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“Nel carosello dei piani casa spariti i soldi di Prodi”, di Bianca Di Giovanni

Ogni sei mesi un piano casa. Naturalmente solo annunciato. L’ultima trovata del governo Berlusconi (quella, per intenderci, che rimuove autorizzazioni e limiti di cubature) arriva mentre il penultimo piano è ancora sulla carta. Anche quello fu annunciato in pompa magna, sorvolando naturalmente sul fatto che cancellava un altro piano-casa, quello di Prodi, giunto sul punto di essere realizzato dopo mesi di concertazione con gli enti locali. Si trattava di avviare i recuperi edilizi e le costruzioni di nuovi alloggi per le famiglie deboli: era tutto pronto quando è arrivato il primo stop. Tutto da rifare. E oggi siamo ancora agli annunci, in un vortice di numeri (20mila case, 50mila appartamenti) per ora solo sulla carta. Nel frattempo, tra l’altro, è partito un altro piano immobiliare: quello del fondo costituito con la cassa depositi e prestiti per costruzioni di alloggi in social housing da offrire in affitto accessibile.

IN PARALLELO
Ma come mai due piani-casa in parallelo (oltre al fondo)? Cosa spinge il governo a moltiplicare le proposte che si affastellano sulla stampa e sui tavoli ministeriali, senza arrivare mai alla fase di realizzazione? La risposta non è molto difficile. Il primo piano (quello sottratto al governo Prodi) si basava su investimenti pubblici. I 550 milioni stanziati dal centrosinistra sono stati stornati per spese di cassa, poi ripristinati, quindi infilati in uno di quegli iter senza fine.
Insomma, ancora non si è visto nulla di concreto, anche se in questi giorni il progetto dovrebbe aver avuto l’ok delle regioni. Si tratta di un programma di ampliamento degli alloggi sociali, quelli dei più poveri, che mira a eliminare l’emergenza sfratti. Un piano pubblico, dunque, con risorse statali ma evidentemente lo Stato non può spendere.

ACCELERAZIONE
Spinto dall’avanzare della crisi, Silvio Berlusconi è stato costretto ad accelerare sul fronte infrastrutture. Più volte il premier aveva annunciato interventi immediati, tanto da far ben sperare i costruttori, già scesi sul piede di guerra. L’Ance ha convocato gli stati generali per il 22 aprile, con una piattaforma chiara inviata all’esecutivo: piccoli cantieri subito. La lista delle opere varate dal Cipe, però, ha deluso gran parte delle piccole imprese. Solo grandi infrastrutture, con affidamenti già decisi nella gran parte dei casi. E cantieri che partiranno nell’arco di un paio d’anni. nel frattempo? Qui è spuntata l’ultima proposta: mettiamo in circolo soldi privati. Lo Stato arretra, avanzano i piccoli proprietari e i costruttori. Altro che Keynes: qui la formula è esattamente contraria a quella del New Deal. C’è la crisi, i privati intervengano, afferma il governo.

TRASPARENZA
L’annuncio per ora non ha convinto ancora i costruttori: l’Ance conferma la sua mobilitazione d’aprile. Vuole vederci chiaro, anche perché non è affatto detto che le risorse private si mobiliteranno. Anche sulle procedure, che apparentemente dovrebbero piacere ai costruttori, avanzano molti dubbi. Come per le risorse, anche qui lo Stato capitola e si fa sostituire dal privato. Saranno i professionisti a dover firmare le autorizzazioni, rischiando infrazioni penali e civili. Pare che la cosa abbia provocato molti malumori. Non tutti sono disponibili ad accollarsi responsabilità che sarebbero proprie degli uffici pubblici. Altro che Stato presente: in questo caso il pubblico se la dà a gambe.

L’Unità, 16 marzo 2009

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