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"Ecco chi specula sul disastro dei musei", di Alessio Postiglione

Napoli, siamo nel bookshop del museo della Certosa di San Martino, gestito in concessione da Electa-Mondadori. La legge prevede che la libreria (concessionaria) debba vendere almeno il 50% di titoli di altri editori; ma qui non è così.
I libri riconducibili alla Mondadori saranno, a occhio, oltre l’80% del materiale in mostra. Alla ricerca di spiegazioni, le sorridenti impiegate del bookshop oppongono un mutismo quasi omertoso. Non sanno niente; fa tutto Mondadori, quando vengono i suoi uomini ad allestire le esposizioni.
Le impiegate non conoscono il nome di alcun responsabile; possono solo darmi il numero di un centralino che, in seguito, non mi risponderà o non saprà dirmi nulla. Ma come vengono gestiti i beni culturali, oggi, in Italia, e chi controlla i concessionari?

Dalla legge Ronchey del ’93, infatti, si è fatto largo un nuovo approccio manageriale alla gestione della cultura che ha previsto, in primis, l’ingresso dei privati nel settore e, anche, l’istituzione di “società pubbliche” che organizzassero il settore con l’efficienza dei privati.
L’ultimo step di questa rivoluzione copernicana è il “federalismo del patrimonio”, grazie al quale gli ex beni pubblici dello Stato vengono gestiti con gli strumenti privatistici della “programmazione negoziata” da privati e Regioni. Ma, alle “rivoluzioni”, possono seguire le restaurazioni.

Secondo l’ultima relazione dell’Antitrust del presidente Antonio Catricalà, il nuovo mercato istituito dal legislatore ha fallito miseramente: c’è una collusione fra privati e società pubbliche che non ha apportato benefici in termini di efficienza, e si delineano le distorsioni tipiche degli oligopoli.
«Otto società concessionarie gestiscono in Italia il 90% dei servizi – sostiene la relazione di Catricalà – una è addirittura presente in 24 musei con ricavi che si avvicinano al 24% del totale».
«Il 30% delle concessioni è riferibile a un unico gruppo imprenditoriale», secondo il Libro Bianco di Confindustria.

Il primo gruppo è proprio l’Electa Mondadori, di Marina Berlusconi; l’altro soggetto dominante è la Pierreci, del gruppo Legacoop. Il mercato, quindi, sarebbe stato spartito con logiche bipartisan. Terzo incomodo è Civita, un’associazione partecipata da privati ed enti pubblici che nel suo stesso organigramma sembra rispondere a logiche di spartizione consensuale. Di Civita, non a caso, fanno parte (a vario titolo e fra i tanti) Province, Casse di risparmio, gruppi come Impregilo, Cremonini, Acea di Caltagirone, Berlusconi, (tramite Mediaset, Medusa e Banca Mediolanum), Telecom, Rcs, gli armatori Paolo e Cesare d’Amico e finanche Anas e Fs; nell’organigramma figurano il sottosegretario Gianni Letta, l’ex ministro del governo Prodi Antonio Maccanico, Albino Ruberti, figlio dell’ex ministro socialista Antonio, e il presidente di Bnl Luigi Abete.

La relazione dell’Antitrust dipinge un caso di privatizzazioni senza liberalizzazioni. Pochi privati che si spartiscono la torta con lo Stato che, invece di fare il regolatore esterno, gioca la partita sotto varie vesti: con spa appositamente create, come nel caso Scabec, la società campana dei beni culturali; partecipando ad associazioni, come Civita; attraverso società municipali, come nel caso Zetema, che gestisce 12 musei capitolini, di proprietà del Comune di Roma e con Albino Ruberti, di Civita, come amministratore delegato.

Tanti giri di valzer, dove imprenditori e amministratori pubblici ballano tutti insieme, cambiando partner a ogni nuovo ballo. Quello che, con linguaggio tecnico, si chiama cross-directorship. Proprio l’Antitrust, infatti, rileva che, in Italia, si creano continuamente situazioni “di monopolio o di ingiustificato vantaggio competitivo a favore di imprese che, grazie alla proprietà pubblica delle stesse potrebbero essere avvantaggiate nell’assegnazione dei servizi aggiuntivi in musei e siti anch’essi di proprietà pubblica”.

La creazione di società miste, infatti, è l’escamotage attraverso il quale si cooptano i privati e si procede ad affidare i servizi senza bandire alcun pubblico incanto, il solo strumento in grado di confrontare offerte e produrre l’abbassamento dei costi. La giustificazione è che un dato Ente appalta a se stesso un certo lavoro pubblico. è proprio il caso, documentato dall’Antitrust, della Scabec, o della Zetema, sulla quale si espresse negativamente il Tar del Lazio, nel 2006, proprio con riferimento ad un ricorso in seguito ad un affidamento diretto. Il caso campano della Scabec, d’altronde, è eloquente e potrebbe spiegarci perché la Regione non controlli l’effettiva organizzazione del bookshop Electa. Regione ed Electa, infatti, non sono regolatore e regolato, ma soci della stessa Scabec dove, oltre al 51% di proprietà della Regione, figurano la stessa Electa e la Pierreci.

Quando Electa e Pierreci non occupano “il mercato” tramite Scabec – allorquando, cioè, lo Stato non appalta direttamente (anche) a se stesso la gara – comunque vincono il bando sotto forma di Ati (associazione temporanea d’imprese): Electa, Pierreci e Civita lavorano insieme nei principali musei campani, come Capodimonte, San Martino, Sant’Elmo e l’Archeologico di Napoli.
Non a caso, due anni fa, il presidente Napolitano inaugurò personalmente il Museo Archeologico dei Campi Flegrei presso il castello di Baia, insieme a Bassolino. Quel museo sarebbe dovuto essere il fiore all’occhiello della gestione Scabec-Regione Campania, a seguito dell’accordo di programma firmato pochi mesi prima da Bassolino e Bondi.

Oggi, a distanza di due anni, verifichiamo personalmente la situazione: cinquanta stanze su cinquantadue sono chiuse, nel castello fa freddo perché non c’è l’allaccio elettrico e non c’è un piano di sicurezza omologato.
Inoltre, non c’è personale sufficiente per tenere aperte anche le terme di Baia. Ma perché lo Stato, dopo aver “liberalizzato” i mercati, esce dalla porta e vi rientra dalla finestra attraverso le spa? Le Spa statali rappresentano un’occasione di spesa che può servire a consolidare il potere del politico di turno, al di fuori dei controlli ai quali sono sottoposti gli organismi di diritto pubblico.
Nelle spa pubbliche si fanno infornate di assunzioni senza concorso, per gli amici degli amici e, qualora il meccanismo delle assunzioni sia esplicitamente bloccato dalla legge costitutiva della società – il meccanismo delle consulenze è assolutamente incontrollabile.

I beni culturali, oggi, versano in una condizione di “fallimento del mercato” e di cronico conflitto d’interessi. A peggiorare la situazione è intervenuta, dal 2008, la nomina del governo a Direttore generale dei musei italiani del Cavalier Mario Resca, ancora attualmente legato, a vario titolo, ad aziende in conflitto d’interesse con la sua carica pubblica, come Eni, McDonald’s, Fiat e, ancora una volta, Mondadori, per la quale è consigliere. E se il mercato non funziona e si determinano delle situazione dominanti, dove forti gruppi vincono tutto, per consolidare questi privilegi c’è sempre il trucco delle “proroghe infinite”. In Italia, ci sono attualmente circa cinquanta proroghe delle concessioni, e poco importa che le Authority abbiano precedentemente consigliato alle amministrazioni di riscrivere i contratti, al fine di far realmente funzionare il mercato. Nonostante la legge comunitaria 2004 (la 62/2005), recependo le direttive Ue, abbia chiaramente negato l’istituto della proroga automatica. Ecco che mala gestione e spregio delle regole la fanno da padroni.
www.terranews.it

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