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Napolitano: «Adesso basta xenofobia», di Ugo Magri

Il costume politico va scadendo sempre più, constata amaro il Presidente della Repubblica. Ne ha viste tante, però mai finora si era sparso da noi il contagio ben conosciuto altrove, quella «retorica pubblica che non esita a incorporare accenti di intolleranza e di xenofobia» nei confronti degli immigrati. Ecco, invece, il virus arrivare «anche in Italia». Dove «si diffonde». Complice per caso la campagna elettorale, la smania del governo di acchiappare qualche voto in più? Napolitano questo non arriva a dirlo, si ferma un attimo prima perché lungi da lui l’intenzione di scatenare un’altra guerra con Berlusconi dopo Eluana, dopo il braccio di ferro sui decreti, dopo le scintille sulla Costituzione. E nel Palazzo del Quirinale sono categorici: il Capo dello Stato si riferisce a un clima generale, a uno stato d’animo collettivo, e tra parentesi non è la prima volta che manifesta il proprio allarme. Era intervenuto all’inizio del mese, la coincidenza con il voto della Camera sul «pacchetto sicurezza» è del tutto occasionale…

Già, perché mentre Napolitano rivolge il suo indirizzo in inglese alla Conferenza delle fondazioni, l’aula sta votando la legge che lancia le ronde, fissa il reato di clandestinità e rende la vita più difficile a chi è privo del permesso di soggiorno. Passa con 297 sì, 255 no, 3 astensioni. La Lega preme perché il Senato metta il timbro entro fine maggio. Da quel momento in poi, esemplifica il sottosegretario Mantovano, «se una badante clandestina viene trovata, la si espelle». O la si chiude in un centro di accoglienza. «Vado a festeggiare» annuncia trionfante Maroni, protagonista nell’emiciclo di un brutto battibecco con Franceschini. Il quale si lancia alla carica veemente, evoca il dramma di «quando si pensò di affidare la sicurezza a persone con camicie di uno stesso colore», sfida il premier appollaiato sui banchi del governo («Porti questo piano al prossimo G8 e sentirà che cosa ne pensano gli altri governanti…»), sferza i deputati della maggioranza, «voi così devoti non ascoltate la voce della Chiesa».

E sfiora la rissa col ministro dell’Interno: «Volete impedire l’iscrizione all’anagrafe dei bambini invisibili…». Lo interrompe Maroni, «è falso!», viene richiamato alla compostezza dal presidente dell’aula che è Rosy Bindi in quanto Fini si fa notare, stavolta, per l’assenza. No: con l’Onu sul piede di guerra, con il leader dell’opposizione che evoca addirittura il fascismo, Napolitano non può certo girare lo sguardo altrove. Difatti dice il minimo (e anche il massimo) che in questa fase gli è consentito. Bossi reagisce stizzito, il Cavaliere viceversa non la prende male, ostenta comprensione. «A chi si riferisce il Presidente? Non lo so. Noi siamo sempre stati contro la xenofobia», si capisce che nemmeno lui desidera litigare. Stessa tattica con la Chiesa, che non si espone nei suoi vertici però manifesta il disagio con quello «sciame sismico» di commenti che di regola precede le scosse (da ultimo, l’attacco dell’«Avvenire»).

«Non ho notizia di critiche», giura il premier, «ho parlato più volte con i responsabili della Cei trovando sempre un’accoglienza positiva da parte loro». Che sorpresa se il cardinal Bagnasco, alla prossima assemblea generale dei vescovi il 25 maggio, dovesse prendere le distanze dal governo… Berlusconi si sente nel giusto. Non teme di cadere nella «retorica pubblica» denunciata dal Colle: «C’è bisogno di deterrenza, altrimenti l’Italia diventa approdo di troppe persone. La sinistra è per la porta aperta, noi per la porta chiusa a quanti non hanno né arte né parte e andrebbero solo a ingrossare le file della malavita».

La Stampa, 15 maggio 2009

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