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“Produttività a passo spedito, ma i salari restano indietro”, di Bianca Digiovanni

Altroché macchina in folle: il sistema Italia ha ingranato una marcia superveloce negli ultimi due anni. Un vero miracolo, che però è andato solo a vantaggio dei profitti: nulla per i salari. Lo rivelano gli ultimi dati Istat, che correggono l’andamento della produttività negli ultimi 5 anni. È l’Espresso in edicola oggi a riportare gli ultimi numeri: nel biennio 2006-7 i nuovi conti dicono che il valore aggiunto dell’industria è cresciuto, rispettivamente, del 4,4 e del 5,9 per cento, molto di più di quel 2,2% e 4,1% rilevato in precedenza.

Profitti e salari
Una buona notizia? Non proprio, visto che a fronte di questi risultati, i redditi da lavoro sono rimasti sostanzialemte invariati. Su questo tema i numeri arriveranno oggi, con il IV rapporto dell’ires-Cgil. E non sono numeri rassicuranti: dal ’95 al 2007, i profitti delle grandi imprese sono saliti del 74,5 per cento mentre le retribuzioni sono aumentate appena del 5,5 per cento. «Una cosa è certa – dice Agostino Megale, segretario confederale della Cgil, intervistato dall’Espresso – I salari dovevano crescere di più di quanto sono cresciuti. E la parte maggiore della crescita è andata in profitti e tasse». Ma a dire ancora di più è Innocenzo Cipolletta, economista e presidente Fs. «Se la produttività è stata più alta, si conferma quanto fosse sbagliato il cuneo fiscale di Prodi a sostegno di un’industria che non ne aveva bisogno». Davvero una rivoluzione copernicana.

Emorragia
Insomma, l’impresa ha preso molto. Fino a ieri. oggi si ritrova nella crisi globale, e continua a sfornare dati da tregenda. Gli ultimi sono arrivati ieri dal centro studi di Viale dell’Astronomia, e hanno già provocato reazioni innervosite da parte del governo. Le stime degli industriali sono nerissime: quest’anno il Pil farà un tonfo del 3,5% (molto peggiore di quanto previsto finora), e l’occupazione subirà un calo del 2,2% in due anni, con ben 507.000 posti di lavoro persi. Il dato sfonda verso quota 800mila (per l’esattezza 867.000) se si considerano anche le ore perse per cassa integrazione (e quindi le persone che formalmente conservano il loro impiego ma in questi due anni non hanno lavorato). Una vera emorragia. Il tasso di disoccupazione nel 2010, secondo gli industriali, potrebbe risalire al 9%, un valore analogo al 2001 e molto più alto rispetto ai minimi raggiunti nel 2007 6,1%). Le retribuzioni di fatto reali per occupato cresceranno dell’1% (nel 2008 erano rimaste stabili) ma il monte salari reale calerà dell’1,4% proprio a causa della minore occupazione. I dati «corrispondono anche alle stime Cgil», ha commentato ieri Guglielmo Epifani. Il dato sull’occupazione è particolarmente allarmante, soprattutto perché pesa di più se scomposto dal settore pubblico. Ecco perché il governo non se la può cavare unicamente con i soldi alle banche e praticamente zero su tutto il resto», attacca il segretario della Cgil.
Ma i dati non sono piaciuti al minsitro Maurizio Sacconi, che (come aveva già fatto il suo collega Claudio Scajola) accusa gli industriali di eccessivo pessimismo («Corvi», aveva detto il titolare dell’Industria). «le previsioni sono tutte opinabili – ha detto ieri Sacconi – Mi consola che chi gode a preveder eil peggio, sta di fatto ipotizzando tassi di disoccupazione significativamente al di sotto di quello del ’97, che era del 12.3%, e non era un secolo fa». Insomma, il minsitro resta fedela alla linea del governo: smorzare la portata della crisi. Abbassare i toni su lavoro, famiglia e industria, e intanto magari fare qualche favore agli immobiliaristi col piano casa.

L’Unità, 27 marzo 2009

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