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"Il senso di impunità che non può vincere ", di Marco Vitale

La corruzione è riesplosa nelle sue forme più sofisticate nell’inchiesta di Firenze e nelle sue forme più antiche e artigianali nell’inchiesta relativa alle mazzette del presidente della Commissione urbanistica del Comune di Milano. Si sono, in questi giorni, sentiti molti distinguo tra chi rubava per i partiti: chi ruba per sé, chi ruba per altri motivi. Queste differenziazioni non valgono un fico secco. Non contano i motivi per cui si ruba. Conta che si ruba. Cioè che decisioni che dovrebbero essere assunte «in modo che siano assicurati il buon andamento e l’imparzialità dell’amministrazione» (articolo 97 della Costituzione) vengono invece assunte in modo improprio, per scopi impropri, violando il principio di efficienza ed efficacia (buon andamento) e il principio di imparzialità. Ciò genera danni gravi al Paese, materiali e immateriali. Quelli materiali sono evidenti ma anche quelli immateriali sono gravissimi: spengono, umiliano, distruggono ogni voglia di ben fare. È vincente la selezione dei peggiori. La frase che corre sulla bocca di tutti, in questi giorni, è terribile: «Sono tutti così». Non è vero (nella stessa Protezione civile esistono molte persone dedicate e molto per bene), ma che la maggioranza dei cittadini lo pensi è, di per sé, distruttivo.

Sono cose che abbiamo già scritto negli anni Novanta ai tempi di Tangentopoli e la tentazione di alzare le mani in segno di resa è molto alta. Ma è un lusso che non possiamo permetterci. Ho letto una bella e triste intervista di un valoroso magistrato che diceva: contro la corruzione non c’è niente da fare, neanche sanzioni più severe servono. È comprensibile ma non accettabile. Che la corruzione ci sia sempre stata e sempre ci sarà è pacifico e dimostrato dalla storia. Essa non può essere miracolosamente estirpata dalla faccia della terra, come qualcuno si era illuso ai tempi dell’euforia di Tangentopoli. Ma può essere combattuta e contenuta entro limiti sopportabili. Questi limiti sono stati una volta di più superati, con grave pericolo per la civile convivenza, la democrazia, il buon funzionamento dell’economia.

Altri popoli hanno conosciuto periodi di corruzione molto forte (come l’Inghilterra di fine Ottocento; gli Stati Uniti nel primo decennio del Novecento; la Germania negli anni Venti del Novecento) e li hanno superati attraverso un’azione politica e civile incisiva (Inghilterra e Stati Uniti) o attraverso il disastro del nazismo come la Germania.

Se a seguito di Tangentopoli la politica avesse preso tutte le misure correttive necessarie (non solo penali ma anche amministrative e organizzative) che da più fonti furono allora suggerite, anziché bloccare e congelare ogni cosa (e fu in gran parte la sinistra a realizzare questo blocco); se si fosse fatta seriamente una politica di delegificazione e di depenalizzazione; se non si fosse, negli anni più recenti, alimentata un’atmosfera da paese di bengodi dove gli uomini del fare potevano fare quello che volevano purché gradito al Signore facendo crescere un intero ceto politico e imprenditoriale dominato da un senso assoluto di impunità; se non si fosse fatto capire che, attraverso condoni, amnistie moderate, prescrizioni quasi assicurate a tutti (a qualcuno con leggi ad personam; ai peones con l’inefficienza della amministrazione giudiziaria); se non si fosse denigrata sistematicamente la magistratura; se i partiti avessero svolto, con qualche decenza, l’unico compito che loro realmente compete, che è quello di selezionare la classe dirigente e di tenere lontano dalla casa comune i mascalzoni, i nullafacenti, i nani e le ballerine; se si fosse combattuto sul piano politico e fossero stati smascherati i patti occulti tra sette varie che tengono in pugno città come Milano; allora, anche da noi, la corruzione potrebbe essere frenata e l’Italia e Milano potrebbero guadagnare qualche casella nelle statistiche impietose di Transparency International che, oggi, ci inchiodano dopo il Sud Africa, la Corea del Sud, Taiwan.

Si è tentati di dire, come ha scritto Umberto Ambrosoli: la responsabilità è di tutti. In parte è vero ma ci sono ben diversi gradi di responsabilità. Se la responsabilità è indistintamente di tutti allora non è di nessuno. È però vero che per correggere questa grave emergenza la responsabilità è di tutti. Non possiamo chiamare la Protezione civile. Le categorie imprenditoriali devono prendere posizione precisa nei confronti dei loro associati non dissimile da quella che le associazioni imprenditoriali siciliane hanno assunto nei confronti di loro associati collusi con la mafia e con il pizzo. Come è possibile che nella delicatissima posizione di presidente della commissione urbanistica venga designata una persona di tal fatta? Chi lo ha selezionato e ce lo ha messo? Che mestiere faceva questo signore? Come si guadagnava da vivere? Da questo tipo di domande dobbiamo ripartire. Anche questa maggiore attenzione a chi si elegge è necessaria, accanto alle altre misure accennate. Dopo che è ormai dimostrato che i partiti selezionano male, sono i cittadini e le loro associazioni che devono inventare metodi e strumenti nuovi per selezionare e monitorare chi eleggono alle cariche pubbliche. Tutto ciò è essenziale, perché non esiste la minima possibilità di uscire dalla crisi in cui ci troviamo con il livello di corruzione diffusa nella quale stiamo affondando.
Il Corriere della Sera 19.02.10

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