scuola | formazione

“Licenziabili 7 mila prof e dirigenti”, di Alessandra Ricciardi

Alla fine, la norma libera posti è arrivata. Nella sede più sicura -visto che già si prefigura il ricorso al voto di fiducia- ovvero quella del decreto legge Tremonti ter, la manovra estiva del ministro dell’economia, Giulio Tremonti, approvata venerdì scorso dal consiglio dei ministri. Dirompenti gli effetti per la scuola: secondo quanto risulta a ItaliaOggi, potranno essere licenziati circa 7 mila dipendenti, tra insegnanti e dirigenti scolastici, per essere posti forzatamente in pensione. A tanto infatti ammonterebbe il contingente di personale scolastico che ha già maturato il requisito indicato dal decreto legge Tremonti, ovvero i 40 anni di contributi versati, alla luce del quale il ministro dell’istruzione, Mariastella Gelmini, è autorizzata a procedere alla risoluzione anticipata e unilaterale del rapporto di lavoro. L’anzianità contributiva dei 40 anni prenderà il posto per tre anni dei 40 anni di effettivo servizio ad oggi necessari. La norma del Tremonti ter riscrive infatti l’articolo 72 del decreto legge n.112/2008, così come poi modificato in sede di conversione. E autorizza le amministrazioni pubbliche, per i soli anni 2009, 2010 e 2011, a risolvere il contratto di lavoro, anche del personale dirigenziale, al compimento del 40esimo anno di anzianità contributiva, dando un preavviso di sei mesi all’interessato. Il nuovo regime, seppur transitorio, era atteso da tante amministrazioni alle prese con la necessità di liberare un po’ di posti e procedere magari a nuove assunzioni. Non si applicherà però a magistrati, professori universitari e dirigenti medici, categorie per le quali il dl attua una specifica esclusione. La norma libera posti così formulata ricalca in larga misura quella che al senato la maggioranza ha provato a introdurre in via emendativa al ddl lavori usuranti e pubblico impiego, da tempo bloccato nelle commissioni Affari costituzionali e Lavoro.
Altre due novità per la scuola arrivano sul fronte delle assenze per malattia dei dipendenti pubblici, uno dei pezzi forti della riforma Brunetta che ora viene riscritto: la prima riguarda le visite fiscali che il Tremonti ter chiarisce essere a carico del sistema sanitario nazionale. Insomma, non sono più le scuole a dover far fronte alla spese per il medico di controllo, ma direttamente le Asl, che avranno a questo scopo un finanziamento ulteriore. La seconda novità riguarda le fasce di reperibilità. Il ministro della funzione pubblica aveva previsto che per undici ore al giorno i dipendenti pubblici malati fossero reperibili a casa, non potendosi assentare neanche per acquisti di farmaci o per esami medici: dalle 8 alle 13 e dalle 14 alle 20, liberi da potenziali controlli solo nelle ore notturne e tra le 13 e le 14. Questa parte del decreto Brunetta è soppressa e tornano così in vigore le vecchie fasce di reperibilità: dalle ore 10 alle ore 12 e dalle ore 17 alle ore 19. Non si applica invece ai dipendenti della scuola l’esclusione dalla decurtazione di stipendio per ogni giorno di malattia che scatterà, sempre con il Tremonti ter, per il personale del comparto sicurezza e difesa. Liberi tutti, infine, di assentarsi per permessi, per donare il sangue ma anche a fini sindacali, senza vedersi intaccare la busta paga. Un’altra raddrizzata data da Tremonti al decreto Brunetta.

Per il momento non ce l’hanno fatta invece i contratti di disponibilità, che inizialmente dovevano essere previsti con un decreto legge autonomo e poi invece come articolo del dl estivo. Anche qui la previsione è saltata. Si tratta dei contratti con i quali l’Istruzione e il Lavoro avrebbero garantito continuità salariale a tutti i docenti precari -da ultimo l’ombrello era stato esteso anche agli Ata, seppure con un orario e un salario part time- che quest’anno hanno avuto un contratto fino al termine dell’anno scolastico o delle lezioni e che, causa tagli agli organico della scuola, da settembre sarebbero rimasti a casa, usufruendo del sussidio di disoccupazione. Il contratto avrebbe impegnato i lavoratori a essere disponibili per supplenze, corsi di recupero e progetti contro la dispersione scolastica, a fronte di un salario minimo garantito. La norma, coperta finanziariamente con il fondo per le supplenze e quello delle regioni per gli ammortizzatori sociali, dovrebbe a questo punto spuntare come emendamento governativo in sede di conversione parlamentare del dl.

ItaliaOggi, 30 giugno 2009

12 Commenti

  1. 6000 DOCENTI “ROTTAMATI” CON 40 ANNI DI CONTRIBUTI, SENZA ALCUN RISPARMIO PER LO STATO, SOLO PER UNO SPOT PUBBLICITARIO O PER CAPRICCIO DEL MINISTRO GELMINI, SENZA FAR POSTO A NUOVI ASSUNTI

    I “pensionamenti forzosi” del personale scolastico con 40 anni di contributi
    sono incostituzionali e illegittimi

    di Giovanni Falcetta

    I “pensionamenti forzosi” del personale scolastico con 40 anni di contributi sono incostituzionali e illegittimi una bieca operazione di “macelleria sociale” o “darwinismo sociale”del tutto priva di valide e coerenti motivazioni, realizzata con delle circolari Miur che violano la forma e la sostanza delle stesse leggi 133/2008 e 102/2009, che regolano tale pensionamento. Infatti, mentre le leggi presuppongono l’accertamento di esubero in organico, le circolari “impongono” ai dirigenti scolastici di licenziare il personale anche in condizioni di non esubero.

    Senza l’attenuante di far posto a giovani docenti precari, in attesa di immissione in ruolo, perchè la Finanziaria 2008 e la recente manovra economica correttiva hanno tassativamente bloccato nuove assunzioni. altre ulteriori discriminazioni:

    1) alcuni dirigenti scolastici hanno licenziato o non licenziato i propri dipendenti per simpatia o antipatia o in base alla paura o meno di improbabili sanzioni disciplinari che sarebbero loro arrivate (a loro dire, se non licenziavano) dagli Uffici provinciali, regionali o nazionali del Miur.

    2) si sono già avute, da parte dei giudici del lavoro di tutt’Italia sentenze difformi sui ricorsi inoltrati loro dai docenti rottamati. Fino a questo momento almeno 15 giudici hanno accolto i ricorsi dei ricorrenti, altrettanti li hanno respinti.

    I dirigenti, nel licenziare il personale docente e Ata, con 40 anni di contributi, oggettivamente, hanno agito in una condizione di evidente “conflitto di interessi”, perchè, essi, all’ultimo momento, sono stati furbescamente, esclusi dal “pensionamento coatto”; In una scomoda ed ambigua posizione di palese “conflitto di interessi ” si son venuti a trovare anche tutti i giudici del lavoro che si sono occupati e si stanno occupando ancora dei numerosi ricorsi, perchè anch’essi, dalle leggi 133/2008 e 102/2009, che regolano la materia, sono stati furbescamente esclusi dal “pensionamento coatto”.

    E’ totale l’incostituzionalità sia della legge 133/2008 che della successiva legge 102/2009, perchè esse confliggono palesemente con l’art. 3, comma 1, Cost. in quanto escludono dalla “risoluzione forzosa del rapporto di lavoro” i magistrati, i professori universitari (art. 72, comma 11, legge 133/2008), i dirigenti medici di strutture complesse (art. 17, comma 35 novies, legge 102/2009) e i dirigenti scolastici. Incostituzionalità che (essendo tali norme “eccezionali” relative ai soli anni 2009, 2010 e 2011, termine oltre il quale non sarà più possibile la “risoluzione forzosa del rapporto di lavoro” nella P.A.), si paleserà maggiormente, allo scadere del 2011, perchè si creerà un’altra disparità di trattamento (altro conflitto con l’art. 3, comma 1, Cost.) tra i soggetti ai quali la “risoluzione forzosa del rapporto di lavoro” oggi si applica e i loro colleghi ai quali, pur trovandosi nelle medesime condizioni dei primi, dopo il 2011, non sarà più possibile applicarla.

    La “risoluzione forzosa del rapporto di lavoro” del personale, in presenza di uno stato di servizio contributivo di 40 anni, si basa sul presupposto legislativo di accertamento della condizione di esubero in organico, come novellano le leggi citate che attribuiscono alla PA la facoltà di “risoluzione forzosa e unilaterale del rapporto di lavoro” ma solo ” nell’ambito degli interventi per il contenimento della spesa per il pubblico impiego…con la riduzione di un rilevante numero di posti di docenti….” con la raccomandazione che “dovrà essere evitata ogni forma di aggravio erariale connesso al formarsi di ruoli in esubero” (vedi art. 64 legge n. 133/2008 e Direttiva Miur n. 94 del 4 dicembre 2009, pag. 1).

    La “risoluzione forzosa del rapporto di lavoro”, anche in condizioni di non esubero, per gli insegnanti con 40 anni di servizio contributivo, è prescritta come obbligatoria solo dalla nota Miur prot. n. AOODGPER 1053 del 29/1/2010 e dalla nota Miur prot. AOODGPER 2261 del 25/2/2010. Ma tali note, come tutti sanno, non hanno alcuna cogenza di legge (vedi, ad esempio, sent. Cassazione n. 35 del 5 gennaio 2010: “….“La violazione di circolari ministeriali non può costituire motivo di ricorso per cassazione sotto il profilo della violazione di legge, non contenendo le circolari norme di diritto, ma essendo piuttosto qualificabili come atti unilaterali…”).

    Esse, quindi, sono solo un’interpretazione arbitraria delle leggi 133 /2008 e 102/2009 da parte dell’Amministrazione del Miur, centrale e periferica, e configurano a loro carico un grave abuso di potere (comportamento illegittimo). Ciononostante il Ministero della Pubblica Istruzione, gli Uffici scolastici regionali e provinciali, con queste circolari (Direttiva Miur n. 94 del 4 dicembre 2009 e successive nota Miur Prot. n. AOODGPER 1053 del 29/1/2010 e nota Miur prot. AOODGPER 2261 del 25/2/2010, citate) hanno imposto ai dirigenti scolastici, su tutto il territorio nazionale, l’obbligo inderogabile di procedere al “pensionamento coatto” dei loro dipendenti che hanno maturato, entro il 28 febbraio 2010, 40 anni di servizio contributivo, con un comportamento autoritario che ha annullato, di colpo, le facoltà discrezionali propri del loro ruolo dirigenziale, le prerogative dell’autonomia scolastica e del decentramento amministrativo.

    Un provvedimento questo che confligge anche con una recente Direttiva della UE che vieta, ai fini del licenziamento, la discriminazione per età.

    Vista la polemica e il violento antagonismo che il “pensionamento forzoso” ha provocato negli insegnanti precari contro i loro colleghi “anziani” di ruolo da rottamare, che stanno ricorrendo al Giudice del Lavoro contro il loro “pensionamento coatto” (colpevoli, ai loro occhi, di togliere loro la possibilità di avere un posto di ruolo stabile) faccio presente una notizia poco nota alla maggioranza dei docenti e dell’opinione pubblica : Sia la Finanziaria 2008 che l’attuale manovra economica correttiva, testè approvata definitivamente alla Camera, escludono, almeno fino al 2013, tassativamente, nuove assunzioni, anche in sostituzione di docenti pensionati o pensionandi.

    Le immissioni in ruolo di docenti precari (pare 10.000) promesse dalla Gelmini andranno a coprire posti già occupati dagli stessi precari o posti lasciati liberi da docenti che sono andati in pensione volontariamente, cioè cattedre diverse da quelle che occupano attualmente i docenti con 40 anni contributivi.

    Questi ultimi non saranno assegnati a nessuno, si perderanno e basta (vedi Italia Oggi di pochi giorni fa). E gli alunni, che sarebbero stati affidati ai docenti pensionati, saranno “spalmati” sulle classi dei loro colleghi rimasti in servizio, andando ad incrementare ancor più, in aggiunta agli effetti dei tagli di cattedre già avvenuti, il rapporto proporzionale docenti / allievi che, ad esempio, per le scuole secondarie superiori, da Settembre 2010, potrebbe mediamente arrivare a 30 studenti per 1 docente, accrescendo notevolmente il carico di lavoro degli insegnanti. Con buona pace dell’efficacia della didattica e dei processi di apprendimento!

    Questo è il grande inganno e la crudele beffa dell’attuale Governo e del suo Ministro dell’Istruzione, con la complicità dei “compagni socialisti” Brunetta e Tremonti (SIC!): hanno scatenato cinicamente ed artatamente (divide et impera!) una guerra tra poveri, mettendo i precari contro i loro colleghi di ruolo, con il tacito consenso di tutte le forze politiche di maggioranza ed opposizione, della stampa, e di tutti i sindacati della scuola.

    Alla faccia di tutte le periodiche raccomandazioni dell’Unione Europea e dell’OCSE che, ricordando i deficit di bilancio dei vari Stati, invitano da tempo i Paesi membri ad innalzare l’età pensionabile, anche su base volontaria, fino a 67/70 anni (In Spagna Zapatero ha proposto di innalzarla a 67 anni).

    Alla faccia di analoghe raccomandazioni fatte, di recente, a Bruxelles, dal nostro Presidente del Consiglio. Alla faccia dei consigli pressanti dati al nostro governo, anche recentemente, dal dott. Mario Draghi, governatore della Banca d’Italia e dalla dott.ssa Emma Marcegaglia, presidente di Confindustria, che hanno ancora sottolineato l’esigenza urgente di innalzare l’età pensionabile fino a 67 anni e oltre. Alla faccia dell’emendamento alla manovra economica correttiva, testè approvata dall’attuale governo, in cui si afferma la correlazione graduale dell’età pensionabile con la cosìddetta “speranza di vita”, misurabile in base agli indicatori periodicamente forniti a riguardo dall’Istat.

    Alla faccia del disegno di legge, a firma, tra gli altri, dell’on. Giuliano Cazzola (PDL) e Pietro Ichino (PD), tutt’ora in discussione alla Camera, che propone l’innalzamento “sperimentale” dell’età pensionabile, oltre i 65 anni, su base volontaria.

    Alla faccia delle recenti dichiarazioni del ministro Brunetta rilasciate alla radio RTL. 102, in cui lo stesso affermava che “il pensionamento forzoso” era “una norma intelligente che va applicata con intelligenza”.

    Che cosa sta accadendo da mesi, invece, in tutt’Italia?

    Molti dirigenti scolastici, adducendo di eseguire ordini gerarchici tassativi, temendo di ricevere sanzioni disciplinari dai loro superiori, entro il 28 febbraio 2010, hanno inviato, in tutta fretta, ai loro dipendentii con 40 anni contributivi, il “preavviso di risoluzione forzosa unilaterale del rapporto di lavoro”, a decorrere dal 1° settembre 2010, imponendolo loro implacabilmente, in modo totalmente indiscriminato. In taluni casi, i dirigenti, nella loro ansia di far presto per compiacere i loro superiori, hanno pure violato gravemente le leggi vigenti, innescando centinaia di ulteriori ricorsi da parte dei dipendenti pensionati contro la loro volontà. Infatti, mentre le leggi citate danno loro la facoltà di licenziare i pubblici dipendenti con 40 anni di contributi effettivi e figurativi realmente e definitivamente pagati, con avvenuta registrazione del pagamento presso gli Uffici della Ragioneria provinciale e dell’Inpdap (inclusi il riscatto degli anni di laurea, dei servizi preruolo, dei servizi prestati all’estero, etc.), in molti casi, nonostante tali precondizioni legislative non esistessero, i dirigenti hanno ugualmente licenziato i loro dipendenti, senza prendere in considerazione tali elementi ostativi.

    Ci sono state anche altre situazioni in cui, per omissioni o negligenza continuate nel tempo della P.A., pur non essendo stata definitivamente chiarita la posizione giuridica degli insegnanti da licenziare, ed essendosi, perciò, avviato (anche senza una formalizzazioine istituzionale), un contenzioso tra questi ultimi e gli uffici centrali e periferici del Miur (per esempio, conosciamo un caso in cui, in base ad atti ufficiali dell’Amministrazione Scolastica, non è chiaro se l’insegnante, oggetto del provvedimento di pensionamento, appartenga giuridicamente alla Scuola Secondaria di I o di II grado), i Dirigenti, senza porsi alcun dubbio, e senza considerare le ragioni degli interessati, li hanno licenziati ugualmente in tutta fretta, ledendo gravemente il loro diritto alla difesa giurisdizionale dei loro legittimi interessi lesi dall’Amministrazione, seppure in regime di autotutela amministrativa già avviata.

    Addirittura, in alcuni casi, vista la resistenza opposta al pensionamento coatto da insegnanti e Ata, i dirigenti hanno chiesto in modo autoritario a questi ultimi di firmare una lettera di autolicenziamento. In alcune scuole i dirigenti, dopo aver loro consegnato la lettera di “preavviso di licenziamento”, hanno inviato ai loro dipendenti una diffida scritta, con minacce di sanzioni disciplinari in caso di non ottemperanza da parte loro, nella quale li sollecitavano a compilare, con la massima urgenza, i vari moduli necessari per richiedere all’Amministrazione l’erogazione della pensione e della buonuscita a decorrere dal 1 settembre 2010. Ovviamente, in questa loro decisione ha influito sicuramente anche il fatto che essi, grazie anche ai loro sindacati, successivamente all’approvazione delle leggi nn. 133/2008 e 102/2009, sono stati esclusi dal “pensionamento forzoso”.

    D’altronde, proprio l’attuale Governo ha da pochi giorni firmato con tutte le OO.SS. della dirigenza scolastica il nuovo contratto di lavoro che attribuisce ai dirigenti un aumento stipendiale medio di 350 euro lorde mensili più gli arretrati di vacanza contrattuale dal 2006 al 2009 da riscuotere entro il mese di agosto 2010. Di converso, ha bloccato per 3 anni il rinnovo del contratto di lavoro, già scaduto, degli insegnanti e del personale Ata (aveva programmato di dar loro 20 euro lorde di aumenti mensili !), stabilendo anche che gli anni 2009/2012 non saranno validi ai fini della maturazione degli scatti stipendiali di anzianità. Per questi motivi, i dirigenti, nel licenziare il personale docente e Ata, con 40 anni di contributi, oggettivamente, hanno agito in una condizione di evidente “conflitto di interessi”. Altri Dirigenti, in base ai loro insindacabili criteri, compresi la simpatia o antipatia personali verso gli interessati (altra discriminazione) e, quindi, utilizzando, di fatto, le facoltà discrezionali propri del loro ruolo dirigenziale, le prerogative dell’autonomia scolastica e del decentramento amministrativo, escluse in modo autoritario, come abbiamo visto, dalle Note e dalla Direttiva Miur summenzionate, non hanno inviato ai loro insegnanti la lettera di “preavviso di licenziamento”. Le centinaia di ricorsi ai giudici del lavoro, promossi dai dipendenti pubblici, insegnanti e non, contro i “pensionamenti coatti”, stanno avendo risultati difformi in tutti i Tribunali italiani.

    Almeno una ventina di giudici si sono già schierati a favore della Pubblica Amministrazione, altrettanti contro (altra discriminazione verso i pubblici dipendenti !), con grande intasamento delle aule giudiziarie (come se non fossero già abbastanza ingolfate!) ed enorme spreco di risorse umane ed economiche da parte dei ricorrenti (altra ingiustizia!) e, talora, anche dello Stato, quando esso viene (e, in alcune ordinanze, già lo è stato) condannato a pagare le spese processuali.
    Per non parlare, poi, della scomoda ed ambigua posizione di palese “conflitto di interessi “in cui si son venuti a trovare tutti i giudici del lavoro che si sono occupati e si stanno occupando ancora dei numerosi ricorsi avverso i pensiionamenti forzosi, visto che essi dalle leggi citate (vedi sopra) sono stati esclusi da tale provvedimento.

    Non sarebbe stato meglio, nella L. n. 133 /2008, e nella n. 102 /2009, invece che dire che “l’amministrazione ha la facoltà di procedere unilateralmente alla risoluzione forzosa del rapporto di lavoro”, affermare che “l’amministrazione ha la facoltà, in base alle sue esigenze organizzative ed operative, di procedere, con accordo bilaterale con gli interessati, o su base volontaria degli stessi, alla risoluzione del rapporto di lavoro dei dipendenti con 40 anni di contributi”?

    Ci sono, infatti, migliaia di dipendenti pubblici che vorrebbero andare in pensione con 40 anni ed anche meno di contributi. Ma perchè imporre a tutti di andare in pensione per forza, anche a quelli che se la sentono ancora di lavorare (per la passione che hanno sempre transfuso in questa difficile professione, per l’entusiasmo e l’amore per la cultura che hanno cercato, con impegno e fatica, spesso riuscendoci, di comunicare ai loro studenti, per continuità didattica a vantaggio delle classi loro affidate) e anche a quelli, magari monoreddito, con figli e mogli a carico, con il mutuo casa da pagare, che fanno fatica ad arrivare a fine mese (come la maggior parte delle famiglie italiane con reddito mediobasso da lavoro dipendente), ai quali 100-150 euro in più nello stipendio, rispetto alla pensione, in questa fase di grave crisi economica, aiutano un po’ a tirare avanti?

    E, poi, qual è il risparmo che lo Stato ricaverà da questa operazione? Secondo Italia Oggi ed altri quotidiani, il Tesoro risparmierebbe, su 10.000 appartenenti al personale scolastico, comprendenti anche i presidi, una cifra che si aggira, più o meno su 450.000.000 di euro l’anno. Essendo i presidi, come abbiamo visto sopra, stati esclusi dal provvedimento di pensionamento, rimarranno da pensiionare, press’a poco, 6000 docenti su un totale complessivo di 700. 000.
    Dal loro pensionamento si prevede di ricavare, ipotizzando uno stipendio medio di 1900 euro a testa, un risparmio di 148.200.000 Euro l’anno. Ma, se consideriamo che lo Stato deve pagare a costoro la pensione massima, minimo 1700 Euro a testa, esso dovrà sborsare Euro 132.600.000. Infine, attraverso l’Inpdap, il Tesoro dovrà pagare ai pensionati coatti, dal 1° settembre 2010, entro 3 mesi, la buonuscita massima. Calcolando mediamente una buonuscita di 70.000 Euro a persona, lo Stato dovrà pagare subito a 6000 docenti rottamati, una somma complessiva che si aggira sui 420.000.000 di Euro, aggravando, così, il traballante bilancio Inpdap che, in parte è finanziato da contributi statali accantonati proprio per le buonuscite e le pensioni dei pubblici dipendenti. A questo punto, qual’è il risparmio a beneficio dei conti pubblici? Irrisorio.

    L’ultima giustificazione per il “pensionamento coatto”, addotta, oltre che dalle burocrazie ministeriali, dai precari, ancora dall’opinione pubblica ed anche, in un’altra intervista alla radio RTL. 105, dallo stesso ideatore del provvedimento, il ministro Brunetta, si fonda sull’asserzione (falsa) che, mandando in pensione 6000 insegnanti (ma il problema è esteso a tutti i pubblici dipendenti) si farebbe gradualmente largo ai giovani, svecchiando l’età anagrafica di questi lavoratori della scuola. Tale tesi è facilmente confutabile. Tra gli insegnanti, per esempio, centinaia di migliaia su 700.000, che rimarranno in servizio per non avere maturato 40 anni di contributi, hanno un’età anagrafica di 60-64 anni, spesso superiore a quella dei loro colleghi rottamati a 52-59 anni che possiedono 40 anni contributivi solo perchè hanno già riscattato, a loro spese (e a loro danno!) i 4 anni di laurea, servizi pre-ruolo, servizi all’estero o in altre Amministrazioni pubbliche o aziende private (ricongiunzioni).

    Ed allora, qual è la ragione del “pensionamento coatto”? Non è individuabile. Insomma, stiamo assistendo ad un’ ennesima operazione di “macelleria sociale” o “darwinismo sociale”, da parte del governo in carica, del tutto priva di valide e coerenti motivazioni. Puro arbitrio del potere.

    Un capriccio del Principe ! E, poi, seguendo una logica di “svecchiamento anagrafico”, perchè non mandiamo in “pensione coatta” i politici (i componenti di assemblee elettive nazionali, europee e degli enti locali) o i manager pubblici (parecchi dei quali hanno raggiunto l’età di 70 anni ed oltre), a partire da 60 anni in su?

    Per una protesta collettiva contattatemi :

    [email protected]

    0373 / 23 03 04

  2. domenico dice

    Questa norma della rottamazione prevede alcune eccezioni come i Prof Universitari,i primari e i magistrati (sicuramente perchè tra i prof universitari c’è Brunetta),comporta gravi ripercussioni sull’Inpdap,va in controndenza rispetto all’elevazione dell’età pensionabile,crea disparità tra pubblico e privato (cosa che questo governo fa sempre!!!!),penalizza chi ha riscattato gli anni di laurea,non crea posti di lavoro perchè la norma copre i tagli!!!,genera disparità e favoritismi e distrugge molte professionalità favorendo il lavoro nero:vedo però che la trimurti sindacale non dice una parola dopo vhe per anni ci hanno rotto le scatole col la necessità si prolungare il lavoro.

  3. giovanni dice

    Ciò di cui si parla e’ un licenziamento per motivi di eta’, una discriminazione che non e’ ammissibile nel rapporto di lavoro. Se difatti un lavoratore non fa il proprio dovere e’ giusto che subisca le sanzioni corrispondenti, ma licenziarlo, perché di questo di tratta, per via dell’età, corrisponde a una discriminazione al pari di licenziarlo per sesso, religione etc. Esiste una eta’ pensionabile (65 anni) che va rispettata, a meno che il lavoratore non chieda, ove possibile, di andare in pensione anticipatamente. Per non parlare degli annessi e connessi. 1) Si lascia all’arbitrio dell’amministrazione il licenziamento con evidente effetto ricattatorio nei confronti del lavoratore; 2) se, come si dice, si vuole licenziare per assumere altri lavoratori, ciò corrisponde ad una perdita netta delle finanze dello stato (due stipendi+TFR); 3) da una parte si vuole alzare l’eta’ pensionabile e dall’altra si mandano in pensione lavoratori a 59 anni; 4) si licenziano i laureati, che hanno riscattato il periodo di laurea, col doppio effetto di licenziare chi mediamente e’ più qualificato e di punire chi ha riscattato nei confronti di chi non ha riscattato; 5) si applica la norma per soli tre anni, discriminando tra chi ricade nel triennio e chi no 6) si escludono alcune categorie, quelle citate (magistrati, professori etc.) e tutti li altri comparti del pubblico impiego (sicurezza esteri etc.) con evidente ulteriore discriminazione.
    In conclusione, da come e’ impostato il dibattito sembra che dei lavoratori che intendono continuare a lavorare invece di prendere più o meno lo stesso stipendio, stando a fare nulla come pensionati, siano dei criminali che sottraggono risorse (cioè posti di lavoro) alle classi più giovani. E’ un ragionamento aberrante. Se fossi qualcuno dei ministri che ha messo in giro questa storiella sarei estremamente contento di vedere che, invece di lottare contro chi ha il potere di bandire concorsi, i lavoratori, o futuri tali, lottano tra di loro.

  4. enzo dice

    ric.pre. sei disinformata, come tutti in questo paese!!!
    Il pensionamento coatto “ROTTAMAZIONE” è possibile soltanto in presenza di esubero.
    Mi sai dire come si fa ad assumere i giovani in una situazione di esubero? Pensi che Tremonti accetti di pagare pensione e TFR a chi manda a casa anzitempo e contemporaneamente lo stipendio ad un neo assunto che sarà a sua volta in esubero?
    Hai mai sentito parlare di rivendicazioni sindacali per incentivi ai prepensionamenti in altri settori?
    In questo caso hai sentito una sola protesta da parte di qualche sindacato?
    Perché il Decreto esclude Prof universitari, Magistrati e Medici?
    Oltre tutto il Parlamento si è già pronunziato con una Legge ed ora si consente a Brunetta di fare le questioni di principio con le sue forzature. Non sarà incostituzionale il tutto? Speriamo che Fini o l’Ufficio della Camera analizzino bene la faccenda.
    Il fatto è che nessuno sembra voglia approfondire seriamente la questione. . Mi duole dirlo: NEPPURE L’OPPOSIZIONE!!!! ……. almeno fino a questo momento.

  5. ric. pre. dice

    Il problema è molto semplice: la generazione (nessuno si offenda, perché non parlo di persone singole, che individualmente saranno pure ammirevoli) che negli anni ’60 e ’70 giocava al piccolo rivoluzionario, manifestavano e scendeva in piazza al grido di “guadagnare meno, guadagnare tutti”, appena è passata nella fascia di età nella quale si detengono le leve del comando e si decide del destino di tutti, non solo ha prodotto la peggior classe dirigente della nostra storia, ma ha rinnegato tutto ciò che sosteneva allora. Anzichè rinunciare ad una parte del proprio benessere per venire incontro alla generazione successiva (“guadagnare meno, guadagnare tutti”, appunto), si è arroccata in difesa del proprio status e non è disposta a nessuna delle rinunce che potrebbero alleviare la condizione dell’Italia precaria di oggi.

  6. emil dice

    Vorrei suggerire al collega Gaetano di partecipare (se non l’ha già fatto) al forum di “rottamandi”: l’indirizzo è intopic.it/forum/italia/renato-brunetta/29986/p.23. Si stanno organizzando iniziative per ricorsi collettivi contro un’eventuale applicazione della norma ed è possibile seguire l’iter del decreto (purtroppo, le previsioni dell’on. Ghizzoni sono assolutamente realistiche).

  7. Il testo del decreto pubblicato in GU non prevede il pensionamento coatto per i 40 anni figurativi di contributi: ma non possiamo escludere che – dopo averci già provato una volta ed essere stati battuti proprio su un emendamento del Pd – il Governo tenti di reintrodurre la norma con un bel emendamento oppure inserendola direttamente nel maxiemendamento su cui chiederanno la fiducia (accetto scommesse su questa eventualità…).
    ammetto di non ricordare l’emendamento del PDL per il rinvio dell’erogazione del TFR, ma se Fini non lo pose in votazione non fu per sua “saggezza personale”, ma evidentemente fu ritenuto inammissibile dagli Uffici della camera.
    Il commento di ric.pre. descrive perfettamente la “crisi” del nostro Paese: ciò che è un diritto (andare in pensione con il massimo dei contributi e per libera scelta) per qualcuno, rappresenta nei fatti un “privilegio” per altri. E dato il contenuto del presunto “privilegio” mi pare chiaro che la guerra tra “poveri” sia la sfida che il PD, in termini di risposte e soluzioni, ancora non ha saputo cogliere: il congresso d’ottobre deve assolutamente porsi questo obiettivo.

  8. Gaetano Buccheri dice

    Sono il docente del commento precedente. Dimenticavo: come farà l’amministrazione pubblica a sborsare la buonuscita/liquidazione per tutti i “pensionati coatti”? Poco tempo fa, per evitare questo rischio, un parlamentare del Pdl propose, inopinatamente, alla Camera di rinviare di tre anni l’erogazione della buonuscita spettante ai pensionati “costretti”. Il presidente Fini non fece votare l’emendamento, a ragione, evitando così la fregatura doppia per i pensionati con 40 anni di contributi. Cosa pensa di questo, on. Manuela Ghizzoni?

  9. Gaetano Buccheri dice

    Sono un docente che l’anno prossimo, con questa norma, sarà costretto a lasciare la scuola a 59 anni di età e senza poter, per qualche mese, a maturare l’ultimo scatto di stipendio (che si matura dopo i 35 anni di servizio effettivo). I miei 40 anni di contributi comprendono 1 anno di servizio militare e 4 anni di laurea (riscattati onerosamente). In pratica ho pagato gli anni di laurea per non poter maturare l’ultimo scatto di carriera. E poi tutto ciò non contrasta con la tendenza europea e italiana di non mandare in pensione i dipendenti prima dell’età della “vecchiaia” (65 anni)? E ancora non capisco come si possa imporre coattivamente ai dipendenti il pensionamento anche prima dei 60 anni di età?

  10. emil dice

    Sono una “quasi” nonnetta (55 anni), docente di filosofia al liceo, che per il momento non è toccata dal provvedimento di pensionamento coatto, né lo sarà in futuro, poiché non rientra nel mio progetto di vita rimanere nella scuola a oltranza. E non sono sostanzialmente in disaccordo con le riflessioni del messaggio ric.pre, devo dire. Tuttavia qualche sacrificio e iniquità, in verità, c’è: ad esempio, i pubblici impiegati che si sono laureati in tempo e che hanno prestato servizio continuativo risultano paradossalmente sfavoriti – avendo già raggiunto i 40 anni di contributi – rispetto a chi ha cincischiato con aspettative, assenze o magari … si è fatto licenziare dalla PA per poi farsi riassumere! E grazie a questo comportamento chiaramente poco encomiabile, può ora restare a lavorare finché ne ha voglia. Ma la mia obiezione principale è un’altra. All’università vi sono “nonni” che alla soglia della settantina continuano a detenere traquillamente i loro incarichi – non sempre gravosissimi, diciamolo – magari in più atenei, impedendo l’accesso al ruolo a giovani di talento. E allora, non sarebbe meglio un limite di età (65 anni) uguale per tutti? Ma si sa, siamo il paese dei privilegi e delle diseguaglianze.

  11. ric. pre. dice

    Beh, mandare a casa qualche nonnetto non mi sembra questo gran massacro sociale, onestamente. Intanto, con i loro 40 anni di contributi pieni, si sugheranno una pensioncina che nessuno della nostra generazione riuscirà mai a vedere. Ma pure ammesso che ci si voglia vedere qualche sacrificio (e così non è!), sarebbe pure ora che anche le generazioni privilegiate comincino a pagare qualche prezzo.

I commenti sono chiusi.