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Governo nel marasma

“Cosa ha approvato il consiglio dei ministri? Fuori da ogni regola il governo è nel marasma”. La dichiarazione del segretario del PD, Pier Luigi Bersani, rende l’idea del tutti contro tutti nel Governo che vara la manovra da 24 miliardi. Bondi che si lamenta sul taglio di 232 enti: “Sono stato esautorato” e Italo Bocchino che risponde: “Allora qualcosa non va”. L’abolizione delle Province stoppata da Umberto Bossi in difesa di Bergamo, ma silente sull’evidente pietra tombale data al federalismo da una stretta di 13 miliardi sul Patto di Stabilità, le ore di attesa al Quirinale per vedere la firma di Berlusconi sul testo della manovra, le misure anti-evasione ripristinate assieme al nuovo condono sulle case fantasma e oggi i giornali raccontano di un Tremonti isolato, con Gianni Letta che riscrive la manovra…

Continua Bersani: “Se Bondi non ha visto un dispositivo lungo tre pagine che distrugge metà delle istituzioni e delle fondazioni della cultura italiana, si può sapere che cosa ha approvato il Consiglio dei Ministri? Se l’approvazione è avvenuta “ salvo intese” Bondi si è dunque inteso con Tremonti? E se non è così, lo ripeto, che cosa ha mai approvato il Consiglio dei Ministri? Siamo
evidentemente fuori da ogni regola, oltre che da ogni logica. Con tutta evidenza abbiamo un governo nel marasma”.

“Dopo due anni, finalmente, il Ministro Bondi è stato folgorato sulla via di Damasco ed ha scoperto il suo ruolo di garante e di promotore della cultura italiana. Peccato che il suo scatto d’orgoglio ( e di responsabilità) di fronte alla ‘manovra dei misteri’, che fa scendere come una mannaia la scure dei tagli dissennati anche sulle politiche culturali, arriva quando, di fatto, c’è ormai poco da tagliare”. o dice Giovanna Melandri deputata Pd. “Fino ad oggi di fronte al persistente e sistematico svuotamento dei fondi relativi ai beni ed alle attività culturali – aggiunge -, nessuno ha raccolto gli allarmi lanciati dall’opposizione come dagli operatori del settore. Bondi ha davvero capito la drammaticità del momento o sta solo giocando da sponda con il collega del tesoro? Noi speriamo che il ministro Tremonti lo ascolti e ci auguriamo che la cultura italiana non subisca quest’ultima e ulteriore umiliazione dal governo Berlusconi.”

Già, Bondi si sente imbarazzato per quella lista che, per restare solo alla letteratura, cancella i nomi di Dante Alighieri ed Alberto Moravia, passando per Alessandro Manzoni e Giovanni Verga, per approdare a Cesare Pavese e Mario Soldati. Non ha pietá la lista dei 232 istituti, fondazioni ed enti culturali finita nel mirino dell’ultima finanziaria e guarda con indifferenza al patrimonio letterario come a quello dello spettacolo, mettendo ad esempio in discussione il festival dei due mondi di Spoleto a venti giorni dal via e la Quadriennale. Tanto che in molti, a partire dalla Fondazione Rossini di Pesaro si appellano al presidente Napolitano.

Eppure nel sito del Ministero dei beni culturali si legge: “Gli Istituti Culturali rappresentano un settore di particolare rilevanza per la Direzione Generale per le Biblioteche, gli Istituti Culturali e il Diritto d’Autore, in virtú della loro importanza quali significativi centri di studio, di approfondimento e di promozione culturale. Costituiscono centri di ricerca e di promozione culturale e rappresentano elementi essenziali di pluralismo culturale”. E segue l’elenco in cui figurano quasi tutti i nomi inseriti nell’allegato della finanziaria. E’ quindi comprensibile che Bondi dica: Molti degli enti che figurano in quell’elenco vanno soppressi, ma alcuni come il Centro sperimentale di cinematografia, la Triennale di Milano, il Vittoriale, non possono in nessun modo essere considerati lussi. Avrei voluto decidere insieme: il ministero non doveva essere esautorato. Ora mi metterò al lavoro con i miei collaboratori per capire quali di quegli enti sono eccellenze e quali sono inutili. Ma la scelta va fatta insieme”. Intanto si chiude la società dantesca italiana di Firenze, fondata nel 1888 a Palazzo Vecchio e che ebbe tra i suoi fondatori Carducci, Chiarini, Cantú, Nencioni e molti altri.
C’è l’Associazione fondo Alberto Moravia, voluta dalle sorelle, da Carmen Llera e Dacia Maraini dopo la sua scomparsa. C’è la Fondazione Giangiacomo Feltrinelli, istituto di valore internazionale.. C’è l’Istituto di studi manzoniani di Milano, l’Ente nazionale Giovanni Boccaccio, e il centro nazionale studi Leopardiani, per non parlare della Fondazione Verga e dell’Istituto studi pirandelliani. E via le fondazioni intestate a Gramsci, De Gasperi, Ugo Spirito, Don Sturzo, Einaudi.

“Si risparmia qualche milione di euro sugli enti culturali quando però piú soldi vengono spesi dallo Stato per sorreggere un sistema che con la cultura non ha nulla a che vedere. E’ una vergogna!”. Chi l’ha detto? Stefania Craxi, sottosegretario agli Esteri e parlamentare del Pdl, protestando per la cancellazione della fondazione intestata al padre, l’ex segretario del Psi Bettino Craxi.
Non c’è che dire governo in confusione.

Filippo Penati, capo della segreteria politica di Pier Luigi Bersani ribadisce: “L’avevamo detto fin dall’inizio: questa manovra è iniqua, depressiva e rischia di non ottenere nemmeno i risultati sperati per fronteggiare efficacemente questa crisi. Se ne stanno accorgendo anche dentro al governo.
Prima i ministri hanno firmato delle misure in bianco e ora si accorgono che i tagli sono fatti a casaccio e che colpiscono tutti i cittadini. In questa situazione di confusione e di rissa dal governo viene, in più, anche il tentativo di scaricare le proprie responsabilità sulle istituzioni. Ha ragione Bersani la manovra è dannosa e il governo, anche in questa occasione, al posto di cercare confronti ha puntato su scorciatoie e ora vuole andare avanti con prove di forza.”

Francesco Boccia, coordinatore delle commissioni economiche del gruppo del Pd della Camera nota come “a distanza di quattro giorni assistiamo alla scomparsa e all’immediata ricomparsa delle Province e di enti vari, mentre rimane chiaro solo che i tagli sono, ancora una volta, sulla pelle dei più deboli e che privilegiati e boiardi di Stato rimangono intoccabili. Gli interventi a favore dello sviluppo per Tremonti possono aspettare, mentre è evidente che i così detti tagli alle Regioni si trasformeranno in nuova pressione fiscale, già aumentata in questi due anni di governo Berlusconi. Quanto devono ancora aspettare le Camere per avere il vero testo della manovra voluta da Tremonti?”. Sperimao poco, certo è che sono necessari interventi strutturali per liberare il lavoro dipendente e le piccole imprese dall’eccessiva pressione fiscale, aumentata con il governo Berlusconi dal 42,9% al 43,2%, e da quella burocratica, ripartendo con liberalizzazioni come quelle varate da Bersani, che ieri ha riproposto in un’intervista al Corriere della Sera come sarebbe intervenuto il PD: con riforme che incidono sulla pubblica amministrazione. Ha detto il segretario del PD: “Spostiamo il carico su rendite, ricchezze ed evasione e alleggeriamolo su imprese, lavoro e
famiglie. Quanto alla pubblica amministrazione ci vogliono piani industriali, se ad esempio si abolisce il pubblico registro automobilistico ottieni dei risultati. Se fai dei proclami sui
fannulloni i risultati non ci sono. Berlusconi dice che non ha aumentato le tasse. Che senso ha quando in termini di minori servizi ho dei tagli alle retribuzioni e tutto finirà addosso alle tasche dei redditi medi e bassi? Oppure quando non dai più un’occhiata a quel che fanno le
assicurazioni, al prezzo della benzina o alle farmacie?”. Ed ha ammonito: “Dobbiamo chiederci perché si fa la manovra. Non può passare in cavalleria, è il frutto amaro di 2 anni di politica economica sbagliata. Ora bombardano i redditi medi e bassi e non risolvono il problema dei
conti pubblici, per cui tra un anno, o anche meno, saremo da capo a dodici?”

Davide Zoggia, della segreteria del Pd, responsabile Enti locali è lapidario: “Con questa manovra finanziaria, il federalismo fiscale non si farà mai. Non si getta nessuna base per l’autonomia dei territori, anzi li si penalizza in una visione centralistica e gli affida il compito di meri esattori in nome e per conto dello Stato, che in tal modo rinuncia esso stesso a svolgere controlli e verifiche. Il federalismo fiscale allo stato attuale costa, secondo i calcoli di autorevoli studi di ricerca, 130 miliardi di euro e questa manovra, se non verrà modificata radicalmente, ne segna la fine
politica”. Concetto su cui torna Massimo D’Alema: “La manovra finanziaria sarà un disastro, e si colpisce sempre da una parte sola”.
Visitando una scuola elementare al Villaggio prenestino nell’ambito di una iniziativa del Pd sulla scuola, il presidente del Copasir ha sottolineato che è un errore “fare tagli lineari e tagliare i trasferimenti alle Regioni e agli enti locali perché avranno effetti pesanti. Si dà l’impressione di togliere i soldi ai politici ma in realtà si riducono i soldi per le Regioni e di conseguenza per trasporti e servizi”.
E sempre Bersani a Sky Tg 24 parla dei tagli alle regioni: “Hanno l’istruzione, i servizi sociali, i trasporti… si dá la pistola agli enti locali perché sparino loro”.

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