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“Incapaci di pensare europeo”, di Barbara Spinelli

Possiamo già prevedere le parole che verranno dette, in molte capitali del continente, subito dopo le elezioni europee: è mancato, ancora una volta, quel che viene chiamato spirito o comune sentire europeo. In ogni Stato si vota su temi nazionali, ogni elettore tende a giudicare il proprio governo o la propria opposizione, non quello che le istituzioni europee hanno fatto o faranno. Alcuni vedranno confermata una loro persistente convinzione: non esiste un popolo – un demos – dell’Unione. L’Europa intesa come comune governo, affiancato ai governi nazionali, è un’utopia nata nell’ultima guerra che ha fatto naufragio anche se gli elementi statuali dell’edificio comunitario sono ormai inconfutabili.

Tutti questi ragionamenti hanno un difetto. La realtà, continuano a vederla attraverso l’unica lente che conoscono: quella dello Stato-nazione. Ogni giorno i fatti dimostrano che la lente è inadatta, senza tuttavia intaccare la monotona routine. È come se nella pittura fossimo rimasti alle figure bidimensionali, ricusando la prospettiva di Piero della Francesca. La vecchia lente garantisce all’osservatore comodità, sforzo minimo, potere: perché abbandonarla?

Eppure i fatti sono chiari: più della metà delle decisioni che determinano la nostra vita quotidiana non sono più prese nello spazio nazionale, ma in quello europeo; e l’Europa è imprescindibile non solo dove c’è stato trasferimento di sovranità (moneta, commercio, frontiere) ma anche in materie gelosamente custodite dagli Stati come clima, energia, immigrazione, politica estera. Infine non è vero che lo Stato, per funzionare, deve avere prima una nazione, un demos. Antonio Padoa-Schioppa, studioso di diritto europeo, ha ricordato, il 7 maggio a un convegno della Regione Lombardia, che solo nella mente dei giuristi ottocenteschi lo Stato coincide esclusivamente con la nazione: «L’analisi storica mostra che in Paesi come Francia, Inghilterra, Spagna l’identità nazionale si è formata dopo la nascita degli Stati, non prima».

Detto questo, è innegabile che lo spirito europeo sia oggi in declino: lo certifica l’astensionismo elettorale, in aumento dalla prima elezione diretta del Parlamento di Strasburgo nel 1979. Allora era il 63% a votare, oggi non più del 30-40. Particolarmente bassa è la partecipazione degli europei dell’Est, entrati da poco nell’Unione. Il fatto è che anche dove c’è spirito europeo, esso non produce affluenza alle urne né demos. Avviene anzi il contrario, e in questo il comportamento dell’Est è emblematico. Lo spirito europeo, qui, è vivo. Risale ai tempi totalitari, quando il Centro Europa, come disse nel 1983 Milan Kundera, fu «sequestrato a Est» malgrado il suo cuore e la sua storia fossero a Ovest. I cittadini bulgari, scrive il giornalista Ivo Indjev, sono tra i più europeisti nell’Unione. Tuttavia pare si asterranno in massa. Così in altre zone o ambienti dove lo spirito europeo, pur radicato, non si traduce in impegno elettorale pratico.

Lo spirito dunque non basta. Il sentire europeo può essere intenso, ma non implica, automaticamente, pensare europeo. Pensare è un’altra cosa, come spiega bene il Programma per l’Europa Politica elaborato dall’associazione Impresa Domani (Idom): un’autentica politica europea non nascerà «dalla sommatoria di debolezze nazionali», ma dovrà essere «il frutto del pensare europeo». E pensare non significa esser sensibili, ma «porsi immediatamente l’obiettivo del passaggio dei poteri a quelle istituzioni dove soltanto può formarsi un pensiero politico europeo». Non significa neppure «avere un’idea del mondo, ma avere un programma per il governo del mondo». Altrimenti abbiamo il paradosso bulgaro: più ti senti europeo, meno agisci. Non è l’unico paradosso di queste elezioni. Egualmente pernicioso è il paradosso d’un Parlamento che ha sempre più poteri (può sfiduciare la Commissione, il suo parere è vincolante su molte leggi), e nonostante ciò l’astensione cresce. Anche qui c’è discrepanza: più potere, meno pensiero.

I poveri cittadini non sono responsabili in prima linea di questi paradossi. Quando possono, reclamano un’Europa potenza. Sono responsabili gli Stati, le amministrazioni, i partiti, i giornali. Sono loro a monopolizzare l’informazione europea, a farsi impigrire dalle vecchie lenti. Negli Stati la politica è mutata radicalmente: le battaglie sono personalizzate, i partiti selezionano ormai grandi oratori, grandi caratteri. Solo le istituzioni europee rimangono immobili. Se avessero innovato, oggi voteremmo anche in Europa forti personalità, censurando i malgoverni. Ogni schieramento avrebbe un candidato alla presidenza della Commissione, e i partiti si organizzerebbero come partiti europei giudicando la scorsa legislatura. Non mancano d’altronde eccellenti candidati in pectore. Chi denuncia l’ignavia o l’opportunismo del presidente della Commissione Barroso, ad esempio, avrebbe potuto schierare europeisti come Guy Verhofstadt ex premier belga, o Pascal Lamy direttore generale dell’Organizzazione mondiale del commercio. Una vasta coalizione impedisce tali progressi, e di essa fanno parte Stati e giornali, partiti di sinistra e di destra. Scrive ancora l’Idom: «Essere un partito europeo è avere un programma sull’Europa, un’organizzazione su base sovrannazionale, e proporre propri candidati per le istituzioni dell’Unione».

I veri utopisti sono coloro che s’illudono, credendo che lo Stato resti sovrano assoluto come immaginava nel secolo scorso Carl Schmitt. Parafrasando Keynes, «sono generalmente schiavi di qualche giurista o politologo defunto». Si definiscono realisti, ma sono abitudinari e senza inventiva. I fatti non li smuovono, staccarsi dalla routine li strema. Tra sentire e pensare usano dare il primato non al pensiero difficile ma al consolatorio, inerte sentimentalismo.

La Stampa 07.06.09

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