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“Ingaggiato dal Miur per essere imparziale e poi bersagliato da raccomandazioni….”, di Rosaria Amato

ROMA – Claudio Fiocchi è un medico ricercatore nato a Roma, laureato in Brasile e residente da molti anni negli Stati Uniti. Per conto del ministero italiano dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca avrebbe dovuto dare il suo giudizio su un paio di progetti scientifici. E sulla base di questo giudizio il Miur avrebbe poi deciso se finanziarli o no. Ma il professor Fiocchi questo giudizio non se l’è sentita di darlo: pochi giorni dopo aver accettato l’incarico, gli sono piovute addosso insistenti richieste “di una decisione favorevole” e “del più alto voto possibile”. Tentativi di raccomandazione, insomma. Malgrado la garanzia avuta dal ministero sul mantenimento del suo anonimato.

Una storia “forse fin troppo comune da voi”, commenta con amarezza Fiocchi. Ma per lui, che partecipa da tempo alla valutazione dei progetti dei National Institutes of Health Usa, sulla base dei quali vengono assegnati i fondi federali, queste pressioni non sono affatto normali, tanto che alla fine ha deciso di declinare l’incarico, “con disgusto”, “ma anche con molta tristezza”. E di raccontarlo a Repubblica: “Forse quando verrò in Italia molti colleghi non mi saluteranno. Ma molti mi diranno che ho fatto bene”.

Fiocchi lavora come ricercatore nel campo delle malattie digestive al Cleveland Clinic Foundation
Lerner Research Institute. “Per via della mia attività di base – spiega – da molto tempo sono coinvolto nel sistema “peer-review” dei National Institutes of Health, che assegnano i fondi del governo federale basandosi esclusivamente sul valore intrinseco delle proposte scientifiche, che sono esaminate da comitati composti da vari ricercatori, i “pari” della persona che richiede fondi per la ricerca. Inoltre, partecipo anche a “review systems” in vari altri Paesi, tra questi l’Italia”.

Nel luglio di quest’anno infatti il professor Fiocchi ha ricevuto dal Miur la richiesta di verificare la validità di alcuni progetti scientifici. “Le faccio notare che l’ultimo paragrafo di quest’invito – rileva il ricercatore – dichiara che il processo deve essere condotto in ‘stretta confidenza’ e che la persona che accetta di fare la valutazione deve aderire a ‘principi di etica e confidenzialità'”.

Giusto. Peccato che appena “una settimana dopo aver accettato di valutare uno dei progetti”, racconta il professore, “ho ricevuto un paio di email da parte degli stessi ricercatori del progetto che avrei dovuto valutare, nelle quali dichiaravano che erano consapevoli del compito assegnatomi, e mi chiedevano non solo una decisione favorevole, ma anche il voto più alto possibile per garantire che ricevessero i fondi”.

Ma i ricercatori italiani vanno anche oltre, e cercano gli amici degli amici: “Passati pochi giorni un mio ex-fellow (allievo, ndr) italiano, che ha studiato nel mio laboratorio negli Stati Uniti, è stato contattato al telefono e sollecitato perché intercedesse presso di me”.

A questo punto Fiocchi non ne può più: “Faccio questo lavoro da molti anni, e non mi era mai successo. Oltre che negli Stati Uniti ho lavorato per il Cile, l’Argentina, l’Australia”. Così decide di scrivere al Miur per declinare l’incarico, spiegandone dettagliatamente le ragioni: “Avevo accettato di essere un valutatore di questo progetto – si legge nella lettera inviata il 5 agosto all’ufficio Prin del Miur – ma circostanze recentemente emerse mi forzano a lasciare l’incarico”.

Il professore enumera i “contatti indesiderati”, quindi conclude: “Considerando i conflitti di interesse ed i problemi etici creati da queste circostanze, non mi resta che rifiutare di valutare il progetto. Infine, devo confessare che è con disgusto ma anche molta tristezza che prendo questa decisione”.

Una lettera amarissima. Che a tutt’oggi, oltre un mese dopo, non ha ricevuto alcuna risposta: “Un messaggio di questo genere avrebbe scatenato una tempesta immediata di telefonate e inchieste al NIH e tutti quelli coinvolti sarebbero stati chiamati a deporre. Nulla di questo succederà in Italia, sono sicuro, e io probabilmente sarò silenziosamente sostituito da un valutatore più malleabile e amichevole”.

Forse è già successo. E il professor Fiocchi si chiede con molta onestà cosa farebbe al posto dei suoi colleghi italiani: “Sono perfettamente cosciente che se lavorassi in Italia non so come mi comporterei”. Però, certo, “che farsa richiedere ai valutatori di aderire strettamente ai principi di etica che sono poi ignorati da quelli che hanno creato e gestiscono il sistema”. E com’è triste che “la corruzione e mentalità mafiose dominino anche le menti ‘nobili’ dei ricercatori, che dovrebbero invece essere usate per fare la miglior ricerca possibile e vincere per merito proprio, ammesso che la meritocrazia esistesse in Italia”.

Nella vicenda c’è perfino un aspetto “comico”. L’incarico di valutare i progetti, spiega Fiocchi, viene dato dal Miur prevalentemente a “ricercatori fuori dall’Italia per migliorare la qualità e, purtroppo, l’onestà del ‘review system’ italiano”. Come dire: non ci si può fidare dei valutatori italiani, quindi assumiamo quelli stranieri, che sono più seri. Salvo poi fare in modo che vengano subissati da raccomandazioni, proprio come quelli italiani.

La Repubblica, 24 settembre 2009

3 Commenti

  1. da La Stampa, 24 settembre 2009
    “Università, concorsi clandestini e banditi su misura”, di Flavia Amabile

    Passano gli anni, passano i ministri, cambiano le leggi ma nelle università tutto resta uguale. Prosperano i concorsi personalizzati, ritagliati su misura del vincitore e il più possibile clandestini. L’Apri, l’associazione dei precari della ricerca italiani, è andata a dare uno sguardo ai concorsi banditi da quando è partita la riforma dell’università e ne ha tratto un quadro sconfortante.

    Era lo scorso novembre quando la Gelmini diede il via libera alla riforma dell’Università. Promise tuoni, lampi e fulmini contro i baroni e massima trasparenza nei concorsi. Poi il decreto passò in Parlamento e lì fu modificato da un emendamento della stessa maggioranza (del senatore Valditara del Pdl). Da quel momento si decise che le nuove regole si applicano, solo ai concorsi a tempo indeterminato mentre per quelli a tempo determinato tutto resta uguale.

    Risultato? Al contrario di quello che voleva la Gelmini, da dicembre in poi le università hanno bandito concorsi per 226 posti a tempo determinato e 78 a tempo indeterminato come spiega uno studio dell’Apri, l’Associazione dei precari della ricerca italiani.

    Il vantaggio è evidente. Con i concorsi a tempo determinato le commissioni sono tutte interne. Molto spesso ci sono prove scritte e orali, esattamente come accadeva nelle amate e mai dimenticate vecchie regole. Addirittura a Milano Bicocca e a Catania le pubblicazioni (quello che dovrebbe essere il maggior elemento di valutazione) valgono solo per 10/100. Insomma, concorsi sempre più blindati.

    Altro vantaggio: nei concorsi a tempo indeterminato è previsto un avviso da pubblicare sulla Gazzetta Ufficiale, a partire dal quale chi è interessato a partecipare ha almeno 30 giorni di tempo.

    I concorsi a tempo determinato, invece, non devono rispettare particolari obblighi di pubblicità. La legge non prescrive alle università di inserire l’avviso in Gazzetta Ufficiale, né il Ministero cura una banca dati con l’avviso di ogni concorso. Cosicché un giovane ricercatore dovrebbe ogni giorno farsi il giro di tutti i siti Internet delle università italiane per essere aggiornato.

    E dovrebbe fare anche piuttosto in fretta perché i bandi scadono 20 giorni dopo la data di protocollazione. Tre settimane che si riducono a due, in realtà, perché passa qualche giorno dalla protocollazione al momento in cui il bando viene reso disponibile nei siti on-line degli atenei. Due settimane che in alcuni casi, come l’Università Telematica UniNettuno, si riducono a soli sette giorni.

    Questo spiega un altro dato: in media, ad ogni concorso fanno domanda solo 2,5 candidati, ha calcolato l’Apri. Non sono persone che si presentano al concorso, è semplicemente il numero di domande. Ci sono poi casi limite come il Politecnico di Milano che finora ha bandito 15 posti da ricercatore a tempo determinato e 3 a tempo indeterminato. Per ognuno dei cinque posti banditi a tempo determinato consultabili pubblicamente ha fatto domanda una sola persona, presumibilmente il vincitore. Lo stesso alla Sapienza a Roma: nei quattro posti banditi consultabili, una sola domanda ognuno. C’è poi il caso dell’Università di Roma Campus Biomedico che ha bandito un concorso di stile «natalizio»: bando affisso all’albo ufficiale dell’Università il 23 dicembre, scadenza il 7 gennaio, quando insomma tutti gli studenti sono in vacanza e l’ateneo è chiuso.

  2. La Redazione dice

    Dal blog di Cattaneo-Le Scienze:

    Il vizietto, di Marco Cattaneo:

    Ditemi che davvero qualcuno ci aveva creduto. Ditemi che qualcuno aveva davvero creduto che bastasse affidare a esperti qualificati, magari italiani che lavorano all’estero, la peer review dei progetti di ricerca per “moralizzare” (quanto si è parlato a sproposito di morale e moralizzatori in questi mesi…) il sistema universitario italiano, l’assegnazione dei fondi, i concorsi a cattedra.

    A cominciare dal ministro competente, che – per chi non lo ricordasse o non ne fosse venuto a conoscenza – ha pur sempre scelto di fare l’esame di idoneità in una sede dove, notoriamente, i giudici sono di manica larga. O da quell’altro ministro iperefficiente a parole, che si vanta di aver rinunciato al Nobel per l’economia e poi scopri in rete che ha un H-index (l’indice di Hirsch, che misura contemporaneamente quantità e qualità delle pubblicazioni scientifiche) non più alto di quello di un bravo post-doc o di un ricercatore con cinque o sei anni di esperienza. Eppure ha vinto con facilità i suoi bei concorsi.

    Siamo il paese delle scorciatoie, dei come ci ricorda oggi Rosaria Amato su Repubblica. Il paese dei furbetti del quartierino, che non rinunciano all’opportunità di giocare sporco, “perché in fondo quello lo vedo sempre ai congressi, siamo amici, non ci negherà un aiutino”.

    Ogni tanto qualcuno si indigna e denuncia, come ha fatto Claudio Fiocchi. Ogni tanto qualcuno – non a caso arrivando da una cultura della competizione un po’ più sana della nostra – alza la testa sopra i miasmi del “paese che raccomanda” (c’è pure una trasmissione in tv, che si intitola “I raccomandati”, e se ne vantano…) e dice no. Tutti ci scandalizziamo per la nostra mezz’ora e poi torniamo alle nostre faccende. E intanto i miasmi tornano indisturbati ad avvelenare l’aria che ci circonda, a inquinare il tessuto sano – ammesso che ancora ce ne sia uno – della società. E ad avvelenare il sangue di quelli che continuano a credere che, per fare un passo avanti, bisogna farsi un culo così.

    Due cose mi colpiscono, più di tutto, nella storia di Claudio Fiocchi.

    La prima: il ministro che proclama pulizia dai baronati e meritocrazia non ha trovato, in un mese, il tempo di rispondere al commissario dimissionario, e nemmeno di annullare la valutazione dei progetti perché, come lui, sicuramente anche gli altri valutatori, di cui non è dato sapere il nome, avranno subito le stesse pressioni. Da un ministro che agita il merito come una feroce durlindana mi aspetto che indica una conferenza stampa, che agiti le dimissioni di Fiocchi come un esempio di onestà, che sciolga la commissione e sospenda immediatamente la valutazione dei progetti per riprenderla con una nuova commissione e nuove regole. Perché non si è sentita la voce del ministro?

    La seconda: il sistema dell’università e della ricerca ha subito, nei mesi passati, un assalto all’arma bianca in cui era dipinto come il girone dantesco della corruzione, del malcostume, del clientelismo. Era una buona occasione per cominciare a fare piazza pulita mettendosi ognuno una mano sulla coscienza, per eliminare quelle sacche di associazionismo che vanno prima di tutto contro l’interesse della qualità in un mondo che della qualità dovrebbe fare la propria bandiera. Era un’occasione per prendersi seriamente la responsabilità delle proprie scelte (ma finché le scelte sbagliate non si pagheranno, nessuno se ne assumerà mai la responsabilità).

    Non c’è niente da fare? Sì, che c’è. Una rivoluzione copernicana vera, del sistema di valutazione dell’università e della ricerca. Che non faccia sconti a nessuno, e in cui chi assume il cugino del nipote del cognato senza che abbia altri titoli ne sia pienamente responsabile. Altrimenti il vizietto non si perde.

    http://cattaneo-lescienze.blogautore.espresso.repubblica.it/

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