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“Sì, formiamo insegnanti. Ma poi chi li assume?”, di Giunio Luzzatto*

Il ministro Gelmini ha lanciato, con grande evidenza mediatica, la sua proposta di un Regolamento per la formazione degli insegnanti della scuola di domani, che avverrebbe in un anno di “Tirocinio formativo attivo”.
Non ha chiarito che esso non affronta il problema delle modalità di assunzione di chi sarà stato formato, né del fatto che si tratta, appunto, di una proposta; per divenire decreto essa ha ancora bisogno di un parere delle commissioni parlamentari e di quello del Consiglio di Stato.
Quest’ultimo non può essere dato per scontato. Infatti il provvedimento costituisce l’attuazione di una norma della Finanziaria 2008, che prevede un Regolamento atto a disciplinare contestualmente sia la formazione iniziale sia il reclutamento dei docenti.
Si pone perciò il quesito: è legittimo che il governo attui tale disposizione tramite un testo che affronta solo una delle due questioni indicate dalla norma base, senza dare risposta all’altra questione?
Non si tratta di un cavillo: la Finanziaria 2008 voleva proprio stabilire che si sarebbero attivate le nuove procedure di formazione in quanto vi è la necessità di assumere docenti, e che di conseguenza le regole per la formazione devono essere stabilite insieme a quelle che consentano tali assunzioni.
Al di là del pur rilevante quesito giuridico, vi è il problema di sostanza. Lo stesso ministro Gelmini ha affermato, quando oltre un anno fa ha bloccato le SSIS, che non deve esservi un percorso formativo/abilitante in assenza di una procedura ben definita, e già in atto, per lemodalità di reclutamento degli abilitati; conquestoRegolamento si determinerebbe l’identica situazione.
A parole, si dice che il numero chiuso per l’accesso all’anno di tirocinio formativo dovrà essere proporzionato alle prospettive di assunzione; siccome le modalità per il reclutamento non sono precisate, tale affermazione è però priva di significato.
Si intende che si formerannonuove“liste di attesa” dei nuovi abilitati? Poco credibile, visto che sono state appena bloccate le famigerate “graduatorie a esaurimento” degli abilitati precedenti. Più probabile che si intenda reintrodurre un meccanismo concorsuale, che secondo una rischiosa ipotesi dell’on. Aprea (Presidente della Commissione Istruzione della Camera) verrebbe decentrato alle scuole: ma quali sarebbero i posti da bandire? Se si
ritenesse che ve ne saranno solo dopo l’intera utilizzazione delle graduatorie ciò significherebbe che per la maggior parte delle materie, in quasi tutte le province, non vi sarebbero posti: per molti anni (moltissimi, in ragione della riduzione degli organici voluta da Tremonti) non entrerebbe neppure un nuovo laureato.
Beninteso, chi è in graduatoria ha i propri diritti, sicché una soluzione ragionevolmente equilibrata sarebbe quella di una quota,magari inizialmente più alta, per chi c’è già, ma anche una quota per i migliori giovani: un tempo, esisteva il “doppio canale”, con il 50% dei posti alle liste, e il 50%a concorso. È sconcertante, per non dire peggio, che su tutto questo si debba lavorare di immaginazione, senza alcuna notizia, nel momento in cui si leggono i peana ad un “nuovo”sistema.
Un ulteriore elemento che contraddice le premesse viene dalle Norme transitorie (in cauda venenum). Esse stabilirebbero che a prescindere dal contingente di posti siano ammessi “in soprannumero” all’anno di tirocinio, mantenendo la propria attività di lavoro, precari universitari e supplenti scolastici: perciò le attività formative sarebbero quelle proprie di una scuola serale, e all’uscita ci sarebbero decine di migliaia di abilitati in più rispetto a quelli programmati.
E lo chiamavano qualificazione della formazione, valorizzazione del merito e cancellazione del precariato… . Proprio perché il testo non è definitivo, c’è da augurarsi che nelle prossime settimane l’opinione pubblica reagisca.

*Presidente del Centro di ateneo per la ricerca educativa e didattica di Genova.

Il Secolo XIX, 31 agosto 2009

1 Commento

  1. Scalambra dice

    “La strada senza uscita dei docenti tutti abilitati”, di Giunio Luzzatto

    Alla ripresa dopo le ferie giungerà all’esame delle Commissioni parlamentari Istruzione un provvedimento che disciplina una questione decisiva per il sistema scolastico, la formazione di tutti i futuri insegnanti; acquisito il parere, non vincolante, di tali Commissioni, il governo adotterà con decreto il Regolamento in oggetto.

    Che nasce tuttavia monco, rispetto alla norma della Finanziaria 2008 che lo ha previsto. Avrebbe dovuto disciplinare congiuntamente la formazione iniziale degli insegnanti e le modalità per il loro reclutamento; il secondo tema è però qui assente (è previsto che sia trattato nell’ambito di un progetto di legge Aprea, la cui discussione è appena iniziata e che dovrà percorrere l’intero iter parlamentare delle leggi ordinarie).
    Viene così perpetuato un vizio antico del nostro sistema: proprio la mancata contestualità delle decisioni su formazione e reclutamento ha determinato il formarsi di un precariato che può giungere al 20% dell’organico, e conseguentemente di vasti gruppi che premono per procedure riservate di assunzione definitiva.

    Il provvedimento differenzia nettamente scuola primaria e scuola secondaria. La soluzione per gli insegnanti primari non presenta particolari problemi; li presenta invece, e gravi, per gli insegnanti secondari. Per il loro percorso formativo si era determinata una durata di 7 anni, del tutto insensata; ciò perché la scuola di specializzazione biennale Ssis è stata istituita dieci anni fa in successione alla vecchia laurea quadriennale, ma quando si è passati al sistema “3+2” non si è provveduto al necessario raccordo.
    La Ssis viene ora sostituita da un anno di formazione didattica, denominato Tirocinio formativo attivo (Tfa) anche se il tirocinio scolastico occupa meno di un terzo del relativo curricolo. Al Tfa si accede con la generica Laurea magistrale in una disciplina (solo tra molti anni sarà forse attivato un indirizzo parzialmente orientato alla didattica).

    Si ha perciò un quinquennio di preparazione sui contenuti e solo un anno di formazione alla professione docente; in questo si accatastano, oltre al già ricordato tirocinio, sia didattica della disciplina e correlati laboratori didattici, sia tematiche educative complessive (psicologia e pedagogia generali, sociologia dell’educazione, tecnologie didattiche).
    Il percorso appare eccessivamente sbilanciato in direzione accademico-disciplinare, mentre tutte le indicazioni dall’Europa (dove si prevedono 5 anni, non 6) evidenziano per l’insegnante la crescente rilevanza di competenze “trasversali”, per la cui acquisizione occorrono tempi adeguati; nella knowledge society è fondamentale che il docente sappia creare un ambiente educativo valido lavorando in gruppo con i colleghi, motivare i giovani all’apprendimento, stimolare in essi una mentalità critica.

    In teoria, l’ammissione al Tfa dovrebbe avvenire a numero programmato, con preciso riferimento ai numeri di nuovi insegnanti necessari per le diverse discipline; ma le “Norme transitorie” cancellano tale riferimento, ammettendo in soprannumero gli appartenenti a numerose categorie (per meriti scientifici, i dottori o assegnisti di ricerca; per esperienze di servizio, i supplenti non abilitati con 360 giorni di attività). Tutte queste persone continuerebbero inoltre, durante l’anno di formazione, il proprio lavoro, sicché il Tfa sarebbe una specie di scuola serale, con i propri frequentanti impegnati in altro. Sarebbe questa la rivalutazione del merito, a parole propagandata?
    Se non si prevede un ingresso rigorosamente programmato, con prove nelle quali ovviamente chi ha cultura ed esperienza può far valere tali qualità, si formerà una fascia, estremamente vasta, di abilitati in lista d’attesa, e il “nuovo” sistema nascerà contaminato in partenza dal più grave inconveniente del vecchio. Che senso ha moltiplicare demagogicamente (todos habilitados) gli aspiranti a posti di insegnamento che vengono al tempo stesso ridotti?

    Il Sole 24Ore, 9 agosto 2009

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