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«Perché Berlusconi è da studiare a scuola», di Sergio Luzzatto

I nuovi programmi alle superiori.

Fra le cose che più stanno facendo discutere della bozza di riforma Gelmini dei licei, sono i programmi di storia: soprattutto per quanto attiene alla storia del Novecento. Secondo le Indicazioni nazionali consultabili sul sito del ministero (nuovilicei.indire.it), la didattica di storia dell’ultimo anno sarà interamente occupata dal XX secolo, «dall’analisi delle premesse della Prima guerra mondiale fino ai nostri giorni».

A dire il vero, si tratta di un battage comunicativo più che di una vera riforma dell’esistente. In effetti, da oltre un decennio l’insegnamento del quinto anno di liceo è centrato sulla storia del Novecento: fin da quando – negli anni Novanta – il ministro Luigi Berlinguer dispose in tal senso, per rimediare a una pratica didattica che tendeva a indugiare sull’Ottocento e tutt’al più sulla prima metà del Novecento, penalizzando la storia post 1945. Oggi, la bozza di riforma Gelmini ribadisce lo spirito della riforma Berlinguer.

A prescindere dagli effetti-annuncio e dalle schermaglie sulla primogenitura, si tratta di un’indicazione condivisibile. Non c’è alcun buon motivo né culturale né politico, né logico né metodologico, perché i ragazzi superino l’esame di maturità senza avere studiato almeno un poco certe faccende che li riguardano da vicino, da molto vicino: il processo d’integrazione dell’Europa, il ruolo della superpotenza Usa dopo la fine della guerra fredda, la rinascita della Cina e dell’India come potenze mondiali; o anche – più da vicino ancora – la cosiddetta Tangentopoli, e la crisi della prima Repubblica italiana.
L’obiezione dei critici investe la possibilità d’insegnare con il necessario distacco una serie di eventi storici i quali, per l’appunto, ci riguardano forse troppo da vicino. Non si rischia così di confondere due esperienze che devono rimanere nettamente distinte, lo studio del passato con il vissuto del presente? Insomma, non si rischia di cadere nella famigerata tentazione di “far politica a scuola”?

È del tutto evidente che insegnare la storia contemporanea non può e non deve diventare, per i professori di liceo, un’occasione (o un pretesto) per orientare politicamente il giudizio degli studenti. E tanto più in quanto durante il quinto anno la maggior parte dei ragazzi diventano maggiorenni: cittadini a pieno titolo, e potenziali elettori. Nondimeno, vale la pena di chiedersi se l’insegnamento della storia contemporanea possa e debba prescindere da un discorso anche esplicito intorno ai rapporti fra il nostro passato e il nostro presente.
Facciamo un unico esempio, scegliendo – volutamente – il caso più controverso: come sarebbe mai possibile, per un insegnante di liceo, rispettare le Indicazioni nazionali sul “nucleo tematico” dei programmi relativo a «la formazione e le tappe dell’Italia repubblicana», senza neppure nominare un personaggio storico chiamato Silvio Berlusconi?

In un libretto fresco di stampa, Berlusconi passato alla storia (Donzelli editore), l’autorevolissimo professore universitario Antonio Gibelli ha messo a fuoco proprio questo: i modi e le ragioni per cui il ventennio seguìto alla fine della prima Repubblica passerà alla storia d’Italia come “l’età berlusconiana”. Certo, si tratta di un’età che gli storici devono ancora indagare con gli strumenti più propri della loro disciplina. Potranno farlo soltanto fra molti anni, anzi fra decenni: quando il materiale su cui costruiscono le loro interpretazioni – le carte d’archivio – sarà uscito dalle “stanze dei bottoni” per approdare sopra gli scaffali dell’Archivio centrale dello stato, a Roma, o in altri depositi documentari. Ma fin d’ora, grazie a libri come quello di Gibelli (o un altro recentemente pubblicato da Donzelli, l’Autobiografia di una Repubblica di Guido Crainz), gli autori di manuali scolastici di storia dispongono di buone guide per scrivere un capitolo serio su “l’età berlusconiana”.

Non dobbiamo avere paura del tardo Novecento. Dobbiamo avere paura del contrario: del danno arrecato alla personalità dei nostri figli dall’ignoranza in cui versano sulla loro storia recente ancor più che su quella remota. Oggi, i ragazzi che entrano all’università sanno qualcosina su Giovanni Giolitti, e sanno qualcosa su Primo Levi; non sanno nulla su Palmiro Togliatti o su Piero Calamandrei, e nulla di nulla su Aldo Moro o su Oriana Fallaci. Che aspettiamo a insegnarglielo?

da www.ilsole24ore.com del 27.3.2010

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