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“La democrazia stressata”, di Aldo Schiavone

Una democrazia stressata. Ancora forte e ben in piedi, per fortuna, ma stressata. Credo che questa sia la rappresentazione più corretta del difficile momento istituzionale e politico che stiamo attraversando non da ora, e di cui le cronache degli ultimi giorni stanno rivelando con sin troppa evidenza l´avvio di una nuova fase.
L´Italia incupita e sofferta del tardo berlusconismo ci restituisce l´immagine di una democrazia sottoposta da tempo a una pressione ostinata e potente, che tende deliberatamente a comprimere alcuni suoi caratteri storici fondamentali, fissati peraltro nella Costituzione, e a ridurla a un solo elemento: la persistente vibrazione di consenso (l´espressione è di Ezio Mauro) che continua a legare il popolo al suo leader. Se essa c´è, e se dura, il resto non conta. Anche se si tratta di un resto enorme, che comprende di tutto: dalle sentenze dei giudici ai comportamenti personali, dai giudizi sulla crisi economica («È finita, è finita; tutto è tornato come prima, meglio di prima» sembra abbia detto – e si stenta a crederlo – il nostro premier a Mosca) alle ingiurie a quella stampa, colpevole di fare solo il proprio dovere.
Il pericolo sta nel fatto che questa idea impoverita fino all´estremo della democrazia – un´idea, per così dire, “usa e getta”: aderisci e dimentica – se ha modo di diffondersi e di radicarsi, può alla fine diventare senso comune (il senso comune non è sempre buon senso) di un Paese provato e distratto. Di un´Italia disposta a soddisfare il bisogno di un riferimento sicuro – l´esigenza fisiologica di leadership – con l´abbaglio tranquillizzante di aver trovato una guida che non impone la fatica di una valutazione quotidiana, ma che si può accettare, grazie alla forza carismatica del suo successo, una volta per tutte, senza più discuterne. Se questo accadesse – se un tale atteggiamento si consolidasse davvero – ci troveremmo di fronte a qualcosa di simile a un autentico sfondamento culturale del nostro sentire democratico, all´apertura di una falla rischiosa nel tessuto politico della Nazione, dalle conseguenze difficilmente calcolabili.

La battaglia cui siamo chiamati deve essere dunque in questa circostanza anzitutto una battaglia di idee, in difesa di un paradigma di democrazia faticosamente costruito, dal quale non possiamo e non dobbiamo scostarci. Nessuno scandalismo moralistico, e nessun facile giustizialismo: è possibile che i comportamenti del premier risultino alla fine irreprensibili, ed è altrettanto possibile che egli si sia solo imbattuto in giudici che hanno sbagliato, per errore grave o per prevenzione ideologica: può accadere ai comuni cittadini come al presidente del Consiglio. Il problema però non è questo, ma riguarda i princìpi, e dunque tocca indistintamente tutti noi.
Il punto cruciale – depurato da ogni personalismo – attiene al rapporto fra legge e consenso: e dunque, se si vuole, al nesso fra legalità e democrazia. È una questione che tormenta da millenni il pensiero politico, e gli equilibri costituzionali contemporanei rispecchiano, nella loro delicatezza, questo lungo lavorio di esperienze e di elaborazioni. Essi ci dicono che la democrazia non è fatta solo di consenso, anche se non può assolutamente prescinderne, ma altresì di un insieme di regole, senza le quali il consenso non solo non basta, ma può trasformarsi in dispotismo e in sovversione. È accaduto molte volte nella storia. Ed è per questo che persino la sovranità popolare – che pure è il fondamento supremo e ultimo di ogni modello democratico – si può esercitare solo «nelle forme e nei limiti stabiliti dalla Costituzione» (come dispone l´articolo 1 della nostra Carta).

Il consenso perciò – per quanto vasto – non può essere usato come una purificazione, né come scudo rispetto alle leggi, e nemmeno per sfuggire alla critica che anche una minoranza minima ha il pieno diritto di sollevare. L´appello al popolo – cui si è fatto adirato ricorso anche in questi giorni – è dunque quanto meno improprio, e rivela una deriva che può solo gettarci in un mare in tempesta. Democrazia, significa anche primato della legge – “nomos Basileus”, la legge come (unico) sovrano. E significa divisione dei poteri, e soprattutto, nel messaggio delle origini, trasparenza del potere: il popolo riunito nelle piazze delle città inondate dal sole della Ionia o dell´Attica, con i governanti al centro, visibili da tutti e non più chiusi negli antichi palazzi persiani o micenei. È su queste idee fondative di divisione e di trasparenza che bisogna oggi insistere, in una grande campagna di responsabilità e di fermezza. Non c´è domanda a cui il potere non debba rispondere, se non nei casi in cui è la legge stessa che lo obbliga a tacere. E quando il passato imprenditoriale – non meno della felicità privata – diventa il contenuto principale della costruzione del proprio carisma politico, è di ogni cosa che si è chiamati a render conto. E bisogna saperlo fare con umiltà e senza vergogna. Fino a dimostrazione contraria, siamo tutti innocenti. Ma bisogna esibirlo nel contraddittorio e non nella fuga; difendendosi – se occorre – “nel” processo, e non “dal” processo.

Nelle società fluide – attraversate da continue e incontrollabili onde mediatiche – il consenso carismatico, fondato sul prevalere di elementi prepolitici piuttosto che sulle articolazioni di una democrazia partecipata, è sempre assai labile. Il tardo berlusconismo ha oscura ma netta consapevolezza di questa friabilità, ed è perciò che comunica un senso di solitudine e di nervosismo, quanto più sembra arrivato al culmine della parabola. Non capisce la crisi, che tenta di esorcizzare con ottimismi gridati al vento, per la stessa ragione per cui non tollera di essere contraddetto: perché ormai è disposto ad accettare solo una realtà addomesticata, che corrisponda ai suoi desideri. Ma fuori c´è il mondo – o almeno, tutto il mondo che non ha comprato, dove è facile che l´ascendente del principe si rovesci di colpo nel suo contrario. Machiavelli vi ha scritto sopra pagine memorabili.

La Repubblica, 21 maggio 2009

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