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“Lo stato di eccezione”, di Massimo Giannini

Il miserabile spettacolo del decreto anti-crisi è un misto tra il teatro di Ionesco e l’opera dei pupi. C’è l’assurdo: il governo impone con una mano la conversione di un primo “provvedimento urgente” infarcito di errori ed orrori, con l’altra ne presenta un secondo che riscrive quello appena approvato. C’è la farsa siciliana: il Parlamento svilito nella quinta di un’opera buffa, dove gli eletti del popolo, povere marionette, si scambiano legnate fragorose ma inutili.

Il decreto anti-crisi è discutibile nel merito. L’ennesimo patchwork di ben 25 articoli scombinati e incorenti, l’ennesimo pacchetto di oltre 100 commi di norme palesemente “tossiche” insaccate insieme a norme apparentemente virtuose: come i “titoli salsiccia” che hanno fatto crollare i mercati finanziari mondiali. Da una parte qualche piccola pietra per arginare l’onda d’urto della crisi recessiva: dagli aiuti fiscali per le imprese che ripatrimonializzano alla detassazione degli utili reinvestiti in nuovi macchinari, dal “premio di occupazione” per le aziende che non licenziano all’aumento delle dotazioni infrastrutturali. Ma dall’altra parte una pioggia di interventi che, con la strategia di contrasto alla crisi, non hanno proprio nulla a che vedere: dalla modifica degli automatismi per chi andrà in pensione dopo il 2015 alla tassazione delle riserve auree della Banca d’Italia. In mezzo, un’altra insopportabile legge-bavaglio, stavolta ai danni della Corte dei conti, e una raffica indecente di condoni, dallo scudo fiscale per il rimpatrio dei capitali alla sanatoria per le multe automobilistiche. Sarà anche vero che “il Paese non è in declino”, come sostiene Giulio Tremonti: ma se la “exit strategy” dal “declinismo” passa attraverso questa accozzaglia di buone intenzioni e di pessime diversioni non c’è da essere così ottimisti.

Ma il decreto anti-crisi è soprattutto intollerabile nel metodo. Le numerose nefandezze che contiene sono state veicolate con la solita prassi del maxi-emendamento, propinato all’ultimo minuto ad un’assemblea ridotta a muto votificio e imposto all’aula sorda e grigia con il diktat dell’ennesimo voto di fiducia. Il ventitreesimo in poco più di un anno: un record assoluto, per un governo che gode della maggioranza più solida della storia repubblicana. Ma proprio questa attitudine alla sottomissione sistematica del potere legislativo, ad esclusivo beneficio di quello esecutivo, è la cifra politica del berlusconismo come forma tecnica del moderno totalitarismo. Come si può imporre al Senato di approvare un decreto, quando lo stesso presidente del Consiglio avverte che la Camera poi lo modificherà radicalmente? Per fortuna, combinando insensatezze di merito e scorrettezze di metodo, il presidente della Repubblica si è impuntato, e ha spiegato al governo che questa formula non può contare sull’avallo del Quirinale. Ma la toppa, a questo punto, rischia di diventare peggiore del buco. Come si può annunciare adesso “un decreto che corregge il decreto”? Dove finiscono, in questo surreale cortocircuito, il primato del Parlamento e la dialettica tra le istituzioni? Quale torsione costituzionale è mai questa, in uno Stato che ha ancora la pretesa di definirsi “di diritto”?

Più che “Stato di diritto”, questo è ormai uno schmittiano “Stato di eccezione”. Dove la sospensione dell’ordine giuridico per volontà del sovrano, da misura provvisoria e straordinaria imposta da uno stato di necessità, sta diventando un normale “paradigma di governo”. Dettato ora da un’urgenza personale del governante: evitare condanne nei processi, com’è il caso del lodo Alfano. Ora da un’urgenza politica della rissosa maggioranza che lo sostiene: evitare defaillances nel voto parlamentare o rinvii delle vacanze estive, come nel caso del decreto anti-crisi, che a questo punto si trasforma in decreto salva-destra (perché riequilibra le tensioni sempre più destabilizzanti tra Lega e Pdl e tra Pdl del Nord e Pdl del Sud) e in decreto salva-ferie (perché scongiura una proroga agostana dei lavori delle Camere).
In tutti i casi, questo “Stato di eccezione” tende ormai a confondersi o a coincidere con la regola. Quando questo succede, gli equilibri costituzionali si alterano. E la democrazia, fatalmente, ne soffre. Fino a snaturare se stessa.

La Repubblica, 30 luglio 2009

1 Commento

  1. La Redazione dice

    Democrazia zoppa d’Italia, di MICHELE AINIS

    Ancora qualche giorno, poi il Parlamento andrà in vacanza. Ma in realtà le vacanze dei parlamentari durano dall’avvio della legislatura. Anzi: i nostri rappresentanti non sono in ferie, sono già in pensione. Pensionamento anticipato, come succede nelle aziende in crisi. Perché le due Camere hanno ormai una funzione puramente ornamentale. Non dettano più l’agenda del Paese, semmai la scrivono sotto dettatura. I dati sono fin troppo eloquenti. Per esempio quelli diffusi il mese scorso dall’Osservatorio civico sul Parlamento italiano. Su 4.016 proposte legislative depositate alla Camera e al Senato, soltanto 68 si sono trasformate in legge. Neanche poche, giacché fra i nostri guai c’è il gran numero di leggi e di leggine che abbiamo sul groppone. Ma il guaio maggiore dipende dalla circostanza che fra queste 68 leggi, 61 sono nate su iniziativa del governo: il 90%. Dunque l’officina del diritto ha traslocato, il suo nuovo indirizzo è a palazzo Chigi.

    Per conseguenza i parlamentari della maggioranza sono i più assidui nelle votazioni (83% di presenze), quando c’è da mettere un timbro sugli ordini del Capo; diventano altrettanti desaparecidos se si tratta di prendere parola in aula, o d’imbastire a propria volta qualche iniziativa (il Pdl ha il più basso grado d’efficienza: 2,01 in una scala da 0 a 10). Ma in generale solo 24 onorevoli su un migliaio lavorano a pieno ritmo. Colpa loro? Forse. Ma sta di fatto che in Parlamento non c’è più lavoro. Perfino il sindacato ispettivo sul governo è via via sfumato come un ricordo dell’infanzia, se è vero che attualmente sono appena 2 le commissioni bicamerali d’inchiesta: quella sulla mafia e quella sui rifiuti. L’asservimento delle Camere al governo dipende da tre cause. Una originaria: la legge elettorale, che ha trasformato gli eletti in nominati, privandoli d’indipendenza e dignità. Due successive: l’abuso dei decreti legge e dei voti di fiducia. I primi sono ormai una quarantina in questo scorcio di legislatura, benché i costituenti ne avessero immaginato l’adozione soltanto dopo un terremoto. Quanto alle fiducie, fin qui ne abbiamo contate 23, per lo più imposte dall’esecutivo durante la conversione dei decreti, com’è appena accaduto sul decreto anticrisi. Una tenaglia perfetta, stretta alla gola delle assemblee parlamentari in nome dell’urgenza. Ma che cos’è la questione di fiducia? Uno strumento estraneo alla Costituzione, che però il governo sfodera come una sorta di ricatto: o fai come ti dico o tutti a casa. Sicché i parlamentari non votano più misure normative, bensì continue dichiarazioni d’amore verso la carovana dei ministri. Hai fiducia, mi vuoi bene? Dimmelo di nuovo, dimmelo una volta a settimana. Tutto questo sarebbe perfino ridicolo, se non fosse viceversa tragico. In primo luogo perché la smobilitazione delle Camere implica uno sfratto per l’opposizione, dato che quest’ultima ha casa proprio lì, non certo nelle stanze dell’esecutivo. Quando si chiede alle minoranze di collaborare, o almeno d’evitare grida e strepiti, bisognerebbe almeno dire dove si trovi la sede del confronto, quale edificio abbia rimpiazzato il Parlamento.

    In secondo luogo perché il nuovo andazzo nega l’attributo basilare delle democrazie: il principio di pubblicità. Le discussioni parlamentari sono per definizione pubbliche, ma chi mai viene a sapere quale mano ha scritto il decreto del governo o il maxiemendamento? E chi potrà appurare di quali occulte trattative siano figli questi testi? In terzo luogo – e soprattutto – perché l’eclissi delle Camere ci restituisce un sistema sbilanciato, dove il potere non ha contropoteri, dove la separazione cara al vecchio Montesquieu gira in subordinazione, in accentramento verticale del comando. No, non c’è da rallegrarsi del nuovo abito che indossano le nostre istituzioni. In quest’ultimo anno è andata in crisi la democrazia rappresentativa, ma altresì quella diretta, dopo il fiasco del referendum elettorale, con un misero 23 per cento di votanti. Significa che la democrazia italiana è zoppa di ambedue le gambe. O chiamiamo di corsa un ortopedico, o altrimenti dovremo rassegnarci alla sedia a rotelle.
    Lastampa.it

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