lavoro

“Gli stipendi ridotti dei lavoratori stranieri”, di Federico Fubini

E’ bastata una domanda che pri­ma nessuno aveva mai posto, per gettare un fascio di luce su un mondo che ci illudevamo di co­noscere già. La domanda, apparente­mente innocua, è comparsa per la pri­ma volta a primavera scorsa nei 160 mila questionari che l’Istat distribui­sce per la sua rilevazione trimestrale sulle forze di lavoro. Chiedeva ai dipen­denti pubblici e privati di precisare la propria retribuzione netta, straordina­ri inclusi, tredicesime e quattordicesi­me escluse. Ne è uscita una seconda Italia. Un Paese che lavora (almeno) al­trettanto, svolge le stesse mansioni, e guadagna di meno. Spesso molto di meno. A volte scandalosamente meno, senza che questa differenza emerga ap­pieno nella consapevolezza degli italia­ni. Per i lavoratori dipendenti stranie­ri, che a dati ufficiali del secondo trime­stre 2009 sono l’8,3% degli occupati nel nostro Paese, la differenza di retri­buzioni rispetto a chi possiede la citta­dinanza è in media del 22,8%. Per gli uomini è del 18,9% ma per le donne sa­le al 28,4%: le dipendenti straniere gua­dagnano quasi un terzo di meno, an­che quando svolgono lo stesso lavoro delle italiane e sono anche loro regolar­mente sotto contratto.

Il salario medio mensile di un immi­grato, assunto a tempo determinato o indeterminato, dopo tasse e contributi è di appena 962 euro. Di persone così, in agosto, la Fondazione Leone Mores­sa di Mestre ha segnalato la capacità di spedire alle famiglie nei Paesi d’origi­ne in media 155 euro al mese: un tasso di risparmio da italiani emigrati nella Svizzera del dopoguerra, o magari da cinesi di oggi; certo sono numeri che alzano il velo su un nuovo ceto sociale capace di comprimere al massimo i propri consumi, concentrato com’è sull’obiettivo di un’emancipazione di­lazionata per anni o generazioni.

Per capirci qualcosa di più la Fonda­zione Moressa, grazie al lavoro di Vale­ria Benvenuti, si è concentrata ora su quella domanda dell’Istat riguardo alle retribuzioni nette. I dati sono aggiorna­ti alla metà di quest’anno. E ne emergo­no enormi differenze fra territori, con scarti inversamente proporzionali alla ricchezza delle regioni. Più alto è il red­dito di un’area e minore (relativamen­te) è la differenza fra la paga di un di­pendente italiano e quella di uno stra­niero. E viceversa: in Campania la retri­buzione media dei lavoratori dipen­denti immigrati è di 719 euro, il 40,8% meno di quella degli italiani; in Molise è di 594 euro, il 49,4% di meno. Forbici tra il 30 e il 42% si ritrovano nel Lazio, in Calabria, Sicilia, Puglia e Sardegna (ma non in Abruzzo, dove è appena al 13,9%). È del resto nelle regioni meno sviluppate della Penisola che gli stra­nieri guadagnano meno rispetto al re­sto dei dipendenti, ma anche in assolu­to. In quasi tutto il Mezzogiorno, per una donna straniera sotto contratto guadagnare 700 euro netti al mese è già da considerare un privilegio.

Il processo di inserimento è più avanti al Nord, ma poi neanche tanto. In Trentino-Alto Adige il ritardo è del 16,2%, in Piemonte e Valle d’Aosta del 19,9%, un livello circa pari a quello del Veneto e poco meno che in Lombar­dia. Soprattutto, queste differenze non sono legate solo ai territori, perché si ritrovano anche a parità di mansioni in ogni singolo settore. Quasi nove di­pendenti immigrati ogni dieci lavora­no con un inquadramento contrattua­le come operai, ma il primato spetta a quelli che l’Istat definisce «altri servizi alla persona»: in sostanza colf, badan­ti, collaboratrici domestiche. Per que­sta popolazione in stragrande maggio­ranza femminile la paga delle straniere è del 29,7% inferiore a quella delle ita­liane e si ferma a 704 euro al mese.

Non che per la verità tutti i settori dell’economia manifestino un ritardo così marcato: nelle costruzioni e in agricoltura lo scarto risulta di appena il 2%, per «alberghi e ristoranti» del 3,7%, nel commercio del 3,8%. Le diffe­renze nelle retribuzioni esplodono in­vece, a seconda del passaporto che un dipendente ha in tasca, nel settore ma­nifatturiero. Qui gli operai stranieri prendono l’11,2% in meno; ancora più marcate sono poi le differenze in «istruzione, sanità e servizi sociali», al­tro settore a forte prevalenza femmini­le, e nei «servizi alle imprese».

Insomma è bastata una nuova do­manda inserita dall’Istat in un questio­nario di routine, per scoprire un’Italia a doppia velocità. È un sistema in cui le imprese diventano più competitive sui costi grazie al lavoro a buon merca­to degli immigrati, una sorta di deloca­lizzazione strisciante e soprattutto «in loco». Non che non fosse già sotto gli occhi di tutti: i valori che emergono pe­raltro non catturano il mondo dei clan­destini o degli irregolari, dove gli scar­ti sono con ogni probabilità ancora più vasti. Questi coperti dal questiona­rio dell’Istat sono lavoratori dipenden­ti, sottoposti a contratti nazionali e dai caratteri nella gran parte dei casi forte­mente standardizzati. È anche per que­sto che Valeria Benvenuti, la ricercatri­ce della Fondazione Moressa, avanza un’ipotesi di spiegazione: è paradossal­mente la rigidità dei contratti naziona­li, non la loro flessibilità, ad alimenta­re la sperequazione di paga fra chi è ita­liano e chi no.

Dice Valeria Benvenuti: «In molti ca­si la differenza nella retribuzione di­pende soprattutto dall’anzianità dei di­pendenti in un’impresa, perché solita­mente gli stranieri sono stati assunti da meno tempo e beneficiano di un nu­mero minore di scatti retributivi, an­che a parità di mansioni e di produtti­vità ». I valori dei salari in base alle di­verse età sembrano confermare questa ipotesi di Benvenuti: per i lavoratori più giovani, quelli tra i 15 e i 24 anni, non esiste quasi alcuna differenza fra stranieri e italiani (appena lo 0,5%); il ritardo invece aumenta via via che i di­pendenti sono più anziani e per quelli fra i 55 e i 64 anni di età si arriva addi­rittura al 39%. Insomma gli stranieri, ultimi arrivati, non beneficiano di tutti gli scatti automatici che hanno accu­mulato i loro colleghi italiani. La spere­quazione, in questo caso, sarebbe dun­que semplicemente l’effetto automati­co del modello contrattuale italiano. Se questo è vero, la cattiva notizia è che l’attuale modello contrattuale crea per gli immigrati discriminazioni spes­so abissali; quella buona, se nulla cam­bierà, è che sono destinate a riassorbir­si benché molto lentamente nei decen­ni.

Resta però il fatto che la forbice dei redditi risulta sempre più ampia via via che sale il livello di istruzione. Fra chi ha solo la licenza elementare, c’è un ritardo di retribuzione del 6,9% de­gli immigrati sugli italiani; fra chi è lau­reato, il ritardo invece si amplifica fino al 27,5%. Abbastanza da far sospettare che il modello contrattuale non sia la sola causa di discriminazione, come spiega il sindacalista iraniano della Cgil Kurosh Danesh nell’intervista qua sotto.

Il Corriere della Sera, 4 novembre 2009

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