economia, lavoro

“Un augurio più che una certezza”, di Mario Deaglio

E’ più che comprensibile che il governo dia ampio risalto alla favorevole valutazione che risulta dal «superindice» dell’Ocse, dal momento che si tratta indubbiamente di un dato gradito proveniente da un ente di alta reputazione, in passato non certo tenero nei suoi giudizi sull’economia italiana. Se però si va a guardare con attenzione dentro questi dati, ci si accorge che il giudizio dell’Ocse è un augurio per il futuro, non la certificazione di qualcosa di già accaduto o in corso. La banalizzazione della notizia rischia di presentare all’opinione pubblica un’Italia in piena ripresa, addirittura alla guida della crescita mondiale. La realtà è molto diversa: non abbiamo vinto la coppa, siamo (forse) ancora ammessi a partecipare al campionato.

Per valutare bene questa situazione bisogna prima di tutto ricordare che, come ammoniscono i suoi stessi autori, il «superindice» ha un valore qualitativo e non quantitativo. Il suo scopo è quello di segnalare in anticipo i punti di svolta, del ciclo economico, non quello di misurare l’intensità dell’espansione o della recessione.

Funziona, in altri termini, come una sorta di campanello; la sua qualità è discreta o buona sul totale dell’area Ocse e per l’Unione Europea nel suo complesso, ma diventa piuttosto instabile per i singoli Paesi.

Nel segnalare l’inizio della crisi attuale, il campanello ha suonato tempestivamente per gli Stati Uniti, la Francia, il Regno Unito e la stessa Italia; ha suonato invece quasi contemporaneamente alla crisi per il Brasile e la Russia; ha inviato segnali troppo ritardati per il Canada, l’India e il Giappone.

Purtroppo, il fatto di avere «azzeccato» un punto di svolta di un ciclo non garantisce che sarà azzeccato quello successivo: per l’Italia il «superindice» ha fornito piccoli ma erronei segnali di espansione nel 2001 e nel 2003, per l’area Ocse nel suo complesso segnalò nel 2003 una recessione che poi non si verificò. Si tratta quindi di un complemento prezioso per una diagnosi complessa, non di un termometro miracoloso che «consacra» la ripresa o la recessione di un sistema economico; in una lunga nota di «istruzioni per l’uso» la stessa Ocse mette in evidenza il suo carattere ausiliare nell’analisi congiunturale e la possibilità di suoi andamenti irregolari.

Il «superindice», in ogni caso, appare in forte salita: oltre che per l’Italia, anche per Francia, Regno Unito e Cina viene diagnosticata non già una semplice «ripresa» ma addirittura una condizione di «espansione». Gli stessi estensori si devono essere resi conto del carattere dubbio di quest’analisi dal momento che invitano a una speciale cautela. Ciò che questo numero misura, infatti, non è la semplice espansione di un’economia, ma il rapporto tra l’espansione e il suo potenziale di crescita. Una riduzione di questo potenziale, a seguito della crisi che stiamo attraversando, fa salire il rapporto, a parità di altre condizioni, fornendo una falsa indicazione positiva. In altre parole, se la cilindrata del «motore Italia» si è ridotta in questi anni – come molti episodi sembrano indicare – andando alla stessa velocità, il motore si viene a trovare più vicino ai suoi limiti. Per usare una metafora calcistica, l’Italia potrebbe trovarsi nelle prime posizioni della «serie B» dell’economia mondiale, mentre quando la crisi è cominciata si trovava all’ultimo posto della «serie A».

Quest’analisi è doverosa non già per «gufare», ossia per «giocare contro» la ripresa del Paese, ma anzi per consentire una realistica valutazione delle possibilità ed evitare delusioni successive. Una simile valutazione realistica porta a sottolineare alcune potenzialità del Paese e in particolare la presenza, grazie al risparmio delle famiglie, di forti e diffuse risorse finanziarie che controbilanciano il pur gigantesco debito pubblico; in altri Paesi, come il Regno Unito e gli Stati Uniti, la prolungata assenza di risparmio famigliare costituisce un grave handicap per la ripresa. Qualcosa su cui costruire c’è; non si costruirà, però, senza modificare fortemente sulla struttura produttiva e sulla distribuzione dei redditi con procedimenti che saranno indubbiamente sgradevoli per alcune fasce sociali, detentrici di privilegi, spesso piccoli ma molto diffusi, e quindi pesanti per le finanze pubbliche. Purtroppo né la maggioranza né l’opposizione sembrano impegnate a disegnare un futuro a dieci-vent’anni, spesso l’orizzonte del dibattito politico non arriva a dieci-venti mesi. Si pensa erroneamente di essere all’avanguardia nella crescita e si tagliano gli investimenti nella «banda larga», ossia in uno dei comparti più tecnologici della produzione; ci si impegna solennemente a sostenere la ricerca e si tagliano le risorse per i ricercatori.

Per questo si rischia di sottolineare oltre il suo reale significato un segnale congiunturale positivo, com’è quello dell’Ocse, e non vedere il deterioramento della struttura; è più facile ricordare che quella italiana è – ancora – la sesta economia del mondo, come ha fatto il presidente del Consiglio (in realtà gli ultimi dati della Banca Mondiale ci collocano comunque al settimo posto nel 2008, che diventa il decimo se si tiene conto dell’effettivo potere d’acquisto dei redditi degli italiani) e dimenticare che nella classifica dei redditi per abitante siamo ormai al 39° posto, sensibilmente al di sotto dei grandi Paesi dell’Europa occidentale, sopravanzati dalla Spagna.
La Stampa 07.11.09

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