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"Una costituzione per il web", di Stefano Rodotà

Il destino di libertà e diritti appare sempre più dipendente dal filo tenace che li lega a Internet, al mondo digitale e alle novità continue che esso propone, agli interessi che lì si manifestano, ai conflitti di potere che lì assumono dimensioni e senso davvero inediti. Si mescolano tecnologie della libertà e tecnologie del controllo, la frammentazione individualistica si accompagna con la creazione di nuovi legami sociali. La stessa distinzione tra mio e tuo sembra cedere alla condivisione di tutto quel che è accessibile in rete, e mette così in discussione i tradizionali fondamenti di una proprietà che a più d´uno sembra di nuovo un “furto”, poiché la conoscenza si presenta come autonoma dal suo autore e assume le sembianze di un bene comune.
In questo mondo nuovo, in cui la meraviglia si mescola all´inquietudine, vacillano i riferimenti consueti e si pongono interrogativi radicali, che riguardano gli assetti complessivi delle nostre società. Quali poteri governano davvero il mondo e quale significato sta assumendo quella entità sbrigativamente definita come «il popolo della rete»? Molti sono i modi di entrare in queste realtà, e vale la pena di segnalarne qualcuno.
La morte della privacy è stata annunciata più volte. «La sola privacy che voi avete è nella vostra testa: e forse nemmeno lì» (così nel film Nemico pubblico, 1998). «Voi avete zero privacy: rassegnatevi» (Scott McNealy, amministratore delegato di Sun Microsystems, 1999). «Può la privacy sopravvivere nell´età del terrore?» (copertina di Business Week, novembre 2001). «La privacy? È una preoccupazione del vecchio mondo» (così, all´unisono, il profeta di Facebook, Marc Zuckerberg, e quello di Twitter, Evan Williams, 2010).
Malgrado questo stillicidio di annunci tanto perentori, la tutela dei dati personali, dunque del nostro «corpo elettronico», viene considerata come un diritto fondamentale della persona dal Trattato di Lisbona e dalla Carta dei diritti fondamentali dell´Unione europea, entrati in vigore il 1° dicembre dell´anno scorso. Siamo di fronte ad una logica costituzionale invecchiata, ad un pensiero giuridico che si balocca con illusioni del passato? Guardiamo, allora, ad uno dei fatti più clamorosi degli ultimi tempi, il rifiuto di Google di accettare la censura imposta dal governo cinese, che ha provocato un duro intervento di Hillary Clinton a difesa della libertà di espressione e della privacy di chi naviga su Internet. Così, non soltanto viene smentita la tesi dell´irrilevanza della privacy, ma il rapporto all´interno del cosiddetto G2, tra le due massime potenze, viene incrinato da un conflitto che ha le sue radici in due opposte visioni delle libertà delle persone.
Di colpo, sulla scena del mondo, i diritti fondamentali, sempre sacrificati agli imperativi della geopolitica e delle relazioni economiche, si presentano come un riferimento che non può essere spazzato via dal prevalere del realismo politico o dalle spocchiose dichiarazioni dei tecnologi. E tutto questo avviene non solo per un sussulto di consapevolezza del significato profondo dei diritti, ma per ragioni legate proprio alla specificità di Internet. Hillary Clinton era ben consapevole di che cosa significhi oggi incontrare il popolo della rete, diffuso al di là di ogni confine. A questa opinione pubblica mondiale, gelosa delle opportunità che la tecnologia continuamente le offre, ha presentato gli Stati Uniti come il campione di una libertà non più soltanto «americana» o «occidentale» (e per ciò sempre accompagnata dal sospetto di una pretesa egemonica di una cultura sulle altre), ma che è percepita come universale per il solo fatto che così la vivono ormai due miliardi di persone. Nel tempo della (presunta) fine delle ideologie e del tramonto di ogni grande «narrazione», proprio i diritti fondamentali si palesano come una narrazione capace di rivelare la radice comune della protesta degli studenti iraniani, del rifiuto della censura degli utenti cinesi di Internet, della lotta delle donne africane contro le sopraffazioni.
Ma, con il suo intervento, Hillary Clinton ha messo a nudo anche i reali rapporti di potere che innervano il mondo di oggi. Google non è soltanto una delle strapotenti società multinazionali. È un potere a sé, superiore a quello di un´infinità di stati nazionali, con i quali negozia appunto da potenza a potenza. Per ciò ha bisogno di una legittimazione forte, sostanzialmente politica, che ha ottenuto proprio con il colpo di teatro del conflitto con la Cina, che la presenta al mondo come il campione dei diritti civili nei territori ai quali appartiene il futuro. Ma questa legittimazione forte non può essere lasciata a un soggetto economico, essere «privatizzata». Ecco, allora, che la parola del Segretario di Stato americano suona anche come la rivendicazione pubblica di un ruolo che la politica non può dismettere.
Nella natura di Google, infatti, non vi è soltanto l´elemento libertario che ha giustamente entusiasmato Timothy Garton Ash. Google è anche componente essenziale di quello che è stato giustamente definito «Big Data», con un palese richiamo a quel «Big Farma» con il quale si è voluto descrivere lo strapotere delle società farmaceutiche. Possono questi poteri rimanere del tutto fuori d´ogni controllo?
Questo interrogativo ha sempre inquietato il popolo della rete, che in ogni regola ha per lungo tempo visto un attentato alla sua libertà. Lo aveva proclamato orgogliosamente, nel 1998, la Dichiarazione d´Indipendenza del cyberspazio di John Perry Barlow: «Governi del mondo industriale, stanchi giganti di sangue e acciaio, non avete sovranità sul luogo dove ci riuniamo». Proprio la forza dei fatti ha smentito quella previsione. Sono i governi nazionali che insidiano Internet e la sua libertà, e dunque è venuto il tempo non di regole costrittive, ma dell´opposto, di garanzie costituzionali per le libertà in rete, di un Internet Bill of Rights. Hillary Clinton ha annunciato una iniziativa all´Onu proprio sulla libertà su Internet. Questa libertà, tuttavia, non vale solo contro l´invadenza degli Stati, ma si proietta anche verso i nuovi «signori dell´informazione» che, attraverso le gigantesche raccolte di dati, governano le nostre vite. Di fronte a tutto questo la parola «privacy» evoca non solo un bisogno d´intimità, ma sintetizza le libertà che ci appartengono nel mondo nuovo dove viviamo. E Google ci racconta questa compresenza di opportunità per la libertà e di potere sovrano senza controllo. Non un Giano bifronte, però, ma un intreccio che può essere sciolto solo da una iniziativa «costituzionale» che trovi proprio nella rete le sue modalità di costruzione.
In questo processo l´Unione europea può giocare un ruolo rilevante. Perché nella Carta dei diritti fondamentali ha precocemente colto la dimensione della libertà in rete attraverso il riconoscimento della protezione dei dati personali come autonomo diritto fondamentale. Ma soprattutto perché dovrebbe convincersi che può esercitare leadership politica proprio muovendo dal fatto che essa costituisce oggi la regione del mondo dov´è più elevata la garanzia dei diritti fondamentali. Con malinconia, invece, bisogna registrare l´uscita di scena dell´Italia, che pure per prima, quattro anni fa, aveva imboccato la strada ora indicata da Hillary Clinton, firmando documenti comuni con altri Stati e iscrivendo nell´agenda mondiale l´Internet Bill of Rights. Oggi da governo e maggioranza arrivano solo proposte censorie, che ci isolano e ci trascinano verso le logiche dei paesi autoritari.
La Repubblica 19.02.10

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