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«All'università senza Lingua e letteratura», di Francesco Erbani

Rischiano di sparire i dipartimenti specifici dove studiare Petrarca o Montale. Santagata: “Tutti razionalizzano ma in nessun paese d’Europa succede una cosa così”

SI CHIAMERANNO dipartimenti di Lettere antiche e moderne. Oppure di Filologia. Oppure si inventeranno altre denominazioni e forse si scatenerà la fantasia: rischiano comunque di sparire dalle università i dipartimenti integralmente dedicati alla lingua italiana e alla sua letteratura. Potrebbe essere solo una faccenda nominale, ma secondo molti docenti di italianistica, soprattutto degli atenei più grandi, c’è anche sostanza. Ed è per questo che lanciano un allarme: non è possibile, denunciano, che mentre si avvicinano i centocinquant’anni dall’Unità l’accademia spinga in un angolo gli insegnamenti che più rappresentano il patrimonio condiviso degli italiani. Cioè la loro lingua e la loro letteratura.

Dice Marco Santagata, studioso di Petrarca e autore di Il filo rosso, uno dei più fortunati manuali per i licei, professore alla Statale di Pisa: «Molti rettori e molti senati accademici stanno anticipando alcune delle norme contenute nella riforma Gelmini, che è ancora in discussione in commissione Cultura al Senato. Fra queste, una prevede che per formare un dipartimento ci vogliono fra le quaranta e le cinquanta cattedre. Si tratta di una misura condivisibile. Dovrebbe evitare sprechi, impedendo che ci siano dipartimenti finti con solo quattro insegnamenti. Ma va attuata con buonsenso. Per noi sarebbe un disastro: gli storici della letteratura o della lingua italiana per costituire un dipartimento devono allearsi con altre discipline. Sta già avvenendo. E la conseguenza è che spariscono i dipartimenti con un riferimento diretto alla nostra lingua e alla nostra letteratura».

Si fa dunque un gran parlare di difesa della lingua italiana dall’assalto, vero o presunto, di altri idiomi. Ma poi un ragazzo che si iscrive al primo anno di Lettere e vuole studiare Petrarca, Manzoni o Montale farebbe fatica a trovare un dipartimento specifico. Da qualche parte gli italianisti si alleeranno con i classicisti. Da qualche altra con gli storici dell’arte. La corsa agli accorpamenti è partita. «Non accade in nessun altro paese d’Europa», incalza Santagata. «Ovunque si sta razionalizzando, ma né in Francia né in Spagna né in Gran Bretagna si sognano lontanamente di togliere rilievo, anche soltanto simbolico, alla lingua nazionale e al suo insegnamento».

Eppure siamo alla vigilia del centocinquantesimo anniversario dell’Unità e già si odono gli squilli di retorica sull’italiano bistrattato e offeso. Concretamente, questa la denuncia, lo studio dell’italiano è minacciato. «I dipartimenti sono luoghi di ricerca, non possono essere trattati con una logica statistica o burocratica, senza attenzione al ruolo di promozione culturale che svolgono», insiste Santagata. Alle cui preoccupazioni si aggiungono, dalla Sapienza di Roma, quelle di Amedeo Quondam: «Molti di noi approdati all’università fra gli anni Settanta e Ottanta andranno in pensione nel giro di poco tempo. Se la media nazionale, che comprende tutte le discipline, si aggira sul trenta per cento, fra noi italianisti si arriva al cinquanta». Giungeranno forze fresche, saliranno in cattedra giovani ricercatori… «Neanche per idea. Per cinque insegnanti che se ne vanno, ne entrano, in media, al massimo uno o due». «Sono trent’anni che insegno», conferma dalla Federico II di Napoli Matteo Palumbo, «ma in questo periodo sono stati messi a concorso appena quattro posti di ricercatore. I nostri migliori studenti trovano più facilmente posto nelle università straniere che non da noi. Se si va avanti così, l’italianistica diventerà davvero marginale. E una facoltà di Lettere con l’italianistica marginale è molto più debole».

Alla Sapienza di Roma nascerà un dipartimento con gli italianisti e i professori di latino e di greco. Più o meno la stessa situazione a Bologna. Ma qui, racconta Andrea Battistini, la scelta è di natura logistica. Logistica? Che vuol dire? «Potevamo accorparci con lingue straniere oppure con il gruppo di storia delle idee. Ci uniremo con i filologi classici perché sono al piano di sopra, loro al settimo, noi al sesto». Un modo in più per spendere meno, si potrebbe sottolineare seguendo una pura logica ragionieristica. «I risparmi arriveranno solo a lungo termine, quando con i pensionamenti e il blocco delle assunzioni si potrà ridurre il personale: ma mi domando perché non si sia proceduto all’abolizione delle facoltà, come previsto dalla riforma del 1980. In questo modo avremmo risparmiato per davvero».

Ma è lo stesso Battistini a riportare la questione nei termini più propri: «Siamo di fronte a un ridimensionamento effettivo del ruolo che ha l’insegnamento della letteratura italiana. È la conseguenza folle di un principio giusto, ma l’italianistica definisce uno dei profili essenziali della cultura italiana. Eppure qui a Bologna è da alcuni anni che la letteratura italiana è stata abolita nella facoltà di Scienza della formazione, quella che un tempo si chiamava Pedagogia: ci si può laureare in questa disciplina senza aver sostenuto un solo esame in quella materia». «È mai possibile», domanda amaramente Santagata, «che uno studente polacco laureato al prestigioso dipartimento di italianistica di Varsavia, che ora compie trent’anni, venga in Italia per perfezionarsi e non trova quel che aveva nel suo paese?».

da www.repubblica.it

1 Commento

  1. La Redazione dice

    Da Repubblica

    Sono docenti a tutti gli effetti, ma invisibili e “non strutturati”. Con i tagli l’unica alternativa che avranno sarà insegnare gratis
    Università, precari della cattedra a centinaia resteranno a spasso
    di LAURA MONTANARI

    Università, precari della cattedra a centinaia resteranno a spasso
    Centinaia di docenti a contratto resteranno senza un corso o saranno “costretti” a insegnare gratis. Alcuni del resto già lo fanno. Sono i precari della cattedra, quelli che da anni vengono spremuti dalle università italiane, tenuti a far lezione anche a cento o duecento allievi per volta, quelli che fanno ricevimento studenti, seguono le tesi, assistono agli esami, danno i voti. Docenti a tutti gli effetti eppure invisibili, “non strutturati”: i loro nomi non si trovano né fra i ricercatori, né fra gli associati, né fra gli ordinari. Non hanno alcuna rappresentanza nelle facoltà, né negli organi di governo delle università. Sono esterni, cattedre low cost, in genere freschi di studio, aggiornati e qualificati. Molti hanno già avuto assegni di ricerca e borse di studio e vengono “parcheggiati” nella docenza più precaria che esista perché in questo modo le accademie possono continuare ad assicurare corsi a costo zero o a compensi irrisori. Dal loro canto, alcuni accettano lo stesso questi contratti capestro per proseguire il lavoro nel mondo accademico e sperando che prima o poi le università riaprano il reclutamento. Il fatto è che sono tanti, anzi tantissimi se in questa categoria di precari si includono anche assegnisti e contrattisti “costretti” pure loro a insegnare gratis. L’ultima rilevazione statistica del ministero è del 2008 e ne contava circa 38mila.

    Per anni gli atenei hanno pescato da questo serbatoio per creare nuovi corsi e ampliare l’offerta formativa. Di recente è entrata in vigore una norma che impone che i corsi di laurea debbano essere tenuti almeno per il 50% da docenti strutturati (cioè ordinari, associati o ricercatori). Con la stretta finanziaria del governo sulle risorse alle università, i docenti a contratto sono i primi “esuberi” ad essere tagliati. Siccome però gli insegnamenti che coprono sono numerosi, gli atenei trovano una via di fuga offrendo la docenza gratuita oppure offrendo compensi risicati e diversi da ateneo ad ateneo, o da facoltà a facoltà: da zero a mille o duemila euro l’anno.

    “Per uno che rifiuta c’è la fila comunque fuori dalla porta” racconta un professore dell’università la Sapienza. E’ così che con la crisi finanziaria, avanza questa figura atipica, questa specie di “volontariato” della cattedra. “Anche in passato c’erano università che ci proponevano corsi a stipendio zero”, spiega un ricercatore dell’università di Firenze.

    Il fenomeno è in ulteriore crescita. A Pisa è partita la campagna “Gratis io non lavoro” che è un invito a rifiutare di tenere insegnamenti senza ricevere in cambio alcun compenso. Ma corsi non retribuiti si incontrano in diverse università: Napoli, Palermo, Siena, Cassino, Pisa, Firenze, Roma. “Siamo noi il vero tesoretto degli atenei – spiega Ilaria Agostini, del Coordinamento nazionale ricercatori precari della Cgil – negli ultimi sei anni io ho firmato 15 contratti con le università di Perugia, Ginevra e Firenze. Quest’anno ho detto basta, non ci sto: Firenze mi ha chiesto di salire in cattedra gratuitamente, prima mi pagavano tre euro lorde l’ora adesso zero, non è nemmeno un contratto di lavoro è una carta dove ci sono soltanto doveri e un unico diritto, quello di avere una casella di posta elettronica targata unifi”.

    Non tutti rifiutano: “Io ho accettato – spiega Stefano Follesa, che tiene un corso di Arredamento per 120 allievi all’università di Firenze – ho una borsa di dottorato, faccio ricerca, insegno retribuito in un istituto privato. Certo che non è giusto che le università ci chiedano di insegnare gratis, ma per poter modificare questo sistema bisogna viverci dentro e lottare per cambiare le regole”.

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