cose che scrivo, interventi

“Il dominio di uno e l’esercito dei vassalli”, di Debora Serracchiani

Avrei voluto cominciare dicendo “ora basta”, ma ho capito che non potevo. E non tanto perché l’hanno già detto un po’ tutti, da Gianfranco Fini al Manifesto, ma perché mi sono convinta che sarebbe stato come fare la faccia feroce. Una smorfia che non serve a niente.
Il fatto è che non abbiamo idea di quanto sia lungo il buio tunnel della democrazia in cui ci stiamo muovendo, né di quali degenerazioni dello scontro politico ancora ci attendano. In realtà, credo siamo ben oltre i limiti della politica e delle sue contrapposizioni: penso sia più corretto parlare dell’arroccamento temibile di un sistema di potere, che non esita ad adoperare tutti gli strumenti, e verrebbe da dire proprio tutti, per sgombrare il campo da ogni eventuale ostacolo o resistenza.
L’Italia, sottoposta a una sapiente mitridatizzazione, si sta abituando a una spirale di arroganza che sembra avere per confine soltanto il dominio assoluto di un individuo, assistito dai servigi di volenterosi vassalli. Tutto ciò ha un nome, che mi astengo dal pronunciare per il pudore che in tanti ancora proviamo a fare paragoni tra le miserie del presente e le tragedie del passato.
In ogni modo, direi che siamo parecchio lontani da quel “24 luglio permanente” ventilato da Ferrara solo due mesi fa. Anzi, lo spettacolo che si consuma in questi giorni sui mezzi d’informazione smentisce quanti di noi hanno allora sperato di veder vacillare la base del signore di Arcore.
Anche se la capacità del Governo di intervenire sul Paese è sempre più affievolita dalle contraddizioni interne, il potere, la forza di Berlusconi sono stati solo messi alla prova, ma non sono affatto incrinati.
Credo che di questo dobbiamo avere chiara coscienza, e non certo per dar la stura alla sequela delle lamentazioni in repertorio alla sinistra oppressa. Occorre saper interpretare lucidamente la gravità della situazione e soprattutto i rischi che stiamo correndo di una stretta totalitaria.
Siamo arrivati a questo punto, al punto in cui per intenderci la critica è considerata crimine, forse perché abbiamo troppo a lungo pensato che si potevano fare due chiacchiere col demonio, che in fondo qualcosa da spartire ce l’avevamo. Ricordiamoci dei giorni del porcellum, dell’indignazione gridata in aula e della tranquillità che regnava altrove. Del conflitto d’interesse, invece, è meglio che ce ne dimentichiamo.
D’altronde, quando si parla di libertà di stampa in Italia è del tutto inutile entrare nei dettagli, non occorrerebbe nemmeno ribadire torti e ragioni, perché lo stato delle cose è tanto evidente e grave che l’unico rischio è rimanerne abbacinati.
Che fare?
Opposizione, dovrebbe dire il Partito Democratico, intransigente, continua, penetrante. Ma come?
Ci rimproveriamo, giustamente, che il centrosinistra ha interrotto il dialogo con il Paese, ci ripetiamo che occorre riprenderlo, produciamo sottili analisi per ritrovare la chiave perduta con cui riaprire la porta sul Paese reale. E nel frattempo consumiamo nel cortile chiuso del partito l’arcaica ritualità precongressuale delle correnti, delle correntine e dei feudi, in un dibattito cifrato incomprensibile ai cittadini.
Anche come candidata a una segreteria regionale , avverto la preoccupazione che, mentre il Partito democratico cerca se stesso, il nostro Paese rimanga sguarnito e succube di Berlusconi e dei suoi famigli.
Noi, il Partito democratico, questo congresso dobbiamo farlo presto e bene, altrimenti sarà inutile.
E ora denunciateci tutti…

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Stefano
Ospite

Lettera molto efficace!

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