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“Da clandestino a lavoratore”, di Maurizio Ambrosini

Il risultato politico più interessante della sanatoria per colf e assistenti familiari è il riconoscimento implicito che gli immigrati senza permesso di soggiorno sono in gran parte umili lavoratori che vorrebbero lavorare e vivere alla luce del sole e non criminali. Quanto ai numeri deludenti delle domande presentate e alla composizione per nazionalità, fanno pensare che molti stranieri che ne avrebbero avuto diritto non sono riusciti ad accedere alla sanatoria, mentre altri che non ne avrebbero avuto diritto ci hanno provato. Per mancanza di alternative.

Il 30 settembre si è chiusa l’operazione di sanatoria per colf e assistenti domiciliari degli anziani, le cosiddette “badanti”. Al di là delle circonlocuzioni adottate, si è parlato infatti di “emersione”, di sanatoria si è trattato. Un’operazione, malgrado i limiti di cui si dirà, in intrinseco contrasto con la campagna di criminalizzazione dell’immigrazione in condizione irregolare condotta per mesi dal governo italiano. Far emergere significa infatti ammettere che centinaia di migliaia di immigrati sprovvisti di regolari autorizzazioni in realtà lavorano al servizio di famiglie italiane.

I MOTIVI DELLA DELUSIONE
I risultati dell’operazione, con poco meno di 300mila domande, hanno tuttavia suscitato una certa delusione. A partire dalle stime dello stesso ministero degli Interni e di istituzioni di ricerca come la Fondazione Ismu, ci si attendeva un volume di circa 750mila domande.
Un primo problema riguarda dunque la portata della manovra e la sua efficacia nel prosciugare per l’ennesima volta – la sesta in poco più di vent’anni – la palude dell’irregolarità. Un secondo problema emerge invece dai dati sul genere e la nazionalità dei beneficiari pubblicati sul Sole 24Ore da Francesca Padula: a Milano è stata presentata domanda di sanatoria per 7mila egiziani, a Brescia per 1.500 indiani e 1.300 pakistani, a Torino per 2.400 marocchini. (1) Sono tutte componenti nazionali di cui né le fonti statistiche né le ricerche hanno mai documentato un rilevante inserimento nel settore domestico-assistenziale.
A livello nazionale, le sorprese sono ancora più stupefacenti. Scopriamo, tra altre notizie curiose, che 36mila marocchini e 21mila cinesi lavorano nelle famiglie. Gli immigrati figurano anche in buon numero tra i datori di lavoro, di lavoratori domestici o addetti all’assistenza: 8mila marocchini, 5mila senegalesi, 3.500 pakistani, 3mila cinesi e altri ancora. Segno forse che un certo numero di essi ha conosciuto un processo di mobilità sociale e può ora permettersi una collaboratrice familiare, ma più probabilmente indizio del fatto che si sta consumando l’ennesima truffa ai danni della componente più debole della popolazione immigrata, quella dei lavoratori privi di regolari documenti e disposti ad aggrapparsi a qualunque appiglio pur di emergere alla luce del sole.
In altri termini, parecchi immigrati che ne avrebbero avuto diritto non sono riusciti ad accedere alla sanatoria; altri che non ne avrebbero avuto il diritto ci hanno provato.
Tra le cause del primo fenomeno, va ricordata la soglia di reddito di 20mila euro: in pratica, gli evasori fiscali che si permettono una colf non hanno potuto metterla in regola, e dunque paradossalmente potranno continuare a non versare neppure i contributi a cui sarebbero tenuti. In secondo luogo, non hanno potuto essere sanati gli immigrati che distribuivano il proprio lavoro fra più famiglie, caso frequente nel settore domestico.
Altri aspetti possono aver inciso, ma siamo in grado soltanto di formulare delle congetture: il clima di ostilità verso gli immigrati irregolari e il timore di sanzioni può aver scoraggiato un certo numero di datori; il ricordo degli esiti della sanatori del 2002 può averne frenati altri, memori del fatto che una volta messi in regola, parecchi immigrati hanno cambiato posto, specialmente immigrate che lavoravano fisse, in coabitazione con i datori; i requisiti abitativi richiesti hanno probabilmente disincentivato le domande per l’assistenza agli anziani.
Sulla seconda questione, il tentativo di forzare il provvedimento, ricorderei soltanto che aver previsto il solo caso del lavoro per le famiglie come motivo di regolarizzazione, non può che aver messo i lavoratori di altri settori di fronte a una scomoda alternativa: o rinunciare a mettersi in regola, oppure farsi passare per colf o aiutanti domiciliari. L’apparente ristrettezza della finestra di emersione ha prodotto una situazione molto ingarbugliata
Ai tempi della Bossi-Fini il pericolo era stato intuito dai legislatori, e accanto al lavoro domestico era stato subito aperto il canale del lavoro nelle imprese. Ora verificare quasi 300mila domande metterà a dura prova i nostri affannati apparati di controllo, producendo con ogni probabilità un contenzioso destinato a protrarsi a lungo, e lasciando nell’incertezza anche chi ha tutti i titoli per beneficiare della sanatoria. Fra l’altro, l’erario pubblico ha partecipato alla spremitura dei malcapitati che hanno cercato di regolarizzarsi senza averne i requisiti, o sono stati indotti a farlo. I 500 euro di contributo si pagavano prima, come condizione per inoltrare la domanda telematica, non, come sembrerebbe più logico, all’atto dell’accettazione. Credo si possa parlare di una tassa sulla speranza.
Rimane di positivo il risultato politico: gli immigrati irregolari per gran parte non sono dei criminali pericolosi, ma degli umili lavoratori che vorrebbero lavorare e vivere alla luce del sole. Forse dovremmo ricordarcene più spesso.

(1) Si veda Il Sole 24Ore di sabato 24 ottobre.

LaVoce.info, 6 novembre 2009

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