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"Paperoni d'Italia più ricchi dopo la crisi", di Mara Monti

La crisi sembra ormai alle spalle. Almeno per i più ricchi, quelli appartenenti alla categoria degli High net worth individual, coloro che possono contare su patrimoni superiori ai 500 mila euro investiti in attività finanziarie (depositi e liquidità, titoli obbligazionari, azioni quotate, fondi comuni, polizze vita e fondi pensioni) ad esclusione degli immobili: in un anno, la ricchezza delle 640mila famiglie appartenenti al campione è salita del 19%, raggiungendo circa 882 miliardi di euro potendo contare su un portafoglio medio di 1,38 milioni di euro. Il livello è superiore a quello raggiunto prima della crisi finanziaria del 2007 quando erano stati toccati 829 miliardi di euro.
Dai risultati dell’Osservatorio permanente sulla gestione del risparmio delle famiglie europee, curato da PricewaterhouseCoopers (PwC) e dall’università di Parma emerge come i “Paperoni” italiani, per rimanere tali, hanno potuto contare sul buon andamento delle Borse, con un effetto performance del 7,3% e sullo scudo fiscale con 85 miliardi di euro rimpatriati (il 60% circa provenienti dalla Svizzera), la metà al momento parcheggiati in liquidità. Un trend destinato a confermarsi anche quest’anno, con la ricchezza dei “Paperoni” stimata in crescita del 5,3% (circa 48 miliardi), solo in parte riconducibile allo scudo fiscale (10 miliardi).
Più in generale, la ricchezza delle famiglie italiane è fortemente legata al patrimonio immobiliare, salito in un anno del 4,5% raggiungendo così il massimo storico di 9.480 miliardi di euro, in recupero dal declino registrato nel 2008. La crescita va di pari passo con l’aumento del debito delle famiglie che secondo gli ultimi dati della Banca d’Italia sfiorano 500 miliardi di euro, saliti in un anno del 5,4 per cento. Pesano i prestiti per l’acquisto dell’abitazione, arrivati a superare 282 miliardi (erano 264 miliardi nel 2009), mentre per il credito al consumo i debiti delle famiglie toccano 57 miliardi dai 54 miliardi del gennaio 2009.
Se crescono gli acquisti di immobili, cala del 5 per cento il peso delle attività finanziarie nel portafoglio delle famiglie italiane, passate dal 42% del 2003 al 37% del 2009, attestandosi a 3.480 miliardi di euro – tornando ai livelli del 2005 – suddivisa nel 27% in prodotti di risparmio gestito e nel 73% in risparmio amministrato e circolante.
La ricerca della PwC e dell’università di Parma ha messo in evidenza come in Italia gli investimenti diversi dalle azioni rappresentino circa il 20% del totale delle attività finanziare, un peso superiore rispetto a quello di altri paesi (negli Usa è l’8 per cento, in Gran Bretagna l’1 per cento, in Germania il 7 per cento), confermando la bassa propensione al rischio delle famiglie italiane, ancora inclini ad investire in titoli di Stato nonostante gli scarsi rendimenti. L’Italia batte gli altri paesi anche quando confronta la ricchezza finanziaria al Pil che si attesta al 294%, contro il 252% della Francia, il 235% della Germania e il 197% della Spagna.
Il trend negativo dei fondi comuni non ha aiutato a sostenere la ricchezza delle famiglie che tra fondi, gestioni e assicurazioni valgono 1.466 miliardi di euro, con prodotti sottoscritti per circa il 35% alla clientela istituzionale e per il 65% alle famiglie. Ad aiutare il settore saranno gli impieghi attesi dal rientro delle attività finanziarie con lo scudo fiscale che si prevede verranno veicolati verso prodotti di risparmio gestito.
«La crisi finanziaria senza precedenti ha evidenziato alcune aree di miglioramento nel sistema bancario – ha commentato Giacomo Neri, Partner PwC – tuttavia il settore della gestione del risparmio ha dimostrato di essere considerevolmente più robusto. I cambiamenti nella normativa e i mutamenti delle preferenze degli investitori apriranno una gamma di opportunità e di minacce che nessun operatore di asset management potrà permettersi di ignorare».
Il Sole 24 Ore 09.03.10

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1 Comment on ""Paperoni d'Italia più ricchi dopo la crisi", di Mara Monti"

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Marco Grasso
Ospite

E’ vergognoso che chi governa il paese non prenda nemmeno in considerazione che bisognerebbe tassare le rendite finanziarie almeno quanto la percentuale della più misera della busta paga.

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