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“Mozioni, accuse, richieste di dimissioni in Parlamento la cena del Cavaliere coi giudici”, di Liana Milella

Di Pietro “sfida” Napolitano sui giudici della Consulta a cena col premier. Quando il presidente ha parlato da poco lui detta alle agenzie: «Posso accogliere il suo appello a sospendere le polemiche per il G8 a patto che si pronunci sulla vergognosa cena tra sei uomini delle istituzioni in conflitto d’interessi». Il caso approda in Parlamento. Con interrogativi imbarazzanti. Può un giudice costituzionale, alla vigilia d’una decisione delicata come quella sul lodo Alfano, invitare a casa sua a cena un collega e pure il premier Berlusconi, il sottosegretario Letta, il Guardasigilli Alfano, i presidenti di due commissioni parlamentari Vizzini e Bruno? Possono, a questo punto, l’alto giudice Luigi Mazzella (il padrone di casa) e il collega Paolo Maria Napolitano partecipare, il 6 ottobre, alla seduta in cui si deciderà se mantenere in vita o bocciare la legge che ha bloccato tre processi in cui è imputato il Cavaliere? Sapranno o quanto potranno apparire imparziali? Lo chiedono l’Idv e il Pd, già armati di interpellanze e interrogazioni. S’interroga l’Udc.

A palazzo della Consulta il fine settimana ha congelato il confronto. Se di confronto si può parlare visto che l’istituto dell’astensione, formalmente, non è previsto. Certo, un alto giudice che sappia di trovarsi in pieno conflitto d’interessi può farsi da parte. Mazzella e Napolitano potrebbero farlo per il lodo Alfano. Il presidente Francesco Amirante potrebbe chiederglielo riservatamente per tutelare l’indipendenza della Consulta. Poiché quella da prendere è una decisione che misura il senso dello Stato dei singoli componenti. Di Pietro vuole di più, vuole vederli dimissionari. Presenta un’interpellanza: «La Consulta è un organo costituzionale indipendente che in nessun modo può essere oggetto di interferenze né da parte del governo, né da parte di altri organi costituzionali». E dunque, se interferenza c’è stata, ne vanno tratte le conseguenze.

Il Pd si muove ugualmente. Alla Camera con Lanfranco Tenaglia, al Senato con Felice Casson. Dice il primo: «Presenteremo un’interrogazione ad Alfano per sapere se effettivamente la cena si è svolta e soprattutto se si è discusso di una bozza di riforma costituzionale della giustizia». Non ha dubbi Tenaglia, ex magistrato ed ex componente del Csm: «È un caso da astensione. Se un giudice si fosse comportato in questo modo sarebbe finito sotto processo disciplinare». Identico il parere di Casson, ex pm di Venezia: «In un giudizio ordinario si può mai pensare che il presidente di un tribunale o di una Corte di assise vadano a cena con un imputato e poi decidano la sua sorte? È evidente che, se lo fanno, a quel punto si devono astenere». Aggiunge Tenaglia: «Anche se quest’istituto non c’è, i due giudici devono dichiarare che non parteciperanno all’udienza». E Casson: «Quei due si devono astenere. È pacifico». Tenaglia punta il dito anche contro le contraddizioni del centrodestra, perché «da un lato c’è l’ossessione del magistrato imparziale, anche nel suo apparire, dall’altra si adottano comportamenti ben discutibili». E così Mazzella e Napolitano vanno a cena col premier, ma nelle legge sulle intercettazioni il pm dovrà lasciare il processo anche per una sola dichiarazione.

L’abnormità e platealità della cena scuote anche l’Udc. Roberto Rao commenta: «Non abbiamo mai evocato complotti, né accusato di parzialità la Consulta. Che la riunione conviviale si sia svolta alla presenza di chi l’aveva definita come un organismo non equilibrato e si ritiene vittima di vari complotti, quantomeno vorrà dire che d’ora in avanti si asterrà dall’usare simili argomenti».

La Repubblica, 30 giugno 2009

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