli italiani non sono ancora diminuite», dice a sorpresa Sergio Marelli, presidente dell´associazione delle Organizzazioni non governative. «Non si tratta solo di una forma superficiale di cortesia, ma di un atteggiamento profondo come il calore, la generosità, l´umiltà, la gratitudine» spiega lo psicoterapeuta Piero Ferrucci, autore di un saggio “La forza della gentilezza”, pubblicato da Mondadori, con prefazione del Dalai Lama.
Sono gesti minimi, certo. E diventare buoni forse non ci salverà dalla mareggiata. Eppure non va dimenticato che “frugalità” è stata eletta parola dell´anno dal New Oxford American Dictionnary, e non per caso. «Uno stile di vita frugale – scrive la voce del prestigioso dizionario – capace però di rimanere alla moda e in buona salute, scambiando vestiti, comprando di seconda mano e coltivando orti». A supporto della scelta operata dagli insigni linguisti americani su una nuova etica dei consumi, arriva anche una piccola notizia di casa nostra. “Fa´ la costa giusta”, la fiera del consumo critico che si è svolta questo weekend a Milano, ha registrato il suo record assoluto di visitatori ed espositori. «Ma in Italia non stiamo assistendo al cocooning» osserva Fabris. Durante le crisi, spesso si verifica la tendenza ad “avvolgersi nel bozzolo”, al chiuso delle mura domestiche. «Piuttosto riscontriamo un´apertura orizzontale alla ricerca di relazioni, laddove la fiducia nella rete verticale di istituzioni e politica è crollata». Gli oltre quattro milioni di “amici” di Facebook potrebbero essere uno dei segnali di quella che Fabris chiama “nuova catena di solidarietà”. «Ma ci sono anche azioni concrete. Le mamme che organizzano navette per prendere a turno i bambini a scuola. La donna anziana che regolarizza una immigrata clandestina».

Più buoni, appunto. Lo sostiene anche l´antropologo Alberto Salza, in un libro che esce in questi giorni: “Niente. Come si vive quando manca tutto”. Salza ha vissuto per quarant´anni in Africa. Osservando le baraccopoli, dice, possiamo anche imparare come superare questa crisi. Un bambino di Nairobi forse ha qualcosa da insegnare anche ai manager di Wall Street. È la fine del mondo come lo conosciamo, dice la canzone. Ma domani può essere ancora un altro giorno.

La Repubblica, 16 marzo 2009

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