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"La battaglia non è finita", di Stefano Rodotà

Ora che sembra profilarsi una qualche marcia indietro, varrebbe la pena di stilare un impietoso catalogo delle dichiarazioni tracotanti che, nei giorni scorsi e nei luoghi più disparati, erano venute da “autorevoli” esponenti di governo e maggioranza per difendere le norme contenute nel disegno di legge sulle intercettazioni.
Norme di cui si proclamavano l´assoluta necessità e immodificabilità per tutelare i diritti delle persone, l´intangibilità dello Stato di diritto, e via imbrogliando. Sarebbe un buon servizio per i cittadini, almeno per quelli che vogliono mantenere una attitudine critica verso chi li rappresenta e governa. Ma non credo che avrebbe alcun effetto su un ceto politico ormai abituato ad una disinvoltura che sconfina in una sfrontatezza che fa negare l´evidenza, dimenticare le dichiarazioni del giorno prima, dire tutto e il suo contrario. Per questo bisogna mantenere un giusto distacco, essere massimamente cauti di fronte all´annuncio di emendamenti che dovrebbero migliorare quel testo sciagurato.
Costretti a rimettere le mani su norme di cui al Senato si erano addirittura induriti gli aspetti più aggressivi, Berlusconi e i suoi hanno conosciuto una sconfitta politica, resa possibile dal congiungersi di diversi fattori. Una opposizione parlamentare finalmente determinata. Una attenzione vigile di quegli organi istituzionali ai quali spetta sempre il compito di vegliare sul rispetto della legalità repubblicana, questa volta il presidente della Repubblica e il presidente dalla Camera. Un movimento che ha coinvolto direttamente centinaia di migliaia di persone, che si è manifestato nelle piazze virtuali e in quelle reali, che si è progressivamente allargato con una benefica “discesa in campo” dei più diversi gruppi e associazioni, di editori d´ogni parte, del sistema dell´informazione con quasi tutte le sue componenti più significative. Non dirò che proprio da qui, da questa reazione diffusa e determinata, sia venuto l´impulso maggiore. Ma è certo che questa sorta di mobilitazione generale e quotidiana ha dato il senso di una urgenza, di un confine non valicabile, che ha messo le istituzione di fronte a tutta la loro responsabilità, all´impossibilità di girare la testa dall´altra parte.
Vinta una battaglia, però, bisogna sempre ricordarsi che si può perdere la guerra. Per questo occorre mantenere la tensione, essere rigorosissimi nella valutazione delle novità o presunte tali, non correre frettolosamente alla conclusione che comunque qualcosa si è ottenuto e che non è il caso di cadere nel peccato dell´intransigenza. Non è tempo di sconti, non si può finire nella trappola vecchissima di chi chiede mille, finge poi di negoziare, scende a novecento, convince il compratore che questo è “un buon punto di equilibrio” e così porta a casa quasi tutto quello che si era prefisso, illudendo la controparte d´aver fatto un affare. Non si è alzata la voce oltre il giusto, e oggi non è venuto il momento di abbassarla. Si è detto a chiare lettere che si stava consumando un attentato alla democrazia, che vanificare aspetti essenziali del controllo di legalità e imbavagliare l´informazione determinava un cambiamento di regime. È questo il metro che dobbiamo continuare ad adoperare, anche a costo di scontentare quelli che non vedono l´ora di trovare un pretesto per dire che non è più il caso di agitarsi.
Tre sono le istruzioni che debbono guidarci in questa nuova fase. La prima impone di non dare giudizi definitivi prima d´aver letto le proposte della maggioranza: qui, davvero, il diavolo si annida nei dettagli, soprattutto quando si tratta di disciplinare uno strumento importante e delicatissimo qual è quello delle intercettazioni. La seconda riguarda la necessità di guardare all´intero circuito informativo: la limitazione delle possibilità d´indagare porta con sé l´impossibilità di conoscere e rendere pubbliche vicende rilevanti, così come il ritorno a norme più ragionevoli sulle intercettazioni non può compensare il mantenimento di limiti gravi al diritto d´informare e essere informati. La terza suggerisce di non abbandonare la messa a punto di una strategia capace di contrastare efficacemente il permanere di limitazioni alla libertà di manifestazione del pensiero: disobbedienza civile, ricorsi alla Corte costituzionale, lettura in Parlamento dei documenti “vietati”.
Da quel che si apprende, l´emendamento della maggioranza conterrebbe alcune aperture per quanto riguarda la durata delle intercettazioni, ma questa possibilità sarebbe accompagnata da una macchinosa procedura che, per i reati ordinari, prevede una richiesta di proroga ogni 48 ore, con evidentissime complicazioni organizzative e con le difficoltà derivanti dall´obbligo di indicare ogni volta ragioni per la prosecuzione dell´intercettazione diverse da quelle prodotte in precedenza. Rimarrebbe immutata la norma riguardante la prima autorizzazione ad intercettare, che dovrebbe essere rivolta al tribunale distrettuale: una procedura motivata con l´argomento che una valutazione collegiale garantisce meglio dal rischio di abusi, ma di cui è stata da più parti sottolineata la irrazionalità. Tre giudici al posto di uno, quando un solo magistrato può addirittura condannare all´ergastolo in caso di rito abbreviato; lungaggini e problemi di sicurezza legati al trasferimento dell´intero fascicolo processuale (anche molti “faldoni”) in una sede diversa e lontana da quella delle indagini; difficoltà per le sedi con organico ridotto, perché i magistrati partecipanti all´autorizzazione diverrebbero poi “incompatibili” per la celebrazione dei relativi processi. La necessità di evitare abusi, e di responsabilizzare maggiormente i magistrati, rischia così di produrre derive analoghe a quelle determinate in passato da norme, che, introdotte con l´intento di garantire meglio i diritti dell´indagato e dell´imputato, hanno contribuito grandemente ad accrescere i tempi processuali.
Si presentano come emendamenti migliorativi quelli riguardanti la possibilità di effettuare intercettazioni ambientali e di registrare e trasmettere le udienze. Di nuovo, però, il giudizio è sospeso in attesa di leggere i testi relativi. E lo stralcio della norma riguardante le conversazioni degli appartenenti ai servizi di sicurezza, accolta con favore da maggioranza e opposizione, richiederà molta attenzione in futuro, per evitare che una nuova disciplina venga orientata verso ampliamenti ulteriori del segreto di Stato, seguendo una discutibile sentenza della Corte costituzionale e creando una situazione che contrasta assai con le esigenze, riemerse proprio in questi giorni, di uscire dall´oscurità tutte le volte che vi siano situazioni pericolose per le istituzioni.
Sul versante dell´informazione, la novità sarebbe rappresentata dal ritorno alla norma del testo a suo tempo approvato dalla Camera, e poi cancellato dal Senato, secondo il quale è lecita la pubblicazione “per riassunto” degli atti giudiziari. Ma questo passo in avanti non scioglie una grave contraddizione. Rimane, infatti, il divieto di pubblicare in qualsiasi forma, dunque anche per riassunto, il contenuto delle intercettazioni, anche quando queste non siano più segrete. Poiché, per giustificare questo divieto si ricordano indubbi abusi del passato, è bene ripetere per l´ennesima volta che gli abusi e le violazioni della privacy si evitano con divieti mirati, riguardanti le conversazioni di chi sia estraneo alle indagini o le parti non rilevanti delle conversazioni degli stessi indagati. Il resto non ha nulla a che fare con la privacy, ma riguarda la trasparenza del potere, il diritto dei cittadini di controllare chiunque abbia ruoli pubblici, com´è chiaramente stabilito fin dal 1998 dal Codice di deontologia dell´attività giornalistica. E che dire della sanzione a carico degli editori che, pure dopo lo sconto da 465.000 a 309.000 euro, legittima un potere di controllo dei proprietari, aprendo così la strada ad una censura di mercato?
No, non siamo ancora entrati in una zona di bonaccia.

La Repubblica 05.06.10

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