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“«Dall’Italia all’Irlanda, si diffonde l’epidemia dei migranti-schiavi»”, di Alessandro Leogrande

Alcuni settori della nostra economia globale si fondano ormai sul lavoro di nuovi schiavi. E un recente rapporto dell’Osce sul “lavoro forzato” nel settore agricolo (Human Trafficking for Labour Exploitation in the Agricultural Sector in the Osce Region) lo conferma. Le nuove schiavitù nascono dall’incrocio di vari fattori: vulnerabilità dei lavoratori migranti (che costituiscono in ogni paese dell’Osce, anche in quelli meno ricchi, la base del nuovo bracciantato), brutalità dei rapporti di lavoro, assenza di tutele, bassi salari. Ma benché nasca da queste premesse, il “lavoro forzato” costituisce un salto ulteriore verso l’inferno, una tipologia di sfruttamento che le legislazioni di molti paesi fanno fatica a cogliere, e quindi a combattere: riguarda tutti quei casi in cui al grave sfruttamento lavorativo si aggiunge il controllo feroce sulla nuda vita da parte dei caporali o dei padroni. In Italia, le pesanti condanne
emesse contro 20 caporali del foggiano, che avevano sfruttato centinaia di schiavi polacchi, sono state confermate in secondo grado. Ma il fenomeno è globale, non riguarda solo il nostro paese. Il rapporto Osce racconta di decine di casi simili: rom greci in Inghilterra, giamaicani in New Hampshire o messicani in South Carolina, estoni in Irlanda, romeni in Belgio, uzbeki in Russia, lituani in Portogallo… In tutti i casi riportati, i braccianti stranieri lavoravano a centinaia dall’alba al tramonto quasi sempre senza essere pagati, vivevano a decine in pochi metri quadri e in condizioni igienico-sanitarie degradanti, venivano severamente puniti, picchiati (e in alcuni casi eliminati) ogni qualvolta protestavano. Scappare era impossibile. Il rapporto introduce il concetto di multidipendenza (“multiple dependency”) per descrivere situazioni in cui il lavoratore dipende dal suo sfruttatore per più aspetti essenziali. Non solo il lavoro, ma anche l’alloggio, il cibo, il trasporto.
Queste forme, dice l’Osce, sono epidemiche. E poiché producono – per dirla con un eufemismo – una concorrenza sleale, rischiano di estendersi ulteriormente a macchia d’olio. Sono un fenomeno che nasce nell’agricoltura (benché non riguarda tutto il settore agricolo) e che riguarda gli immigrati (benché non tutti gli immigrati che lavorano in nero siano ridotti in schiavitù). Per combatterle occorre un’azione composita: processi contro i trafficanti e i caporali, tutela delle vittime e reintegrazione sociale, nuove forme di associazioni tra i lavoratori. Alcuni paesi (come il Belgio, l’Olanda e gli Stati Uniti) hanno deciso di inasprire le leggi contro il lavoro forzato e per la tutela delle vittime. In Italia, una legge sul caporalato non è stata ancora fatta, e l’art. 18 della 286 non viene ancora esteso pienamente agli “schiavi da lavoro”. La magistratura nostrana, per condannare i caporali, è ricorsa al reato di riduzione in schiavitù. Ma questo rende i processi più difficili.
Una recente inchiesta curata da Gianluigi De Vito (Tutti giù per terre, Levante editori) conferma come in Puglia, nonostante le maggiori attenzioni contro il caporalato e la legge regionale per l’emersione del lavoro nero, lo sfruttamento del lavoro migrante è ancora la regola. Ci sono (ancora) rumeni ridotti in schiavitù, marocchini che pagano 6.000 euro per avere un permesso di soggiorno dagli stessi padroni da cui percepiscono, se va bene, meno di 20 euro al giorno. E migliaia di casi in cui, quanto meno, non viene applicato alcun contratto.
La Bossi-Fini, che lega rigidamente il permesso di soggiorno al contratto di lavoro, nel mondo nero dell’ agricoltura è uno straordinario produttore di clandestinità. Con il nuovo pacchetto sicurezza, la vulnerabilità del lavoratore “clandestino” è accresciuta: chi denuncerebbe mai il proprio caporale, se corre il rischio di finire per 6 mesi in un cie? Lo sfruttamento riguarda anche i comunitari, specie se stagionali. L’economia di Canosa, ad esempio, paesone agricolo pugliese, si fonda sullo sfruttamento dei bulgari e dei romeni. E la piazza centrale restituisce l’apartheid di fatto. I romeni e i bulgari da una parte, gli italiani dall’altra: questo per fare in modo che il datore di lavoro possa sapere subito come comprare manodopera a basso costo.

L’Unità, 14 ottobre 2009

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