cultura

“In memoria del divo Giulio e della sua sfida”, di Oreste Pivetta

Dieci anni fa moriva Einaudi, il fondatore della casa editrice che pubblicò insostituibili pagine, nella speranza che la cultura potesse diventare patrimonio comune e nel lavoro collettivo delle più belle menti della nostra Italia.

C’è una lettera di Gianni Rodari che comincia: Muy querido y distinguido hidalgo editorial señor don Julio Einaudi de Turin y Pinerol, marques de via Biancamano… come in un quadro del Moroni, di profilo o di trequarti, il busto stretto nel corpetto ricamato, nobilmente altezzoso, un po’ dandy delle lettere e delle stampe e di altro sicuramente, elegante da gran signore di
campagna, cui piacciono i colori e i tagli morbidi, seduttore indubbiamente mentre ti parla sussurrando un po’ a strascico con le parole, le labbra in una piega tra l’ironia e lo scetticismo sui tempi che verranno.
Don Julio è morto nel 1999 e dunque aveva le sue buone ragioni per credere che le cose non sarebbero andate granché bene. Il divo Giulio (lasciamo stare Tremonti), il Principe, dovendogli
perdonare qualche debolezza, qualche paura, molte civetterie, piccoli egoismi. Rifare la storia chiederebbe chilometri di pagine. Luisa Mangoni, bravissima storica, ne ha impiegate un migliaio (Pensare i libri. La casa editrice Einaudi dagli anni trenta agli anni sessanta.Bollati Boringhieri),
per fermarsi agli anni sessanta: trent’anni appena e ne mancherebbero altri 30 o 40 o 50, perché anche l’eredità conta.
Ho conosciuto Giulio Einaudi. Una volta, tardi negli anni, dopo la grande crisi che avrebbe condotto la sua impresa nell’orbita di Mondadori, lo incontrai nello stand a Francoforte, seduto
in disparte e in solitudine: stanco eun po’ naufrago…
Sempre lo avvicinavo con molti tremori e timori. In fondo era anche da vivo un monumento
e noi della generazione sessantottina con aspirazioni intellettualine dovevamo moltissimo a lui e alla sua casa editrice. L’elenco dei nostri debiti sarebbe enorme. Tanto per fare qualche esempio: I persuasori occulti di Vance Packard, L’uomo a una dimensione di Marcuse, L’io diviso di Laing, I dannati della terra di Frantz Fanon o Colletti bianchi di Wright Mills, dove per la prima volta si vedeva o si intuiva scritto di «proletarizzazione dei cetimedi», che per noi italiani era già una rivoluzione. Tutte letture, capite qui e là, che stavano alle spalle del miglior Sessantotto, quello libertario e novatore, internazionalista e pacifista, prima che tutto precipitasse nelle burocrazie dei partitini con i loro capi e capetti, fino alla tragedia del terrorismo. Senza contare ovviamente quanto era avvenuto prima o nei dintorni, quanto Giulio Einaudi aveva appena pubblicato, tra italiani e stranieri, e che a pagine o a frammenti di pagine era entrato nella nostro cultura non solo scolastica: Brecht e Gadda, Lukàcs e i francofortesi, Elsa Morante, Lalla Romano, Nuto Revelli, Basaglia, Fenoglio e Pavese e Levi-Strauss e Frazer e poi, o soprattutto per noi che eravamo anche comunisti e addirittura pici, Antonio Gramsci,
tutte le opere di Antonio Gramsci.
I Quaderni dal carcere videro la luce editoriale definitivamente (cioè in edizione critica) solo nel 1975 a cura di Valentino Gerratana e con la benedizione di Palmiro Togliatti, benedizione
che risaliva a dieci anni prima, al 1964.

I RAPPORTI CON IL PCI
«Ci vorrà un po’ di tempo», preannunciava il segretario del Pci. Come lo stesso Einaudi Giulio racconta nell’unico libro veramente suo della vita, Frammenti di memoria (pubblicato
da Rizzoli, però). I rapporti tra Einaudi e il Pci furono lunghi e intensi, non solo per la pubblicazione di Gramsci (con la prima edizione delle Lettere dal carcere nel 1947) e di molte opere gradite al partito e non solo per alcune iniziative commerciali (la biblioteca Einaudi nelle sezioni del Pci), ma anche nel confronto aperto tra le varie anime einaudiane, azionista, filocomunista, liberale. Anime che in un certo senso sono testimonianza del percorso, della vita, degli incontri del fondatore, che alla nascita respirò cultura liberale, ascoltando il padre Luigi, il professore di scienza delle finanze e il presidente della repubblica, che camminava tra i vigneti di Dogliani leggendo l’Economist, che discuteva della differenza tra liberalismo e
liberismo con Benedetto Croce…
Giulio Einaudi conobbe Gobetti, faceva propaganda durante il fascismo per Giustizia e Libertà,divenne editore insieme con Leone Ginzburg, l’azionista nato cento anni fa e morto nelle
carceri fasciste, e sistemò i suoi primi uffici, nel 1933, in un vecchio stabile di via Arcivescovado 7 a Torino, dove, prima, proprio Gramsci aveva diretto l’Ordine Nuovo. Durante la guerra,
si rifugiò in Svizzera, ma tornò attraverso i valichi della Val Ferret, per partecipare alla lotta partigiana, accolto oltre confine da Ugo Pecchioli.
Poi verrà la liberazione e la ripresa senza le censure e le barriere di un tempo del lavoro, insieme con uomini preziosi come Felice Balbo, «la mente pensante della sinistra cristiana», Pavese, Vittorini, Franco Venturi, Massimo Mila, Norberto Bobbio, Antonio Giolitti, Natalia Ginzburg, Italo Calvino, CarloMuscetta, riprendendo la tradizione di incontri, discussioni,
scontri a volte assai duri, nel segno comunque di un’opera collettiva, per quanto combattuta.

PENSARE I LIBRI
Giaime Pintor (che sarebbe morto nel ’43 mentre cercava di organizzare la resistenza antifascista nel Lazio) qualche anno prima aveva così descritto quell’impresa comune: «Einaudi Pavese Ginzburg Muscetta e io seduti intorno a un tavolo abbiamo discusso di libri uno a uno. Un notevole esercizio di intelligenza: raramente ho visto cinque persone così agguerrite su un
argomento». Annota Giulio Einaudi: «Era il novembre ’41, in piena guerra, si discuteva il programma della collezione Universale…».
“Pensare i libri”, come dice splendidamente il titolo del libro di Luisa Mangoni, è una fatica
collettiva, che ha bisogno di un regista e Giulio Einaudi lo fu, primus inter pares e conduttore determinato, capace di unire tante persone edi suonare la tastiera delle loro voci, «lui il
pianista che solo conosce la musica», come scrisse Giulio Bollati, uno degli einaudiani.
Einaudi il seduttore ebbe anche il merito di intuire che si poteva raggiungere con la cultura un vasto pubblico «oltre quello solito dei raffinati» e che ci si doveva tenere lontani dalla «piccole chiesuole di marca fiorentina». Insomma pensò subito che si potesse diventare editore d’alta
cultura, ma che ci si potesse aprire al presente e che il pubblico potesse apprezzare.
Vendere molto,anche se questo significava ovviamente investire, produrre e rischiare molto. Einaudi alla fine si arrese. La casa editrice passò una gravissima crisi finanziaria
tra il 1983 e il 1987. Finì con Mondadori.
Che cosa resta? L’eterno confronto tra la ricerca più alta e l’aspirazione ai grandi numeri, tra l’egemonia culturale per mezzo secolo fino al nostro Sessantotto e la commercializzazione,
tra il rigore della vecchia Einaudi e la contaminazione di Stile Libero (l’ultima onnivora collana), tra i grandi classici e le formiche che nel loro piccolo s’incazzano, il libretto di battute e aforismi redatto da Gino e Michele, voluto da Oreste del Buono, che vendette moltissimo e fece scandalo tra gli einaudiani doc. Era il 1991, Giulio Einaudi era ancora presidente e di fronte ai temporali incombenti continuava il suo cammino.

da L’Unità

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