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"Stesso sangue stessi diritti. Braccianti indiani in piazza", di Roberto Rossi

Stesso sangue, stessi diritti”. Tra piazza della Libertà e largo caduti di Nassirya, in una Latina deserta e indifferente, davanti al tetro palazzo della Prefettura e sotto un cielo coperto e afoso, per la prima volta nel nostro Paese la rappresentanza di un’intera comunità di immigrati, quasi tutti indiani e braccianti agricoli, ha scioperato e manifestato. Lo ha fatto per reclamare giustizia, dignità e, come recitava, lo striscione di apertura “stessi diritti” degli italiani. Lo ha fatto, sotto le insegne della Flai-Cgil, in modo ordinato e pacifico, per far capire a una città intera, e forse anche a una nazione che ignora o, peggio, tollera la loro condizione, di non volere mai più essere, come cantavano durante la marcia, “schiavi” o “animali”ma“delle persone normali”. Eppure sciopero per “i nuovi cittadini”, come si definiscono, è una parola che ancora spaventa. Dei 500 presenti ieri in piazza, ci spiega Vicky, un giovane Sikh tra gli artefici della manifestazione, solo una fetta, circa il 70%, ha veramente incrociato le braccia. Il resto ha lavorato nei campi la mattina, come tutti i giorni, ad eccezione della domenica per pochi euro. “Il mio datore di lavoro mi ha fatto un contratto di otto euro l’ora – racconta Sing Amarg, in un italiano incerto – ma poi ne ricevo tre”. Ed fortunato, altri arrivano a due, qualcuno fatica invece per 80 centesimi. Sono quelli più ricattabili, con il permesso di soggiorno scaduto o nelle mani di uno dei proprietari delle trentamila aziende della zona, delle quali solo un terzo denunciate regolarmente. Per questo la parola sciopero incute timore. In verità non solo agli immigrati indiani – settemila regolari, il doppio, forse il triplo, a seconda della stagione, senza permesso di soggiorno – ma anche a chi gestisce e sfrutta questo immenso traffico di uomini. Alcuni segnali sono stati eloquenti. Il primo, spiega Giovanni Gioia della Flai-Cgil locale, sono le retate effettuate dalla Polizia nei vari borghi che costellano l’agro pontino: “Otto solo negli ultimi giorni”. Una frequenza sospetta in una zona che tollera gli immigrati e che dal loro sfruttamento ricava il 19% del produzione locale. Il secondo un articolo, uscito a ridosso della manifestazione nelle pagine di Latina Oggi. Nel quale i Comitati agricoli riuniti, e cioè gli agricoltori della zona, criticavano fortemente il corteo mettendo anche in guardia dal parteciparvi. “E invece, nonostante le intimidazioni, è stata una scommessa vinta” ha detto il segretario generale della Flai-Cgil Stefania Crogi. “Da oggi – ha aggiunto ClaudioDeBerardino segretario Cgil Lazio – nessuno potrà più dire di non sapere, di non conoscere. Da oggi tutti sanno e tutti conoscono”. Anche la Prefettura, e cioè il governo. Alla quale sono state avanzate delle richieste ben precise. Come la creazione di un osservatorio permanente e un tavolo di discussione con i sindacati. Se questo riuscirà ad arginare o circoscrivere un fenomeno, come quello dello sfruttamento degli immigrati, meglio se irregolari, è tutto da vedere. Ieri i 500 hannosfilato tra l’indifferenza generale. Questo perché Latina e provincia vivono di lavoro irregolare. In genere sono le mafie, come la Camorra o la ‘ndragheta, qui fortissime, che alimentano il sommerso, ultimamente, invece, è stata anche la crisi. Che, nella zona, sta mietendo molte più vittime che altrove. Nonè un case se a Latina e dintorni è presente un tasso di disoccupazione del 27%, cioè quasi tre volte superiore a quello nazionale. Molte fabbriche stanno chiudendo. L’ultima è la multinazionale francese Nexans (che produce cavi ad alta e media tensione). Dal primo giugno manderà a casa 300 operai. Che ieri hanno sfilato proprio accanto ai braccianti agricoli indiani. Come ricordava lo striscione: “Stesso sangue, stessi diritti”.

L’Unità 30.05.10

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