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“Il lavoro offeso”, di Giuseppe Vespo

Per i giudici del Lavoro di Catania Salvatore La Ferlita è un caso che fa scuola: da quattro anni entra ed esce dal Tribunale etneo collezionando sentenze di reintegro al posto di lavoro, ma ogni volta che ritorna in azienda viene licenziato. La sua colpa sta nell’essersi infortunato gravemente al braccio sinistro nel 2004, quando aveva 38 anni e lavorava alla Francesco Ferrara Accardi e Figli, impresa di bitumi e asfalto. Puliva le macchine utilizzate dai suoi colleghi quando un flacone di sostanze chimiche gli si è riversato sul braccio, che non era coperto integralmente dai guanti speciali che si usano per queste mansioni. Risultato: compromessi tendini e tessuti dell’avambraccio; la corsa in ospedale e i ripetuti interventi chirurgici gli costano due mesi in corsia e un danno permanente che gli toglie forza al braccio sinistro.
Il calvario Quanto vale questo infortunio lo stabilisce l’Inail, che valuta l’invalidità lavorativa dell’operaio al 10 per cento. Troppo poco per avere diritto ad un indennizzo, troppo per svolgere gli stessi compiti in azienda. La Ferlita fa ricorso e il giudice stabilisce che l’handicap è del 40 per cento: ha diritto a ricevere dei soldi. Trascorsi sette mesi dall’incidente, l’operaio torna al lavoro e viene accolto con una lettera di licenziamento. Per l’azienda non è idoneo a svolgere l’attività per la quale era stato assunto. Segue fulminea battaglia sindacale corredata dall’intervento della Prefettura e La Ferlita viene riassunto nel giro di una settimana. Stavolta dovrà occuparsi della pulizia dei nastri trasportatori. Incubo finito? Macché, due anni dopo si riparte dal via: l’azienda gli chiede di guidare un mezzo meccanico, ma viste le sue riconosciute difficoltà non può farlo: licenziato. Di nuovo proteste, Prefettura, Tribunale.
Il procedimento d’urgenza, richiesto perché l’operaio mantiene con un solo stipendio moglie e figlio, gli permette di tornare al lavoro dopo otto mesi. L’azienda fa ricorso e lui vince anche l’appello, viene reintegrato ma visto che la sentenza non è coercitiva, viene parcheggiato nella nullafacenza, anche se ha diritto allo stipendio. Diventa così operaio generico. Trascorsi otto mesi l’azienda lo licenzia di nuovo, perché non è adatto neanche a quel lavoro, stavolta a dirlo è anche il medico legale. E allora di nuovo: ricorso, appello e reintegro. Il quarto licenziamento arriva invece con “la soppressione del posto di lavoro”. A nulla sono servite le proteste dei suoi colleghi, due dei quali si sono pure incatenati, e l’appello al gesto di coscienza fatto dalla Prefettura ai datori di lavoro. Oggi le pratiche di Salvatore La Ferlita sono ancora in Tribunale, fanno coppia con i decreti ingiuntivi presentati per ottenere i soldi persi durante i periodi di inattività forzata.
Inail e paradossi Questo è uno dei tanti calvari che ogni anno i lavoratori infortunati affrontano per far valere i loro diritti, lesi dopo un incidente dai datori di lavoro o dalla burocrazia delle Istituzioni. Oggi l’Inail presenta i dati sugli infortuni in Italia, per i quali troppo spesso si perdono il posto o i diritti di riconoscimento e indennizzo dei danni subiti. Anni ad inseguire pratiche e visite mediche, che sovente si traducono in udienze davanti al giudice, con un danno economico anche per l’Istituto nazionale per l’assicurazione contro gli infortuni. Chiamato, nel caso vinca il lavoratore, a pagare oltre alle indennità le spese legali. Fatto sta che nel 2007 un lavoratore su cinque ha dovuto aprire un contenzioso legale con l’ente per vedere riconosciuti i propri diritti. Lo dice la Cgil, mentre i dati del bilancio sociale dello stesso Inail dicono che nel 2006 su 500mila incidenti più di 100mila sono stati definiti e trattati oltre il termine previsto di trenta giorni. Tempi lunghi anche per le rendite ai superstiti, cioè gli assegni mensili (in attesa degli indennizzi) che spettano ai familiari dei lavoratori morti a seguito di un incidente. Nel 2006 il 29% dei casi (1.186)è stato trattato oltre i tempi previsti (nel 2005 era il 35%).
Ma i paradossi si spiegano meglio con i protagonisti che con i numeri. Prendete Leopoldo Buzzo, napoletano di 42 anni che lavorava all’Italcementi (oggi l’azienda fa parte di un’altra società). A più di dieci anni dall’incidente che lo costringe a fare le pulizie là dove prima era responsabile alle macchine, è in causa con l’Inail. Racconta che l’ultimo giorno disponibile prima di chiudere la sua pratica (cioè dieci anni dopo l’incidente) l’Istituto lo ha chiamato per una visita con la quale gli ha tolto 10 punti di invalidità. Retrocedendo dal 60 al 50% il suo handicap e tagliando da 1.200 euro a 700 il suo indennizzo mensile. Lui però ha le stesse difficoltà di sempre. Certo ha superato le difficoltà psicologiche ma per il resto è uguale. «Perché l’Inail deve risparmiare sulla mia pelle?», domanda.
Aurelio Ciaus, 52 anni romeno, nel 2002 stava lavorando al Mazda Palace (oggi Palasharp) a Milano. Un collega gli ha riversato per errore il materiale ferroso che trasportava col muletto. Gamba rotta e dito amputato, due mesi in ospedale e tre in una comunità. Lavoro perso e indennizzo, dice il lavoratore, “arrivato solo due anni dopo. Settemila euro”.
Mancanza di cultura Volendo fare il punto, Walter Schiavella – segretario degli Edili della Cgil (Fillea), categoria tra le più colpite dagli incidenti anche mortali – individua tre elementi a danno degli infortunati: «I tempi lunghi per gli indennizzi, il riconoscimento delle nuove tipologie di malattie professionali e l’onerosità delle azioni legali, alle quali sono chiamati i lavoratori che non vedono riconosciuti i propri diritti. Cioè quando al danno fisico si aggiunge spesso la beffa». Un problema culturale per il sindacalista, che punta il dito contro la direzione assunta dal governo nei confronti della sicurezza sul lavoro: «Vedi quello che stanno facendo al Testo Unico» e contro le aziende, che «in linea di principio sono d’accordo a rendere i luoghi di lavoro più sicuri, poi però le intenzioni non si traducono in fatti, accordi e misure reali».
Ad di là dei numeri che ci fornirà l’Inail, aggiunge il sindacalista, «è l’assenza di un approccio coerente che rende il fenomeno infortuni ancora più complesso. Penso alla scarsa attenzione che viene data a quegli aspetti che sembrano lontani dal problema, ma di cui in realtà fanno parte. Dall’organizzazione del ciclo produttivo e quindi del lavoro, alle gare d’appalto al massimo ribasso, giocate sui diritti dei lavoratori. Fino ai controlli. Perché è vero che smantellando il sistema di leggi sulla sicurezza smantelliamo diritti. Ma è altrettanto vero che la prevenzione, la formazione, la regolamentazione del mercato e il Testo Unico, sono nulli se non ci sono adeguati controlli ed equilibrate sanzioni”.
Sul tema oggi, contemporaneamente al Rapporto annuale dell’Inail sull’andamento infortunistico, la Fillea-Cgil insieme all’Ires, l’Istituto di ricerca di Corso d’Italia, presenta uno studio sul dopo infortunio. L’obiettivo «è analizzare le conseguenze pratiche e l’impatto psico-fisico sulla vita dei lavoratori infortunati e verificare quale sia il percorso che deve essere affrontato per affermare i diritti e perseguire un efficiente percorso di cura e reinserimento al lavoro».

L’Unità, 24 giugno 2009

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