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"Quando vince l'irrazionale", di Umberto Galimberti

Il consenso dovrebbe fondarsi sull´argomentazione la competenza, il dubbio e il dialogo. Se invece dipende dalla fascinazione della parola e della retorica, allora diventa acritico e incondizionato. Amore e odio sono sentimenti, e come tali appartengono alla dimensione pre-razionale e non di rado irrazionale dell´uomo. Prima di giungere all´età della ragione i bambini amano e odiano e, dopo aver raggiunto l´età della ragione, capita a ciascuno di noi di amare e di odiare senza un valido sostegno della ragione, che a quel punto risulta offuscata e impotente a governare pensieri e condotte.
Platone, per inaugurare la democrazia nella sua città ideale, riteneva che dovessero essere allontanati retori e sofisti, perché costoro, per ottenere consenso, ricorrevano non a solidi argomenti, ma alla mozione degli affetti e alla cattura dell´anima attraverso la fascinazione della parola. Lo dice con chiarezza il sofista Gorgia: «I divini incantesimi compiuti con le parole possiedono una potenza che blandisce l´anima, persuadendola e trascinandola con il loro fascino» (Elogio di Elena § 14). E Platone, consapevole di questo rischio, ammonisce il giovane che entra nella vita pubblica con queste parole: «Salirai la torre più elevata per il sentiero della Giustizia (Dike) o della Seduzione ingannevole (Apate) perché lì ti perda e passi la tua vita?» (Repubblica, 365 b).
A differenza della ragione, i sentimenti di amore e di odio, suscitati dalla fascinazione della parola e dal suo potere seduttivo, non ospitano l´argomentazione, il dubbio, la critica, il dialogo, la mediazione, che sono figure essenziali della buona politica, ma, in modo acritico, aderiscono incondizionatamente a chi è stato in grado di provocarli e di far leva su di loro per ottenere un consenso che, proprio perché è acritico, è incondizionato. I ragionamenti non servono, come non servono le prove dell´esistenza di Dio a chi non crede, o le prove della sua inesistenza a chi crede. Basta la parola, la parola persuasiva pronunciata da chi ha carisma.
In politica le figure carismatiche conoscono il potere della parola e la sua efficacia persuasiva, che è tale perché non ha bisogno di interloquire con le figure della ragione, essendo in presa diretta con lo scatenamento delle passioni, la cui adesione al dettato ipnotico della parola carismatica è incondizionato.
Quando si affida a personalità carismatiche, la politica è già scesa di livello, perché produce consenso o dissenso non su base razionale, ma su base emotiva. E quanti non hanno una sufficiente conoscenza dei fatti, o abbastanza dimestichezza con le questioni di cui si discute, diventano sensibili ai fattori emozionali che il potere carismatico sfrutta, quando addirittura non alimenta con l´incuria, ad esempio, per i percorsi formativi, di cui la scuola e non la televisione dovrebbe essere il luogo e l´ambiente.
Un potere che si regge su basi emotive è un potere che regredisce alla logica primitiva dell´amico/nemico, da cui la cultura occidentale ha cercato di emanciparsi proprio attraverso la politica, intesa come gestione razionale di interessi contrastanti e non come tifoseria da stadio, dove l´amore per la propria squadra e l´odio per l´avversario sono impermeabili a qualsiasi giudizio critico.
Se la democrazia funziona per argomenti, competenze, scelte ponderate, obiezioni critiche, un potere che si regge su basi emotive è molto pericoloso, perché ha già oltrepassato la linea di demarcazione della democrazia. Prima di questa linea, a un livello di primitivismo antropologico, ci sono i carismi, le fascinazioni, le seduzioni, i plagi, ci sono le adorazioni, gli odi e gli amori. Ed è una vera oscenità che anche la parola “amore”, su cui si regge la vicenda umana, debba essere anch´essa strumentalizzata per fini politici.
La Repubblica 25.03.10

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