attualità

“Una medaglia agli evasori”, di Massimo Riva

Cominciato male al Senato il cammino del terzo scudo fiscale dell´era berlusconiana si conclude peggio alla Camera. A Palazzo Madama si è avuta la replica di un abusato gioco delle parti fra governo e maggioranza con l´approvazione di un emendamento con cui si sono introdotte varianti così vergognose che sia Berlusconi sia Tremonti non avevano avuto l´improntitudine di proporre dal principio.
Ma il premier e il ministro dell´Economia sono stati poi ben lieti di accoglierle dietro il comodo alibi della sovranità decisionale del Parlamento. Cosicché ora l´infausto regalo agli evasori si è arricchito di una sostanziale amnistia per reati gravi quale il falso in bilancio, al riparo dell´assicurazione che gli intermediari – a differenza dei casi precedenti – non avranno più l´obbligo di segnalare neppure il minimo dubbio su una possibile origine criminale dei capitali in via di rimpatrio. E adesso a Montecitorio, nel timore di qualche estremo atto di ravvedimento da parte di membri stessi della maggioranza, la maleodorante vicenda viene conclusa con l´imperio della chiamata personale al voto di fiducia.
Che un simile provvedimento assurga in questo modo al rango di misura fondamentale per l´azione del governo la dice lunga sulla pochezza della politica economica dell´esecutivo. C´è bisogno di tamponare le falle aperte dalla grande crisi nel bilancio? Nel vuoto di una strategia di controllo dei conti pubblici – con una spesa e un debito scappati di mano – si procede attraverso espedienti “una tantum”, come in fondo è e rimane anche questa trovata dello scudo fiscale. Solo che nella scelta degli artifizi viene anche in piena luce la radice sostanzialmente classista delle iniziative e un´indomabile propensione a premiare i furbi e i disonesti secondo un copione di sanatorie, condoni, amnistie che – vedi il caso del lodo Alfano – sembra ormai essere la più genuina chiave di lettura dell´agire politico dell´attuale presidente del Consiglio.
Non c´è più regola, anche solo di banale rispetto di consolidate buone costumanze civili, che tenga. Per portare in cassa un po´ di soldi si deve dare una mano agli evasori più incalliti e dare un calcio ad alcune norme fondamentali del codice penale? Nessun problema e nessuna remora. Basta cercare di imbonire gli italiani facendo credere loro che così non sia. Ieri al riguardo il ministro Tremonti ha segnato in rapida successione due autogol, uno più imbarazzante dell´altro. Il primo asseverando con sussiego che la manovra dello scudo si sarebbe risolta in un nulla di fatto – in «un suicidio» sue parole testuali – se, accanto agli evidenti vantaggi fiscali, non si fosse offerta anche una guarentigia a tutto campo sul versante dei reati penali.
Argomento non privo di una sua cinica coerenza, ma che finisce con l´ammettere che il vero valore attrattivo dello scudo sta nella sanatoria dei reati penali e così mette in piena luce il commercio delle indulgenze implicito in un provvedimento frutto di una visione da Stato premoderno. Certo lontana anni luce da analoghe iniziative dei paesi anglosassoni, dove la tradizione della cultura protestante sta imponendo che ai reimportatori di capitali non sia offerto il comodo beneficio dell´anonimato.
Il secondo autogol di Giulio Tremonti riguarda la seria questione dei benefici che potranno trarre dallo scudo i manovratori dei grandi capitali della criminalità organizzata. «Non credo – ha detto il ministro – che la criminalità si servirà di questo strumento». Affermazione del tutto apodittica e priva di argomenti, che non potrà mai essere verificata nel suo fondamento proprio perché la certezza dell´anonimato e le maglie larghissime del provvedimento impediranno per sempre a chiunque di sapere alcunché su origine e titolarità del denaro rimpatriato. Un convenzionale «non credo», seppur pronunciato da un ministro della Repubblica, è tutto fuorché una rassicurazione sufficiente e lascia più che mai sospeso sul provvedimento il dubbio che con esso lo Stato agisca da prodigo riciclatore ufficiale del denaro accumulato con i traffici peggiori, dalle droghe alle armi.
Resta, infine, da sperare che questa dissennata iniziativa non serva a coprire anche qualche inconfessabile interesse privato da parte di un presidente del Consiglio cui le cronache finanziarie (e penali) attribuiscono il possesso di ingenti attività fuori dai confini nazionali. Ma anche questo, date le caratteristiche dello scudo in versione italiana, è un dubbio che, sebbene legittimo, nessuno potrà mai sciogliere. Alla faccia di quella trasparenza, che avrebbe dovuto segnare il ritorno alla fiducia nelle buone regole del mercato dopo le tragedie della crisi globale, si è ritornati all´antico e – ahinoi – risaputo chi ha dato ha dato, chi ha avuto ha avuto.
Peggior servizio alla credibilità delle istituzioni e al buon nome del capitalismo non poteva essere reso.
Che si escogiterà la prossima volta in caso di necessità di cassa? Magari una sanatoria in contanti, articolo per articolo, dell´intero codice penale?

La Repubblica, 30 settembre 2009

******

Segnaliamo sull’argomento anche questo articolo tratto da LaVoce.info

“Un’amnistia di fatto dietro lo scudo fiscale, di Silvia Giannini e Maria Cecilia Guerra

Non necessariamente lo scudo fiscale servirà a fare tornare i capitali in Italia, perché il rimpatrio è obbligatorio solo se le somme sono presso paradisi fiscali. In ogni caso, il gettito raccolto è una tantum e non potrà finanziare interventi permanenti. Ma il timore è che i capitali rientrati grazie allo scudo non appartengano a piccoli evasori intenzionati a rifinanziare la propria impresa in difficoltà. Potrebbero invece essere di grandi organizzazioni mafiose che ottengono così denaro pulito per le loro attività economiche, compresa l’acquisizione di imprese in difficoltà.

La versione dello “scudo fiscale” che il Parlamento sta approvando contiene importanti novità che lo rendono ancora più inquietante, nelle sue possibili conseguenze, della proposta originaria e persino dei suoi due precedenti di inizio 2000.

COSA È LO SCUDO FISCALE
Lo “scudo fiscale” consente il rimpatrio o la regolarizzazione delle attività finanziarie e patrimoniali detenute all’estero, al 31 dicembre 2008, illegalmente, e cioè senza avere rispettato gli obblighi di comunicazione dei capitali trasferiti o comunque detenuti all’estero (monitoraggio) e di dichiarazione dei relativi redditi. Chi ne usufruisce può legalizzare questi capitali, pagando su di essi un’imposta una tantum pari al 5 per cento del loro ammontare. Cosa ha guadagnato rispetto a un cittadino onesto? Non ha pagato l’imposta sui redditi di capitale per tutto il tempo in cui il capitale ha fruttato redditi all’estero e paga di fatto solo il minimo della sanzione che avrebbe dovuto pagare nel caso in cui la violazione delle norme sul monitoraggio fosse stata scoperta, sanzione fino ad ora compresa fra il 5 e il 25 per cento del capitale. Certo un bel premio, ma questa è solo una parte della storia. Per capire davvero i vantaggi dello scudo occorre anche domandarsi da dove viene quel capitale.

DA DOVE VIENE IL CAPITALE “SCUDATO”?
Generalmente, il capitale portato all’estero illegalmente non proviene da redditi su cui il cittadino ha pagato le imposte, ma è esso stesso frutto di evasione.
Un contribuente che ha nascosto al fisco, ad esempio, 100 milioni di euro, non teme tanto l’imposta straordinaria del 5 per ento, quanto che il fisco si insospettisca e vada a cercare di capire come aveva ottenuto tutti quei soldi; gli chieda cioè conto delle impose evase: Irpef, Irap, Iva, a cui andrebbero aggiunti gli interessi e le sanzioni, per importi che facilmente potrebbero superare il 50 per cento della somma evasa. Questo pericolo viene però escluso e proprio in ciò sta la peculiarità del rimpatrio made in Italy, che lo rende diverso da quello di paesi come il Regno Unito e gli Stati Uniti in cui si richiede a chi vuole legalizzare i capitali esportati di pagare tutte le imposte evase negli anni precedenti, e il significato stesso del termine “scudo”. In primo luogo, nel nostro paese le dichiarazioni di emersione avvengono in forma anonima, sono “coperte per legge da un elevato grado di segretezza” (bozza di circolare dell’Agenzia delle Entrate) e non possono essere utilizzate a sfavore del contribuente, né in sede amministrativa, né in sede giudiziaria per i profili civili, amministrativi e tributari. Inoltre, se l’amministrazione, seguendo la sua ordinaria attività di accertamento, si trova comunque a scoprire l’evasore, questi può evitare gli effetti dell’accertamento fino ai 100 milioni sottratti al fisco, dimostrando, solo in quel momento, di averli rimpatriati o regolarizzati . In sostanza, lo scudo è un potente condono fiscale. Ma c’è di più, e di peggio.
L’evasione è un atto che ha anche possibili risvolti penali. E allora per mettere ancora più al sicuro l’evasore, si è provveduto dapprima a prevedere che lo scudo estinguesse i reati relativi all’omessa e infedele dichiarazione dei redditi. Poi, con l’emendamento approvato al Senato, la copertura è stata estesa ad altri gravi reati, fra cui, ad esempio, la dichiarazione fraudolenta mediante utilizzo di fatture per operazioni inesistenti o la falsa rappresentazione di scritture contabili obbligatorie, l’occultamento o distruzione di documenti, false comunicazioni sociali (falso in bilancio). Poiché tali reati vengono spesso compiuti coinvolgendo controllate estere, semmai situate in paradisi fiscali, verso cui il soggetto fa confluire i capitali, l’emendamento allarga anche a questi casi la possibilità di partecipare allo scudo fiscale. Il condono diventa quindi anche una sorta di amnistia, per reati che per la loro gravità potrebbero essere puniti con pene fino a sei anni di reclusione. E’ per questo che nel dibattito parlamentare si è chiesto di valutare se per la sua approvazione non fosse necessaria la maggioranza qualificata dei due terzi dei componenti di ciascuna Camera, richiesta appunto dalla nostra Costituzione per le amnistie.

E SE IL CAPITALE “SCUDATO” VENISSE DA ALTRE OPERAZIONI ILLEGALI…
Anche il capitale frutto delle attività della criminalità organizzata (per esempio spaccio di droga, sfruttamento di prostituzione, traffico d’armi, finanziamento del terrorismo) è di frequente detenuto all’estero illegalmente. E se le organizzazioni criminali volessero approfittare dello scudo per riciclare questo denaro? Il rischio, già fortissimo, grazie alla segretezza garantita, è ora gravemente ampliato dall’emendamento approvato in Senato. Non solo perché estende lo scudo anche alle controllate e collegate estere, società di comodo molto spesso utilizzate per le operazioni di riciclaggio, ma anche perché dispone che le operazioni di regolarizzazione e di rimpatrio non comportino l’obbligo di segnalazione di operazioni sospette in materia di antiriciclaggio da parte degli intermediari e professionisti che ricevono la dichiarazione anonima.

A COSA SERVE LO “SCUDO”?
Non necessariamente lo scudo servirà a fare tornare i capitali in Italia, perché il rimpatrio è obbligatorio solo se le somme sono presso paradisi fiscali, ossia paesi che non permettono un adeguato scambio di informazioni fra amministrazioni. In tutti gli altri casi è sufficiente regolarizzare e i capitali possono rimanere dove sono.
Il gettito raccolto con lo scudo (si parla di 3-5 miliardi di euro) è una tantum e non potrà dunque andare a finanziare interventi permanenti, come ad esempio riduzioni strutturali di imposta o maggiori spese connesse ai rinnovi dei contratti dei dipendenti pubblici.
Bisogna invece temere che i capitali che rientrano grazie allo scudo non servano tanto ai piccoli evasori intenzionati a rifinanziare la propria impresa in difficoltà, ma servano piuttosto alle grandi organizzazioni mafiose, nazionali e internazionali, a costituirsi denaro pulito per le proprie attività economiche, tra cui potrebbe rientrare l’acquisizione di quelle stesse imprese in difficoltà.

1 Commento

  1. La redazione dice

    “Le inchieste che non vedremo più i magistrati lanciano l’allarme”, di Walter Galbiati

    MILANO – L’Italia, un Paese offshore. Non per le belle spiagge o per le sedi di avvocati, ma perché prima l’indulto e poi lo scudo hanno di fatto reso non perseguibili i reati economici. Una sorta di amnistia aggravata dal fatto che gli intermediari, come le banche, non sono nemmeno obbligate a segnalare le operazioni sospette, quelle in odore di riciclaggio. Rimane anche il dubbio sui procedimenti penali in corso, perché gli articoli dello scudo non chiariscono bene cosa sia un “procedimento in corso”. Tra i magistrati si dibatte se basti una formale conoscenza delle indagini (una notifica) oppure serva la richiesta di rinvio a giudizio per definirlo “in corso”. «Una notifica dovrebbe essere sufficiente», ha chiosato il sostituto procuratore Carlo Nocerino, membro del pool reati finanziari di Milano, intervenendo a un convegno sullo scudo fiscale.

    A rischio per esempio potrebbe esserci l’inchiesta penale sulla famigerata lista Pessina, oltre 500 “contribuenti” che avrebbero occultato qualcosa come un miliardo di euro. La differenza non è di poco conto, perché con lo scudo lo Stato recupererebbe solo il 5% di quel miliardo, mentre con un procedimento penale e tributario si incasserebbe il 44% più le sanzioni che oscillano tra il 200 e il 400% dell’imposta evasa. «Scandalosa» per i magistrati è la bandiera bianca alzata sul riciclaggio. Senza le segnalazioni degli intermediari, potranno tornare in Italia i soldi frutto di qualsiasi reato. «C’è lo 0,1% di probabilità che le procure scoprino come si siano costituite quelle disponibilità», spiega un esperto.

    Che lo scudo poi permetta ai magistrati che si occupano di reati fiscali di entrare tranquillamente nella lista dei fannulloni di Brunetta lo dimostra l’elenco di indagini che non si sarebbero potute effettuare se quegli indagati avessero potuto aderire per tempo allo scudo. Nessun pm avrebbe potuto perseguire per esempio le operazioni con le quali gruppi come Marcegaglia e Fininvest/Mediaset hanno creato fondi neri all’estero. I riferimenti sono alle inchieste Enipower e “diritti Mediaset”, nelle quali è emerso come grazie all’interposizione di società e consulenti si siano potuti gonfiare i costi, truccare i bilanci e creare provviste per altri fini. L’avrebbero fatta franca anche quei vip che hanno incassato parte dei propri compensi all’estero, come Valentino Rossi o gli stilisti Dolce & Gabbana e molti altri. Non sarebbe nemmeno iniziato l’accertamento su Marella e Margherita Agnelli, madre e figlia di Gianni, in lotta per l’eredità dell’avvocato. Lo stesso vale per l’avvocato Emanuele Gamna, legale di Margherita ed ex socio dello Studio Chiomenti, indagato per aver sottratto al Fisco una parcella da 15 milioni di euro. Lo scudo potrebbe anche cancellare le indagini sulle esterovestizioni, ovvero su quelle società che risiedono all’estero, ma le cui attività sono in Italia. Il caso più celebre è quello della Bell, la scatola con cui Emilio Gnutti realizzò la plusvalenza di quasi 2 miliardi di euro della vendita a Pirelli della Telecom. Inizialmente la Bell non pagò un euro di tasse, ma poi l’inchiesta penale e l’accertamento dell’Agenzia portarono a un patteggiamento da 250 milioni. Tra i consulenti di Bell, c’era lo studio Vitali, Romagnoli Piccardi & Associati, più noto come l’ex Studio Tremonti.

    La Repubblica, 30 settembre 2009

I commenti sono chiusi.