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“Capitani coraggiosi, storie di pescatori che hanno salvato decine di migranti”, di Gabriele Del Grande

Ci troviamo nel passaggio. È la nostra zona di pesca, e la loro zona di transito». Quasi ogni giorno i pescatori del Canale di Sicilia incrociano le barche dei migranti al largo di Lampedusa. E sempre più spesso sostituiscono Guardia Costiera e Marina militare in difficili salvataggi. L’ultimo è avvenuto il 28 novembre 2008. Col mare in burrasca e onde alte otto metri, cinque equipaggi siciliani hanno soccorso 650 persone.

Siamo andati a trovarli a Mazara del Vallo, primo distretto della pesca in Italia, e abbiamo scoperto che non era prima volta. Negli ultimi anni i pescatori mazaresi hanno salvato la vita a centinaia di uomini e donne. Le loro sono storie incredibili, di uomini ripescati in alto mare, a mollo da ore, aggrappati alla chiglia di un gommone. Sono storie drammati che di marinai che si buttano in mare nella notte per salvare una vita. Sono storie di anonimi eroi che non si sono girati dall’altra parte. Perchè «quando vedi un bambino di tre mesi a mare, non pensi più ai soldi, né al tempo perso. Pensi soltanto a salvargli la vita».

Pensò questo il capitano Zenzeri, tunisino, quando vide due bambini e una donna incinta su un gommone semisgonfio. Era l’8 agosto del 2007. Li prese a bordo. Oggi, col suo equipaggio, è sotto processo al tribunale di Agrigento e rischia una pesante condanna. L’accusa è favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. Abbiamo incontrato il capitano Zenzeri a Teboulbah, in Tunisia. Se potesse tornare indietro, rifarebbe tutto allo stesso modo. È la legge del mare. Ne è convinto. E ne sono convinti gli avvocati della difesa, che in caso di condanna, promettono battaglia, fino alla Corte Europea.

Il racconto

La prima a salire a bordo è stata una bambina di quattro mesi. Era avvolta da una coperta. Ho aperto il fagotto e le ho fatto un po’ di smorfie. Lei rideva». Era in mare da tre giorni quella bambina, insieme alla madre, e altre 350 persone, stipate su un barcone di legno lungo dieci metri rimasto bloccato nel mare in tempesta dieci miglia a sud est da Lampedusa lo scorso 28 novembre. Pietro Russo non dimenticherà facilmente il volto di quella bambina.

Fu il comandante della Capitaneria di porto a chiedergli di intervenire. La Guardia costiera non aveva i mezzi per uscire col mare grosso e in zona non c’erano navi della marina militare. A bordo c’erano donne e bambini, così il capitano del «Ghibli» non poté tirarsi indietro. Come non si era tirato indietro, la notte precedente, il comandante del «Twenty Two», Salvatore Cancemi, detto Schillaci, che non aveva esitato a uscire col mare forza 7 pur di portare in salvo i 300 passeggeri dell’altro barcone in zona.

L’ultimo avvistamento era avvenuto 15 miglia a ovest dell’isola, vicino allo scoglio di Lampione. Con la luce dei fari, cinque pescherecci della flotta mazarese passarono al setaccio la zona, nonostante le condizioni proibitive del mare. «C’erano onde alte otto metri e raffiche di vento grecale a 70 km orari» racconta Cancemi. «Il mare era troppo grosso per un abbordaggio – dice – ma anche per il rimorchio: il cavo si poteva spezzare. C’era troppa risacca. Così abbiamo deciso di scortarli. Stavamo di lato per fare muro contro il vento». Era un barcone di 12 metri, di legno, pieno zeppo, le onde sbattevano sul ponte della barca. Cercarono riparo dalla risacca sotto gli scogli di Lampedusa, a Cozzo Ponente, procedendo con lo scandaglio, in piena notte. E poi li abbordarono per trasbordare i passeggeri. Quello fu il momento più difficile, dice il pescatore: se si fossero spostati di fianco, la barca si sarebbe immediatamente sbilanciata e rovesciata in mare. Non sarebbe stata la prima volta.

Successe il 17 luglio 2007 a Nicola Asaro, comandante del Monastir, classe 1953. Stavano pescando gamberi rossi al largo della costa libica, quando si avvicinò una lancia in vetroresina con 26 persone a bordo. «Erano senza carburante. Ci chiesero della benzina, ma noi andiamo a gasolio e non potevamo aiutarli». Asaro abbassò la scaletta per farli salire. Il mare era piatto. Fu un attimo. Qualcuno si alzò in piedi, da dietro iniziarono a spingere e in un momento la barca si capovolse. «Lanciammo immediatamente in mare i salvagente e le cime. Non sapevano nuotare. Si tiravano sotto uno con l’altro». Alla fine riuscirono a trarne in salvo 14 e a recuperare un cadavere. «Gli altri 11 li ho visti affondare con i miei occhi».

La stessa cosa è successa pochi mesi fa, a giugno, al comandante dell’Ariete, Gaspare Marrone. Stavano trainando le gabbie dei tonni. La barca, con 30 persone a bordo, si capovolse a due metri dal peschereccio. In cinque finirono aggrappati alla gabbia, altri 22 li recuperò l’equipaggio. Tre persone invece, tra cui una donna, scomparvero tra le onde. Un anno prima, nel settembre del 2007, Marrone aveva salvato la vita a 10 uomini incontrati in alto mare, appesi alla chiglia di un gommone affondato: un tubo largo 20 cm e lungo 4 metri. Stavano in mare da più di due ore, nudi. Gli altri 30 compagni di viaggio erano annegati. «Da lontano sembravano delle boe, quando capii che erano degli uomini non ci volevo credere. Lanciammo i salvagente. Il direttore macchine si tuffò per aiutarli, non avevano più forza».

E senza forza era anche il giovane mauritano trovato da solo, in acqua, a 70 miglia da Lampedusa, dal peschereccio Ofelia il 23 agosto 2007. «Era l’alba – racconta il capitano Antonio Cittadino -. Lo vidi per caso, dal finestrino. All’inizio mi sembrava un bidone. Poi vidi muoversi qualcosa. Stava alzando la mano. Era un uomo». Da 48 ore stava seduto in bilico sopra tre tavole di legno dello scafo di un gommone affondato. Unico superstite di 47 passeggeri. «Lo abbiamo tirato a bordo di peso. Si è accasciato a terra. Non parlava. Aveva le carni bianche dal sale. Quando si è ripreso, il giorno dopo, mi chiamava l’amico di Dio».

L’Unità, 31 marzo 2009

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