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“Il nostro terzo mondo quotidiano”, di Elena Loewenthal

Ci sono luoghi in cui sappiamo riconoscerci e altri che paiono fatti apposta per disegnare con impassibile precisione il nostro volto di massa anonima. I meandri della metropolitana, con i suoi dedali di scale.

Le fermate dell’autobus, in un continuo viavai che ci impone di non fermarci a guardare, a cercare di capire che cosa succede. Non a caso questi luoghi, quasi un simbolo della nostra frenetica modernità, diventano teatro di storie che preferiremmo ignorare. Ma quelle di tanto in tanto affiorano dai sotterranei. Proprio come a Milano, dove qui si chiedono, pagano e ottengono aborti clandestini. Dove, sotto le luci artificiali, fra i binari e i corridoi, sulle pedane dei binari, si consuma quotidianamente una specie di immenso consultorio per le donne in difficoltà. Le brevi trattative che si concludono con interventi clandestini e sacchetti di pastiglie ceduti sottobanco, hanno un codice di gesti e parole fatti apposta per passare inosservati, sotto la fragile copertura che i luoghi di passaggio garantiscono – dove tutti siamo solo facce anonime e gambe che corrono. Anche così si abortisce in Italia: con una fermata d’autobus o di metro per sala d’accettazione. E non si tratta di casi isolati: è un sistema intero, che funziona a pieno regime.

Molte delle donne che vanno a chiedere di abortire nei corridoi della metro, alla fermata dell’autobus di una metropoli come Milano, sono straniere. Ma ci sono anche italiane. Minorenni. Giovani che non possono permettersi di guastare una carriera avviata, e scelgono di farlo così, di nascosto. Le straniere, braccate da una clandestinità cronica, sentono di non avere altra scelta che quel buio lì. Le italiane optano per il buio perché sono vittime di un’altra clandestinità, più inafferrabile, strisciante. Le une e le altre ci dicono che dentro questo nostro mondo ne esiste un altro. Un po’ come la rete della metropolitana sotto il traffico in superficie: non si vede, ma c’è. E ogni tanto non si può fare a meno di abitarlo, anche solo attraversarlo. Sembra quasi improbabile, eppure in questa società dai diritti reclamati e ottenuti, dove le garanzie sociali sono un vanto e la tutela globale della persona un impegno comune, succede che ogni anno circa ventimila donne abortiscono clandestinamente. Senza copertura sanitaria, con procedure immancabilmente ad alto rischio.

Che cosa spinge una persona a trattare così se stessa e il proprio corpo? La paura, certo. Ma anche una diffidenza profonda per la legalità, per il sistema che sta alla luce e dove da anni si può interrompere una gravidanza indesiderata a termini di legge, sotto l’ala di un servizio sanitario. E’ assurdo che tante donne scelgano un anonimato rischioso, in una società come la nostra così ossessivamente attenta al rispetto della privacy. Ci vogliono un sacco di firme in calce per autorizzare qualcuno a spedirti a casa un po’ di pubblicità, ma pur di non compilare un modulo d’ospedale ci si riduce ad abortire di nascosto, cominciando da una fermata dell’autobus. Come se l’emancipazione e il progresso non fossero riusciti a estirpare quel senso di sottomissione femminile a un destino ingrato, di cui vergognarsi. Una specie di rassegnazione a una comune condanna che ci impone di stare nell’ombra di un sotterraneo, anche quando potremmo risalire in superficie.

La Stampa, 12 novembre 2009

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