Enrico Berlinguer “Il coraggio e le ragioni di una scelta”

“Noi pensiamo che il privilegio vada combattuto e distrutto ovunque si annidi, che i poveri, gli emarginati, gli svantaggiati vadano difesi, e gli vada data voce e possibilità concreta di contare nelle decisioni e di cambiare le proprie condizioni, che certi bisogni sociali e umani oggi vadano premiati, che la partecipazione di ogni cittadino alla cosa pubblica debba essere assicurata”. Così Enrico Berlinguer su “La Repubblica” nell’intervista a Eugenio Scalfari del luglio 1981.
A 25 anni dalla morte di uno dei rappresentanti più alti della democrazia italiana, avvenuta a Padova l’11 giugno del 1984, i gruppi PD di Camera e Senato ricordano la figura del leader del PCI chiedendo a tre storici di interpretare il pensiero di Berlinguer raffrontandolo con l’attualità.
Giovedì, 21 maggio, alle ore 15, presso la Sala della Regina della Camera dei deputati, ne discutono Paul Ginsborg (Storia contemporanea all’università di Firenze), Miguel Gotor (Storia moderna all’università di Torino) e Agostino Giovagnoli (Storia contemporanea università Cattolica di Milano). Presiedono i capigruppo Anna Finocchiaro e Antonello Soro. Conclude Dario Franceschini.

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UNCOMMENTI PER “Enrico Berlinguer “Il coraggio e le ragioni di una scelta””

  1. La redazione attenzione:

    Berlinguer, 25 anni dopo

    È giunto il momento di dare al Pci il riconoscimento che merita…». Dario Franceschini commemora Enrico Berlinguer nella Sala della Regina di Montecitorio che ospita, per l’occasione deputati e senatori del Pd, molti ex dirigenti comunisti e una pattuglia di ex democristiani. L’11 giugno ricorrerà il venticinquesimo anniversario della morte del leader comunista che – parole di Antonello Soro – mostrava una «naturale, non costruita, capacità di essere punto di riferimento di tutti gli italiani. al di là degli schieramenti politici». Soro, come Franceschini, proviene dai popolari e prima ancora dalla Dc. E faceva un certo effetto, ieri – mentre scorrevano sui video le foto di Berlinguer con Moro, o con Zaccagnini, o con Spadolini, o con Pajetta – ascoltare il presidente dei deputati democratici mentre spiegava che «senza l’originalità del Pci non si comprenderebbe il perché del Partito democratico». O Franceschini che parlava del Pd come dell’«approdo finale della transizione italiana iniziata 20 anni fa».
    Post ed ex comunisti che ricordano Moro e post ed ex dc che ripensano Berlinguer e il suo partito. Non bastano le commemorazioni per rimescolare le storie politiche e andare oltre. Ma riconoscersi è più che un buon inizio. Ieri, e forse per la prima volta in modo così ufficiale, sono stati dirigenti Pd di provenienza democristiana a riabilitare Berlinguer e il Pci. Si può dire che un certo comune impaccio rievocativo sia stato in qualche modo superato. E poco importa se «Enrico» entra a pieno titolo nel Pantheon del Pd alla vigilia di una tornata elettorale difficile e tormentata. Ieri, sicuramente, è accaduto qualcosa che parlerà poco alle nuove generazioni, ma che può toccare le corde di generazioni di padri che sono arrivate al Pd attraverso un faticoso percorso per poi, magari, rimanere deluse. Deputati e senatori democratici commemorano assieme «Enrico». E lo fanno con il contributo critico degli storici (Paul Ginsborg. Miguel Gotor, Agostino Giovagnoli), L’11 giugno, a Montecitorio, Berlinguer verrà ricordato dal presidente della Camera, Gianfranco Fini, e da Alfredo Reichlin.
    L’assenza, tra gli oratori di ieri, «di una voce che avesse consuetudine con la storia del Pci», come rileva Paolo Corsini, deputato ed ex sindaco di Brescia, aveva provocato la reazione critica di una cinquantina di parlamentari che avevano inviato una lettera ai presidenti dei gruppi Pd per segnalare i loro «rilievi». «Berlinguer aveva una visione lungimirante di come difendere la democrazia – spiega Ginsborg – Ma forse non un’idea così convincente di come farla crescere» e il Pci «sembrò troppo spesso adattarsi all’abitudine lottizzatoria degli altri partiti». La politica comunista di allora, secondo lo storico inglese, contribuì a «salvare l’Italia», ma – alla fine – rafforzò il centrismo» e fece uscire «il Pci logorato». Quanto all’austerità, secondo Giovagnoli, Berlinguer la concepì come «strategia per avviare il cambiamento», come «leva di giustizia sociale ed economica», come «critica del consumismo che costituì terreno d’incontro con i cattolici di base e le gerarchie ecclesiastiche». E Anna Finocchiaro ricorda Berlinguer «così forte, eppure così austero, così poco appariscente, ma assieme così capace di ascolto»,
    Il Pci «ebbe un ruolo essenziale nella democrazia italiana», sottolinea Franceschini, e «ricordare Berlinguer significa fare i conti con la questione comunista e con il suo intrecciarsi con la democrazia italiana», E il segretario Pd paragona indirettamente la «sobrietà e la compostezza» di Berlinguer», allo scomposto protagonismo di certi leader di oggi. Berlinguer visse «da protagonista la lunga “stagione dei diritti” – sottolinea Franceschini – gli anni 60 e 70, «le dure lotte sociali, civili, democratiche, dei lavoratori, dei giovani, delle donne, una grande stagione di modernizzazione dell’Italia». E Berlinguer, ancora, «seppe fare del Pci un interlocutore di questo grande movimento culturale», portò il suo partito «a divenire competitivo nei confronti della Dc».
    Una «egemonia comunista, unico caso in tutto l’Occidente, che precluse alla sinistra la via del governo», ma che fu frutto «di un’intuizione lungimirante: fare del Pci un grande partito di massa, popolare, fortemente radicato nella società italiana e per questo capace di contribuire a governarla in vaste zone del Paese». E per Franceschini «l’anomalia italiana» è stata caratterizzata «dal lungo confronto tra comunismo democratico e anticomunismo democratico». Un Pci che ha sempre avuto «nel suo dna una specificità nazionale», quindi, una concezione «del valore della libertà e del pluralismo nella vita politica, sociale e culturale». Fino allo strappo dall’Unione sovietica e al riconoscimento del ruolo della Nato. «Certo ci sono stati ritardi, contraddizioni, incertezze – afferma Franceschini – Ma la vicenda del comunismo italiano va letta nella sua complessità e nella sua evoluzione cercando di non smarrire il filo rosso che racconta la sua diversità».
    Il Pci, allora, non come «minoranza antisistema», ma un grande movimento di popolo, che ha preso parte alla Resistenza, alla Costituente, ha contribuito alla «elaborazione di una idea condivisa di democrazia», ha favorito «il dialogo con il mondo cattolico», e che, con Berlinguer, diede un «contributo decisivo alla lotta contro il terrorismo».
    E tutto ciò, secondo Franceschini, «deve portare a far giustizia di certi liquidatori giudizi su quello che viene derubricato a consociativismo e che invece ha segnato un graduale percorso di accreditamento democratico del Pci». Becero, allora, usare – come fa Berlusconi – «la parola comunismo per sollevare vecchie paure, mescolando e fondendo volutamente l’originalità della storia italiana con quella dei regimi comunisti e del loro totalitarismo». E Franceschini crede giunto il momento di restituire al Pci «il ruolo che ha avuto». «Essersi trovati nel mondo delle ideologie e della divisione in blocchi, dalla parte che la storia ha inesorabilmente segnato come sbagliata – sottolinea – non può impedire ancora il riconoscimento della democratica diversità del comunismo italiano». E Franceschini chiede «rispetto» per «quelle donne e quegli uomini» che dalla tradizione comunista sono arrivati fino al Pd e che «in un mondo nuovo hanno cominciato con i vecchi avversari e con tanti nuovi democratici l’avventura di un partito nuovo».
    Questi, aggiunge, «devono poter rivendicare con orgoglio la loro storia». E il Pd, conclude, «È l’approdo dei nostri percorsi individuali e collettivi, è il luogo in cui si sono incontrati i diversi riformismi italiani e molte migliaia e migliaia di altre persone». Siamo appena «all’inizio in un lungo cammino – esorta Franceschini – Ma ognuno di noi dovrà portare intatta la memoria delle proprie radici».

    L’Unità, 22 maggio 2009

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