cultura

“Italia 2009, così abbiamo inabissato la cultura”, di Giordano Montecchi

Perché, si chiede il mondo, la maggioranza degli italiani subisce con tanta noncuranza un disegno autoritario che giorno dopo giorno ne avvelena la democrazia? Si possono chiamare in causa antichi vizi nostrani come l’ignavia o la sfiducia, ma l’alleato forse più prezioso di questa deriva sciagurata è un altro. È la nostra incultura di popolo, mentre di contro, il più grande ostacolo a questo disegno è tutto ciò che alimenta la cultu-ra: fame di conoscenza, autonomia di giudizio, spirito critico, dirittura morale. Etica e cultura: questi sono i veri nemici contro cui Berlusconi e i suoi con un sapiente gioco di squadra combattono quotidianamente, sabotando (o quando gli conviene comprando) tutto ciò che alla cultura dà sostanza e forza: l’educazione, la stampa e l’editoria, il ruolo degli artisti, degli intellettuali, delle stesse istituzioni culturali. L’idea che scuola, università, teatri, orchestre siano soldi buttati; che cineasti, musicisti e artisti in genere siano parassiti; che giornali e giornalisti formino una delinquenza organizzata più pericolosa delle tante mafie presunte e non meglio identificate: tutto ciò ha il suo ricettacolo in quella che potremmo chiamare «Italia profonda», terreno ideale per gli spropositi di una Gelmini, come per i liquami verbali di un Brunetta o del suo capo.

RADIOGRAFIE EUROPEE
Questa presunta «incultura degli italiani» resta però da dimostrare. Ebbene, le prove che ci inchiodano vengono dall’altro grande nemico (l’unico davvero temibile) dell’attuale padrone d’Italia: l’Europa, un cliente troppo difficile da ipnotizzare, da com-
prare o da screditare. Inesorabili, la Commissione Europea ed Eurostat non cessano di promuovere ricerche su come vivono e come pensano gli europei. Migliaia e migliaia di pagine in cui c’è la radiografia di cosa è e cosa significa oggi l’Europa: dal ponderoso Europe in figures l’annuario statistico di cui è appena uscita l’edizione 2009, ai numerosi rapporti sulla cultura quali Economy of Culture in Europe (2006), Financing the Arts and Culture in the European Union (2006) Cultural Statistics (2007), European Cultural Values (2007).
Guidati dallo sforzo costante di superare le difficoltà di confrontare diverse realtà nazionali, questi documenti ritraggono il quadro amaro e surreale dell’anomalia italiana: il bacino più ricco di tesori d’arte e di storia che esista al mondo e, insieme, lo scenario desolante di una popolazione culturalmente indigente, facile preda di un’informazione sempre piu svilita a propaganda. E tanto l’Europa si sforza di acquisire dati sempre più attendibili, tanto il nostro governo è latitante in materia di monitoraggio delle politiche culturali, col conseguente inevitabile balletto di illazioni e stime inattendibili il cui esito è una provvidenziale opacità, un cono d’ombra dove, a parte i ben noti tagli al Fus, non si riesce a valutare esattamente il quadro economico complessivo delle politiche culturali, il cui apporto finanziario più consistente (attorno ai 2/3 del totale) deriva dall’impegno di Regioni ed Enti locali.

LA GIORNATA DELL’ITALIANO
Nei dati dell’Unione Europea, dai quali l’Italia esce a pezzi, è racchiusa invece un’altra atroce conferma: certi ragli anticulturali intonati di recente da qualche esponente del governo corrispondono a ciò che molti italiani pensano o credono o, per meglio dire, ignorano. La giornata dell’italiano medio comincia non leggendo il giornale, prosegue non comprando dischi o libri, e finisce non andando a un concerto o a teatro. Il che spiega come una famiglia italiana spenda per cultura e ricreazione circa la metà di una famiglia inglese o tedesca. Ma tout se tient: in Italia la percentuale di laureati è la metà della media europea, mentre l’editoria dà lavoro a 40.000 dipendenti contro i 180.000 della Germania.
I musicisti sono un branco di lavativi, dice Brunetta. A conti fatti agli italiani sembrano dargli ragione. Nell’ex patria del belcanto il pubblico che frequenta concerti e opera è tragicamente inferiore rispetto alla media europea. La ragione di questo dato così avvilente è profonda: un europeo, quattro volte su dieci, alla parola «cultura» associa la musica e il teatro (in Germania e nel Nord Europa accade addirittura sei-sette volte su dieci). Da noi proprio no: e da lì a sostenere che è il «popolo» a volere il taglio del Fus il passo è breve…
Per gli italiani cultura vuol dire tutt’altro: ad esempio scienza (un miraggio, evidentemente, visto quel il governo spende in ricerca scientifica); ma soprattutto famiglia, in piena sintonia con un’assordante campagna mediatica fra i cui effetti c’è anche la scarsa considerazione per valori quali libertà di opinione o tolleranza, che ai nostri vicini stanno invece molto più a cuore.
Dulcis in fundo: c’è qualcosa in cui primeggiamo. In Europa siamo quelli che in assoluto stimiamo di più imprenditorialità e progresso, valori così cari anche al nostro Primus super pares. Le cui armate mediatiche, da mattina a notte, ci bombardano senza tregua con l’obiettivo di farci a sua immagine e somiglianza. Siamo noi i perseguitati, non lui.

L’Unità, 26 ottobre 2009

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