cose che scrivo, interventi

“Discorso ai Nuovi Italiani”, di Dario Franceschini

Ventisette milioni.
Tanti sono stati gli italiani che in un secolo se ne sono andati dall’Italia per cercar fortuna altrove.
Ventisette milioni di italiani.
Abbandonavano tutto: la loro terra, la loro casa, le loro famiglie. Percorrevano migliaia di chilometri, attraversavano oceani, viaggiavano per giorni.
Inseguivano “La Merica”, cercavano il “Nuovomondo”. Sognavano un futuro migliore per sé e per i propri figli.
Molti, moltissimi, partirono proprio da qui, da questi moli del porto di Genova.
Oggi i barconi dei disperati hanno come meta finale Lampedusa, le nostre coste. Ieri, i piroscafi con la terza classe affollata all’inverosimile di uomini, donne, bambini e valigie di cartone avevano per destinazione privilegiata New York.
Ma il loro carico veniva sbarcato due miglia prima: ad Ellis Island. Isola che faceva da frontiera. Luogo di attesa. Di speranza. E di umiliazione. Di domande e sospetti, di visite e verifiche.
Quando sono stato a Ellis Island con la mia famiglia ho pensato che ogni Italiano di oggi dovrebbe passare da lì per potersi specchiare negli occhi dei nostri nonni, in quelle foto ingiallite piene di orgoglio e di fierezza ma anche di paura e miseria.
Per loro iniziava la fatica, non più solo fisica, di cercare un tetto sotto cui ripararsi e un lavoro per
cominciare a vivere di nuovo.
E’ passato un secolo, e oggi troppe volte fa comodo rileggere quella storia in modo distorto.
Ci raccontano che quegli italiani non erano mica come gli immigrati che oggi vengono a casa nostra. No, noi eravamo tutti bravi, laboriosi e onesti. Ci integravamo senza alcun problema e le popolazioni locali non faticavano certo a riconoscere le nostre qualità.
Non è così.
Andate a guardare le pagine scritte qualche anno fa da un bravo giornalista come Gian Antonio Stella.
“L’Orda”, si intitola, ed è un libro che si dovrebbe far leggere nelle nostre scuole.
Non c’è stereotipo rinfacciato agli immigrati di oggi che non sia già stato rinfacciato, a quel tempo, a noi.
Rubano il lavoro ai nostri giovani. Sono tutti delinquenti. Ci stanno invadendo.
Non si contano gli italiani che, lontani da casa, hanno fatto le spese di queste stessa accuse e di queste generalizzazioni.
E spesso eravamo clandestini.
C’è stato un tempo in cui i paesi confinanti ci chiedevano di controllare i valichi alpini non per bloccare gli arrivi, ma per impedire le partenze.
La storia, quando si parla della disperazione che muove milioni di persone e della paura che fa alzare muri e barriere a chi si sente minacciato, non inventa nulla.
E fa impressione assistere alla leggerezza, alla disinvoltura, alla grettezza con cui in un colpo solo si
dimentica il nostro passato e si calpestano i più elementari principi di umanità ed accoglienza.
Quei principi che fanno parte della nostra identità di italiani e che hanno saputo tenere insieme la nostra società nei momenti più duri della nostra vicenda nazionale.
Questo è il primo aspetto, gravissimo, su cui dobbiamo riflettere e interrogarci. Per trovare, e dare,
concrete risposte.
C’è una politica, quella impugnata come un’arma da questa destra, fatta solo di slogan urlati, utili a
conquistare una manciata di voti in più, magari anche a “prendere il potere”. Cosa ben diversa dal
governare un Paese e i suoi problemi, i suoi processi di lunga durata.
Sono anni che li sentiamo: le cannonate per respingere i clandestini, le impronte digitali, i medici chiamati a denunciare gli immigrati irregolari, le ronde “verdi” e quelle “nere”.
Si cavalca la paura, si alimenta l’odio, si alzano muri che, di fronte a fenomeni che sono epocali e
irreversibili, si rivelano muri di cartapesta.
E tuttavia quei muri servono a portare consensi, sono utili all’oggi, all’immediato.
Portano qualche punto in più nei sondaggi.
Eppure l’Italia è cambiata.
E non c’è bisogno di uno scienziato della politica, di un demografo o di un sociologo delle migrazioni. Basta chiedere ad un’ostetrica: su nove bambini nati nei nostri ospedali, uno è figlio di genitori stranieri.
In questa sala molti di voi sono nati e cresciuti qui.
Oggi in Italia c’è tutta una generazione che sarebbe un errore definire di immigrati, non essendosi mai mossa dal nostro Paese per il semplice fatto che è qui che è iniziata la sua avventura umana.
Una parte di questa nuova generazione è già maggiorenne.
Voi siete italiani. Anche se la legge ancora non lo riconosce.
Portate con voi le radici dei vostri genitori, un legame con le origini e le culture dell’Asia, dell’Africa, del sud America, ed è bello e straordinario che sia così.
Ma voi siete italiani. Lo dico con orgoglio e affetto, voi siete italiani.
Ed è l’Italia di domani che dobbiamo già da oggi, insieme, cominciare a costruire.
A partire da un tema cruciale, che la politica non può più eludere e che dobbiamo tenere al riparo di un approccio ideologico che rischia di diventare perfino razzista.
Parlo della proposta di legge della proposta di legge sulla cittadinanza che noi abbiamo presentato.
Nella scorsa legislatura alla Camera nostra era la proposta di legge, nostro il relatore. Solo la fine
anticipata della legislatura ci ha fermato.
Ma nell’aprile del 2008 l’abbiamo ripresentata. Ed è una proposta importante e innovativa: si diventa cittadini italiani se si è nati in Italia, se si è minori e si studia in Italia e, novità assoluta, c’è la possibilità dell’attribuzione della cittadinanza: non è più solo una concessione dello Stato, ma si può diventare cittadini in soli cinque anni se lo si vuole, se ci si crede, solo assolvendo ad alcuni elementari requisiti: una conoscenza elementare della lingua italiana, il reddito minimo previsto dall’Europa e il giuramento di osservanza della Costituzione e di rispetto della pari dignità sociale dei cittadini.
Cittadini perché lo si vuole diventare, non perché qualcuno te lo concede.
La cittadinanza come grande e potente motore di integrazione.
E’ una questione di civiltà e di giustizia.
Guardiamo con attenzione ma anche con preoccupazione a quanto sta avvenendo su questo punto nella maggioranza. Da un lato l’apertura intelligente maturata dal Presidente della Camera GianFranco Fini, in linea con un profilo più moderno della destra europea. Dall’altra il prevalere di una ideologia che definisce la sua identità nella paura e nella chiusura.
E che si esprime nella grettezza di un ministro della Repubblica che arriva dire: “non vorrei tra cinque anni trovarmi un Presidente abbronzato”.
E d’altra parte il ministro Calderoli è in buona compagnia, se lo stesso Berlusconi e il suo più stretto alleato, Umberto Bossi, non solo non vogliono questa legge, ma in diverse occasioni si sono dichiarati contrari all’idea stessa di una “società multietnica”.
Sono fermi all’idea della cittadinanza che deriva solo dal sangue, dalla nascita, dall’appartenenza razziale.
Non sopportano il pensiero che ci siano più italiani e “nuovi italiani”.
Ma si devono rassegnare. Questo avverrà. Sta già avvenendo.
L’Italia è già cambiata, non aspetta il legislatore.
Lo sanno bene gli imprenditori del Nord per i quali l’immigrazione legale è una risorsa preziosa.
Lo sanno i milioni di famiglie che riescono a prendersi cura dei propri cari, di nonne e nonni non
autosufficienti, grazie al lavoro e alle premure di tanti badanti.
Lo sanno i nostri figli e i nostri nipoti, che a scuola, come compagni di banco, ogni giorno di più hanno bambini di un colore differente dal loro, di un’altra religione. Che però parlano la stessa lingua, tifano per la stessa squadra di calcio, sognano di fare, da grandi, lo stesso lavoro.
Ed è così che i nostri figli superano i pregiudizi e imparano a conoscersi, è così che diventa più bella e positiva l’Italia di domani.
E pensare che qualcuno ha proposto scelleratamente le classi differenziate.
Una separazione sarebbe incivile e dannosa. Dannosa per quei bambini che potrebbero sentirsi messi ai margini e respinti, dannosa per i nostri figli che vedrebbero ridotte le opportunità di crescita e di conoscenza.
Tutti sappiamo che i primi giorni di scuola sono importanti, speciali, nascono le amicizie e le simpatie, si lega con i compagni di classe.
Un amico, Andrea Causin, mi ha raccontato di suo figlio Giovanni che ha appena cominciato la materna e che non fa che parlargli del suo nuovo amico Stephen.
Quando è andato a prenderlo in classe gli ha chiesto: chi è Stephen?
Giovanni ha risposto indicandolo: “quello con la maglietta azzurra”.
Non quel bambino di colore, della Costa d’Avorio ma quello con la maglietta azzurra.
E’ nelle scuole che è già cominciata l’Italia di domani.
E’ nelle scuole che un futuro di convivenza e incontro fra culture si sta costruendo ogni giorno.
Là dove bambini pachistani, magrebini, albanesi e cinesi imparano l’alfabeto assieme, dividono lo stesso banco e gli stessi giochi.
Non dobbiamo avere paura.
Preoccupati per i voti e il consenso troppo spesso siamo finiti ad inseguire la destra mostrandoci soltanto un po’ meno severi o un po’ più solidali.
Ma rinunciamo a dire con che le nostre città che stanno diventando multietniche possono essere più
giovani, più vive, più dinamiche, più colorate. E che proprio gli immigrati integrati potranno aiutarci a combattere la criminalità legata all’immigrazione clandestina, i racket e anche la tristezza di società vecchie e impaurite.
E tutto questo sta necessariamente a noi, ai riformisti.
Ma se vogliamo riuscire, dobbiamo cambiare.
Cambiare profondamente.
Dire con chiarezza dei sì e dei no.
E allora sì alla sicurezza, no al razzismo.
Dobbiamo saper riconoscere la domanda di sicurezza che c’è nel nostro Paese. E per questo dobbiamo contrastare con decisione le infiltrazioni criminali che penetrano nel fenomeno dell’immigrazione.
Infiltrazioni che qualche volta vengono da fuori, che altre volte sono invece un prodotto di casa nostra. Dobbiamo dire sì al diritto delle donne di uscire la sera senza la paura delle violenze. Al diritto degli anziani di andare a ritirare la pensione senza essere aggrediti o scippati. A quello dei bambini di giocare con allegria in spazi verdi che non siano degradati o degradanti.
Dobbiamo difendere quei diritti, quando sono violentati da criminali legati all’immigrazione o da italiani.
Ma dobbiamo dire no al razzismo, chiamandolo senza reticenze col suo nome.
Ad ogni sua forma. Anche velata, strisciante, insinuata.
Perché la fermezza, e la severità, contro chi commette un reato, sono una cosa. Ma il razzismo è un’altra cosa.
Nessuno più di noi italiani dovrebbe saperlo.
“Dago”, ci chiamavano al di là dell’Oceano. In gergo vuol dire all’incirca “pugnalatori”, vista la facilità con cui i nostri connazionali usavano il coltello.
E dovremmo sapere anche cosa voleva dire leggere sulla porta di un bar “vietato l’ingresso ai cani e agli italiani”.
Teniamo allora ben marcato il confine che separa e distingue la sicurezza dal razzismo.
E’ sicurezza combattere la mafia. E’ razzismo identificare gli italiani con i mafiosi.
E’ sicurezza combattere l’immigrazione clandestina e i traffici criminali che a volte l’accompagnano. E’ razzismo identificare immigrazione e criminalità.
E’ un’equazione, questa, che non si può fare.
Vorrebbe dire negare uno dei fondamenti della nostra civiltà: sono gli individui che commettono un crimine e che per questo vanno puniti. Non sono mai i gruppi, mai le comunità etniche, sociali o religiose.
Cambiamento, allora, vuol dire innanzitutto tornare a proporre dei valori.
Una gerarchia di valori drasticamente rovesciata rispetto a chi raccomanda l’egoismo e predica la
separazione, che diventa diffidenza e poi intolleranza e anche violenza.
Rispetto a questo, noi siamo agli antipodi. Deve essere chiaro. Costi quel che costi. Non mi interessano vere o presunte convenienze di altro tipo. Tattiche mediocri di avvicinamento alla Lega Nord.
In tutto il mondo le persone si mescolano, generando nuove persone e modellando società aperte,
interetniche e multiculturali.
I “nuovi americani” da tempo hanno nomi che raccontano provenienze diversissime tra loro, sono figli di diverse culture, hanno differenti modi di credere e pregare.
Ma guardiamo la Francia, non dall’altra parte dell’oceano ma solo dall’altra parte del confine, a meno di 200 km da qui.
A destra spesso evocano le periferie parigine. Se non ce l’ha fatta la Francia a vincere la sfida
dell’integrazione, dice una parte della destra italiana – per fortuna, non tutta – perché dovremmo farcela noi?
Ma chi lo dice mente senza vergogna. Intanto, perché all’Eliseo c’è il figlio di un immigrato ungherese, e poi perché lo stesso Sarkozy, appena eletto, ha voluto nei posti chiave tre donne francesi di seconda generazione: l’ormai ex ministro della Giustizia Rachida Dati, figlia di un muratore marocchino e di una algerina; il sottosegretario per le Politiche Urbane Fadela Amara, figlia di algerini della Cabilia; ed addirittura una giovane nata in Senegal e giunta in Francia con la sua famiglia all’età di 8 anni: Rama Yade, prima sottosegretario agli Esteri ed ora allo Sport.
Pensano davvero, gli uomini della destra, che l’Italia potrà vivere questo secolo asserragliata nel suo
fortino, senza aprirsi al mondo?
Pensano davvero che non saranno, tra venti o trent’anni, e speriamo prima, anche dei “nuovi italiani” a prendere le decisioni che riguarderanno la vita dei nostri figli e dei nostri nipoti?
E pensano che i nostri figli e i nostri nipoti avranno la loro stessa miopia, le loro stesse chiusure e difficoltà nello sceglierli come propri rappresentanti?
E’ la storia che va in questa direzione.
“L’uomo non può erigere bastioni e barriere al vento che soffia da ogni parte del mondo”, ha detto una volta il Cardinal Martini.
Cercare di far così, come succede a questa destra, è non solo velleitario. E’ pericoloso. Si moltiplicano tensioni e paure , si continua dividere un Paese già abbastanza diviso e stanco.
Comprendere la direzione e la forza del vento, incanalare le energie di un così grande processo, è invece il nostro compito.
E’ il modo di aprire la nostra società, di renderla multietnica e per questo più giovane e ricca di risorse. E’ il modo di far tornare a crescere l’Italia, di riuscire a farla competere nel mondo che cambia.
Allora garantire diritti e doveri a chi arriva qui e, come voi, lavora onestamente, e chiede integrazione, chiede diritti civili, chiede di poter votare, a cominciare dalle amministrative.
Verso di voi deve valere la memoria del nostro passato. E deve valere la nostra voglia di futuro.
Per questo andremo avanti anche per un altro cambiamento: il diritto di voto per i residenti stranieri alle elezioni amministrative.
“Un subdolo stratagemma per garantirsi una futura preminenza elettorale”, ha detto il Presidente del
Consiglio, con la visione alta e disinteressata, da vero statista, che lo contraddistingue.
Non comprende, proprio non riesce, che anche qui è una elementare e fondamentale questione di
modernità e di giustizia.
Chi vive e lavora in una comunità, chi osserva le sue regole e usufruisce dei suoi servizi, chi concorre alle spese comuni con i propri contributi, ha diritto di partecipare alle spese comuni. Punto.
Ci si metta l’anima in pace. Ci sono cose che sono giuste e vanno avanti nonostante gli spauracchi agitati da chi vorrebbe che tutto rimanesse sempre così com’è. Nella conservazione.
Anche quando si lottava per il suffragio universale o per il voto alle donne c’era chi era contrario perché temeva chissà quale spostamento dei consensi o perché pensava proprio che nullatenenti e donne non dovessero avere voce in capitolo sulle scelte pubbliche collettive.
Eppure la storia è andata avanti lo stesso. E oggi queste sono conquiste che nessuno si azzarderebbe più a mettere in discussione.
Accadrà lo stesso per la nuova cittadinanza e il diritto di voto agli stranieri.
Il Partito democratico ha voluto dare un segnale in questo senso, per non limitarsi alle enunciazioni di principio: alle nostre primarie, gli immigrati votano già. Hanno votato per Prodi e Veltroni e voteranno il 25 ottobre.
Una scelta che dimostra con coerenza quale è la nostra scelta.
Insomma dobbiamo affermare con più forza i valori, dobbiamo alzare la voce, se vediamo calpestare i diritti sanciti dalla nostra Costituzione, se vediamo scivolare via quei valori fondamentali che ci sono stati
tramandati da coloro che permisero al nostro Paese di tornare libero e democratico.
Dobbiamo reagire, dobbiamo essere più netti e avere più radicalità, se a risultare mortificata è la dignità degli esseri umani che cercano qui da noi quella stessa speranza che cercavano, al di là del mare o appena fuori dai nostri confini, i nostri padri e i nostri nonni.
Stiamo assistendo a cose vergognose.
Gommoni e “carrette del mare” strapiene di donne, vecchi e bambini vengono lasciate alla deriva. Esseri umani indifesi abbandonati a se stessi, al loro destino.
E’ questa la realtà che si nasconde dietro la fredda parola “respingimenti”. E’ questo l’effetto perverso di un decreto sicurezza che produce paura e morte, che cancella relazioni umane e reazioni umanitarie.
L’Alto Commissario per i diritti umani dell’Onu ha condannato i respingimenti in mare con parole che
dovrebbero far provare a tutti vergogna e preoccupazione. Esseri umani, ha detto, vengono “abbandonati e respinti senza verificare in modo adeguato se stanno fuggendo da persecuzioni, in violazione del diritto internazionale”.
Sono stato a Palermo, alla fine di agosto, dopo il naufragio di quei poveri profughi eritrei nel Canale di Sicilia. Sono andato all’ospedale, a trovare due giovani, tra i pochissimi sopravvissuti.
A chi con tanta volgare facilità parla di cacciare via a cannonate e rispedire a casa loro queste persone, vorrei dire: andate a vedere gli occhi di una ragazza di ventinove anni che disidratata, con una flebo vicino al letto e un filo di voce con cui vi racconta quale dramma si è lasciata alle spalle e quale inferno ha
attraversato per arrivare fin lì.
Una ragazza fuggita da una terra devastata dalla guerra, che dopo avere attraversato il deserto, la fame, la sete, la violenza, la morte, quando arriva in Italia in fin di vita, trova ad accoglierla un avviso di garanzia per il reato di immigrazione clandestina.
Eppure l’Italia è il “Nuovomondo” che quella ragazza ha sognato. E se lei rispetterà le nostre leggi, se studierà, lavorerà, metterà su qui da noi una famiglia, noi abbiamo il dovere di fare di lei e dei suoi figli, se è questo che lei vorrà, una “nuova italiana”.
Questo è ciò che ci distingue e ci distinguerà sempre dalla destra.
Lo ripeto: se abbiamo dato la sensazione che questa differenza sia meno forte di un tempo, siamo colpevoli e abbiamo sbagliato. E dobbiamo cambiare.
Guai ad inseguire la destra sul suo terreno.
Guai a pensare che basti correggere le sue posizioni e mitigarle appena un po’.
Dei sì e dei no, questo dobbiamo dire. E in base a questo dovremo fare.
E pazienza se qualcuno osserverà che così i consensi non arriveranno subito.
E’ all’Italia che noi pensiamo. Agli italiani di oggi e di domani.
Noi non permetteremo che l’Italia diventi un paese razzista.
Non permetteremo che abbia la meglio la visiona piccola e senza futuro di chi vuole tornare indietro e
spezzare l’Italia in mille egoismi territoriali.
Non sono le “piccole patrie”, la soluzione.
La nostra identità attuale è il frutto di millenni di incontro fra culture e lingue diverse.
Come non dirlo in questa città , da sempre crocevia di marinai e mercanti, dove nei secoli la lingua si è arricchita di parole arabe, spagnole, francesi e di molte altre influenze.
O pensate a Venezia, un miracolo fatto dagli italiani ma anche dai mosaicisti bizantini, dagli intagliatori arabi, dai tappezzieri turchi.
Basta allungare l’orecchio ai nostri dialetti, alle cadenze greche del barese, a quelle arabe del siciliano e del calabrese, alle comunità che dopo millenni continuano ancora oggi a parlare in albanese antico. Alle
influenze francesi in Piemonte, a quelle spagnole in Lombardia, a quelle Slave nel nordest.
A questa eredità unica al mondo, dobbiamo restituire il futuro che gli spetta.
L’identità non è immobile, è qualcosa di vivo, qualcosa da costruire ogni giorno.
Qualcosa che arricchite oggi anche voi, con culture e religioni diverse, con saperi e sapori nuovi.
E’ la costruzione, paziente e tenace, di un nuovo patriottismo.
Nel segno dell’apertura. Del rispetto delle regole. Dei doveri insieme ai diritti. Per tutti.
Nel segno della nostra Costituzione, dei valori e dei principi che la ispirano.
Forse le cose che ho cercato di dire oggi non porteranno consenso, forse i sondaggisti me lo
sconsiglierebbero: attento, l’immigrazione è un tema troppo spinoso per chi ha bisogni di raccogliere voti!
Non mi interessa. Solo cambiando noi stessi riusciremo a cambiare il Paese.
Io non rinuncerò mai a dire una cosa giusta per un sondaggio.
E questa è una battaglia giusta .
Una battaglia che contribuisce a costruire un Paese migliore.
Un Paese forte e moderno.
Abitato da “nuovi italiani”.
Protagonisti di una identità nazionale rivolta al futuro.
Un’identità costruita non nel rifiuto delle diversità, ma attraverso i valori dell’accoglienza e
dell’integrazione.
E’ una sfida entusiasmante che dobbiamo raccogliere: vivere la giovane bellezza di una società multietnica.
Viverla con gli stessi occhi impauriti e orgogliosi degli italiani di Ellis Island.
Gli occhi dei nostri nonni, dei nostri padri, delle nostre madri che partivano da qui, da questo porto di Genova per raggiungere un mondo nuovo e lontano, senza più fame e senza più miseria.
Vivere il nostro tempo senza paura.
Adesso.

Genova, 6 ottobre 2009

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