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«Quel potere del mondo produttivo che rischia di svendere l'università», di Dario Antiseri

L’istituzione dell’abilitazione scientifica nazionale – prevista nel Disegno Di Legge per la riforma dell’Università (Titolo III, art. 8) – appare come la migliore proposta, tra quelle già sperimentate e tra le altre immaginate, per il reclutamento dei professori universitari. Le commissioni giudicatrici attestano l’idoneità scientifica, nei diversi settori scientifico-disciplinari, dei candidati; e successivamente le Università scelgono fra gli «abilitati» coloro che vengono giudicati più adatti per i progetti di ricerca in corso e quelli in programma per il futuro e più idonei per una qualificata didattica. Fondamentale, poi, per l’intera architettura del progetto di riforma, è «l’introduzione di un sistema di valutazione periodica da parte dell’ANVUR (Agenzia Nazionale di Valutazione Università e Ricerca) dell’efficienza e dei risultati conseguiti nell’ambito della didattica e della ricerca dalle singole università e dalle loro articolazioni interne». Ebbene, una volta stabiliti questi due punti si dovrebbe lasciare la più ampia autonomia alle Università nell’articolazione dei loro statuti e nella programmazione dei loro progetti. Ma questa necessaria autonomia viene soffocata in più punti dal Disegno di Legge: risulta eccessivo il potere concesso ai Rettori; sminuite sono le funzioni del Senato accademico; esorbitante il potere concesso al Consiglio di amministrazione. Cosa, quest’ultima valutata molto positivamente da Gianfelice Rocca, Vice-Presidente di Confindustria per l’Education sul «Corriere della Sera» del 24 marzo.
Undici è il numero massimo dei membri del Cd.a. Nel Disegno di Legge si parla, tra l’altro, della «non appartenenza di almeno il quaranta per cento dei consiglieri ai ruoli dell’Ateneo». Chi nomina o sceglie, e con quali criteri, questi consiglieri esterni? Interrogativo davvero nevralgico , soprattutto se si tiene conto che al C.d.a. sono attribuite anche «funzioni di indirizzo strategico» e la competenza «a deliberare l’attivazione e la soppressione di corsi e sedi». Se su questi punti non si procederà con la massima chiarezza è possibile che, per il pretesto di maggiore efficienza e snellezza nelle procedure decisionali, rilevanti pezzi della nostra Università cadano sotto la mannaia di astuti interessati odi presuntuosi incompetenti. Insomma:consigli saggi e proposte intelligenti possono venire da ovunque ma chi è deputato a prendere decisioni deve sopportarne la responsabiitì. Se un’Università o delle Facoltà non raggiungano i loro scopi, vale a dire «falliscono» (con grave danno degli studenti), come saranno sanzionati i consiglieri di Amministrazbne? E supponiamo che industriali, imprenditori e bancari cerchino di affollare, nei loro interessi ma anche per ideali più nobili ed alti, i C.d.a. delle nostre Università, dico a Gianfelice Rocca che in ciò non ci sarebbe nulla di male ma solo a patto che costoro apportino all’Università quote di denaro corrispondenti al peso che loro hanno nel C.d.a..
Potere di decisione senza responsabilità è un tratto caratteristico del più irresponsabile statalismo e non una proposta liberale. Cosa ne pensa Rocca? E poi c’è anche il guaio che di mecenati da noi non se ne vedono. Rocca ne conosce qualcuno?
Per queste ragioni è singolare sconcertante, per essere chiari che, in una lettera del 12 gennalo di quest’anno al ministro Geimini il Governatore della Banca D’Italia Mario Draghi abbia manifestato l’opportunità che «la maggioranza dei membri del C.d.a. non provenisse dai ruoli dellAteneo, elevando l’attuale soglia minima del quaranta per cento». La nostra Università con tutti i suoi difetti e problemi, essendo sottoposta da anni ad una fiamma ossidrica di riforme e controriforme resta il cuore pulsante della Nazione e non deve essere svenduta. E vale oggi come ieri l’ammonimento di Goethe: «Nulla è più funesto dell’ignoranza attiva». E degna del più ampio consenso la preoccupazione relativa alla formazione dei nostri giovani in vista del loro ingresso nel mondo del lavoro. Ma c’è da sperare che in questa preoccupazione non si nasconda il pericolo di una supervalutazione della ricerca «applicata» (con lo storno della maggior parte delle risorse in questa direzione), l’abbandono al loro destino delle Facoltà umanistiche (presidio tra l’altro della coscienza critica della nostra tradizione) e la messa in secondo ordine della ricerca di base in ogni ambito scientifico. Per dirla con John Dewey, «non ci si guadagna molto a tenere il proprio pensiero legato al palo dell’uso con una catena troppo corta».

Per concludere, due inevitabili interrogativi.
Se, pur con difetti eliminabili tramite opportune misure, la tenure track dovrà valere per i ricercatori a tempo determinato in attività nel nuovo regime, perché dunque tenendo anche conto che nel giro di dieci anni andranno in pensione circa 30mila docenti di ruoli non applicare la stessa misura agli attuali 26mila ricercatori, malpagati e con carriere bloccate, ma senza il cui contributo nella ricerca e nella didattica l’Università Italiana dovrebbe chiudere i battenti?
E perché non venire incontro a decine di migliaia di studenti fuori sede (e alle loro famiglie) con un serio programma pluriennale di edilizia per studenti universitari, come è stato fatto in Francia, in Spagna e soprattutto in Germania? il nostro sistema universitario dispone di 36mila posti letto. Ne servono 200mila. E’ inutile dire che l’impossibllità per tanti giovani di scegliere sedi più prestigiose e di spostarsi da un’Università ad un’altra equivale a un blocco della competitività esercitata dal basso, all’interno del sistema universitario. Si costruisca, certo, il ponte sullo Stretto di Messina, ma al tempo delle vacche grasse. Ora premono altre urgenze.

dal Corriere della Sera del 29.3.2010

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