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Finanziaria: dichiarazione di voto del capogruppo Pd Dario Franceschini alla Camera sulla fiducia

Signor Presidente, siamo alla fiducia numero ventisette. Siamo davanti ad un altro passo verso un silenzioso svuotamento del sistema parlamentare. La fiducia – l’abbiamo utilizzata anche noi quando eravamo al Governo – non è più un modo per garantire la conversione dei decreti-legge nei tempi previsti, e non è più nemmeno un modo per contrastare l’ostruzionismo delle opposizioni; è diventata il modo ordinario di legiferare: un decreto-legge, un maxiemendamento nel quale si inseriscono tutte le cose che non erano state previste per tempo o che potevano incontrare resistenze nella firma del Presidente della Repubblica, e poi su quel maxiemendamento si mette la fiducia, all’inizio del dibattito, senza problemi di tempo, senza nemmeno più – come abbiamo visto ieri – avvertire l’esigenza di motivarla all’Aula.
Questa volta si è fatto qualche cosa di più, perché l’atteggiamento dell’opposizione (dichiarato pubblicamente e privatamente), e dell’opposizione unita, è stato un atteggiamento assolutamente responsabile proprio per togliere ogni pretesto. Abbiamo ridotto gli emendamenti a 49, sulle questione più essenziali (mai un numero così basso di emendamenti ad una finanziaria) e abbiamo proposto pubblicamente e privatamente al Ministro dei rapporti col Parlamento e al Ministro dell’economia e delle finanze di concludere in tempi certi il percorso, votando negli stessi tempi che comunque sarebbero stati necessari per il voto di fiducia. Siete fuggiti davanti ad un confronto sul merito.
Cosa c’era nelle nostre proposte, così pericolose al punto da non essere discusse e votate in quest’Aula, dove avreste potuto ascoltarle, accoglierle o spingerle in modo trasparente? C’erano misure per affrontare l’emergenza di questo 2009-2010, misure precise. Eccole qui le proposte pericolose del Partito Democratico, che penso quelli che ci guardano da casa abbiano il diritto di conoscere.
Per le famiglie, 3,4 miliardi per aumentare le detrazioni fiscali ai lavoratori dipendenti e pensionati con redditi fino a 55 mila euro, (quelli che faticano ad arrivare alla fine del mese) da corrispondere con la mensilità di aprile: bocciata; 600 milioni per aumentare le detrazioni fiscali per i figli: bocciata.
Per quanto riguarda le misure per le imprese, lo stanziamento di ulteriori 500 milioni per il Fondo di garanzia per il credito alle piccole e medie imprese: bocciata; il rifinanziamento per 500 milioni del credito di imposta per gli investimenti nel sud e del credito d’imposta per la ricerca: bocciata; il rifinanziamento di 200 milioni della detrazione del 55 per cento per la riqualificazione degli edifici (sarebbe stato utile approvarla in corrispondenza del vertice di Copenaghen): bocciata.
Per i comuni, 800 milioni per compensare i comuni per il minor gettito derivante dalla soppressione dell’ICI sulla prima casa, questa grande misura in linea con il federalismo (togliere risorse agli enti locali e non restituirglieli, una concessione, è stato appena detto): bocciata; un miliardo per consentire alle amministrazioni locali di pagare parte dei debiti che le imprese hanno nei loro confronti, perché i comuni sono costretti dal Patto di stabilità a trattenersi soldi delle imprese: bocciata.
Misure per il lavoro: l’estensione della durata della cassa integrazione a centoquattro settimane è bocciata.
Per quanto riguarda l’assegno una tantum per i lavoratori precari che perdono il lavoro, l’estensione dei benefici, l’innalzamento dal 30 al 60 per cento rispetto al reddito percepito nell’anno precedente, naturalmente anche queste proposte sono state bocciate.
E poi non soltanto questo ma vi è anche il tradimento delle promesse e degli annunci fatti come sempre in modo roboante dal Governo e, dopo, il silenzio. In questo testo non è contenuto nella promessa fatta con i titoli dei giornali: l’eliminazione dell’IRAP, non anni fa ma qualche settimana fa. Non c’è la famosa abolizione del bollo auto, l’ultima promessa della campagna elettorale di cui si sono perse le tracce. Non c’è la cedolare secca sui redditi da locazione. Non vi sono risorse per le forze dell’ordine e non c’è nulla per il Mezzogiorno se non ancora l’annuncio della Banca del sud.
Inoltre, penalizzate gli enti locali con una modifica punitiva del sistema di rappresentanza nel luogo più sbagliato, senza ricercare un’intesa, anziché inserirla nel luogo adatto, la Carta delle autonomie. Noi volevamo su questo un confronto parlamentare di merito e voi siete fuggiti.
In un Paese europeo, in una democrazia normale la maggioranza e il Governo ringraziano l’opposizione di fronte ad un atteggiamento costruttivo sulla finanziaria. In un Paese europeo, in una democrazia normale la maggioranza apprezza e ringrazia un’opposizione, come ha fatto il Partito Democratico, che esprime solidarietà senza «se» e senza «ma» al Presidente del Consiglio vittima di un’aggressione. Nella giornata di ieri voi avete risposto alla prima offerta con un voto di fiducia sprezzante anche nei modi e con un intervento inutilmente rancoroso e violento del capogruppo del Popolo della Libertà (Applausi dei deputati dei gruppi Partito Democratico e Italia dei Valori).
Noi insisteremo su questa linea responsabile perché non ci rassegniamo all’idea che anche l’Italia possa essere un Paese in cui il rispetto per gli avversari non è ostacolo alla limpida durezza dello scontro politico. Non ci rassegniamo all’idea che il Parlamento possa restare il luogo del confronto e per questo siamo anche pronti a discutere per oggi e per la prossima legislatura della modifica dei Regolamenti parlamentari. Non ci rassegniamo all’idea che anche l’Italia possa essere un Paese in cui la maggioranza non dimentica che per la nostra democrazia, per la nostra Costituzione, il Parlamento non è la sede in cui si ratificano le scelte del Governo ma è il Governo ad essere espressione della sovranità del Parlamento che non può essere toccata (Applausi dei deputati del gruppo Partito Democratico).
Ieri, il Presidente Fini ha correttamente ricordato – lo ringraziamo – che l’opposizione è stata un’opposizione non ostruzionistica né in Commissione né in Aula e che avrebbe reso possibile l’approvazione della legge finanziaria negli stessi tempi necessari per il voto di fiducia. E ha definito deprecabile la scelta del Governo. È stato un richiamo giusto, di verità, da Presidente della Camera per il suo ruolo istituzionale. Ma noi non possiamo neanche dimenticare che il Presidente Fini è anche un leader del Popolo della Libertà e, quindi, le sue parole qui pronunciate, in particolare quando ha detto che questa decisione è «attinente esclusivamente a ragioni di carattere politico rientranti non già nel rapporto tra Governo e opposizione ma unicamente all’interno del rapporto tra la maggioranza e il Governo», queste parole rivelano in modo formale e definitivo che le tensioni e le fibrillazioni dentro il Popolo della Libertà e la maggioranza sono divenute qualcosa di più profondo, di non più recuperabile che non si può nascondere.
Gli italiani, Ministro Tremonti, vi hanno votato per governare, per risolvere i loro problemi e per farlo vi hanno consegnato una maggioranza fortissima e inedita. Da mesi quella maggioranza è fragile e divisa. È incapace di affrontare le riforme profonde che servono al Paese. È incapace di affrontare i confronti parlamentari, è incapace di stabilire le priorità della propria azione e timorosa di se stessa, pronta soltanto ad usare i voti di fiducia come colla per tenere insieme i vari pezzi.
Quando la malattia diventa così grave, non bastano più né le parole, né gli incontri di circostanza, né il vento dell’emotività, che se ne va con la stessa velocità con il quale arriva, e non bastano nemmeno le minacce di elezioni anticipate, che spaventano soprattutto chi le lancia.
La giornata di ieri ha segnato un altro passo verso una crisi non dichiarata, ma sta arrivando il tempo della chiarezza. Lo chiede un Paese che è stanco di annunci, che è stanco di liti e il giorno dopo di paci ipocrite nella maggioranza. Lo chiedono le persone che nel tempo della crisi non ce la fanno più a vivere dignitosamente e vorrebbero semplici risposte ai loro problemi di ogni giorno. Il Partito Democratico, in quest’aula e fuori da quest’aula, sarà la loro voce (Applausi dei deputati del gruppo Partito Democratico – Congratulazioni).

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